Dopo il referendum. Elogio dell’autocritica

scritto da NUCCIO IOVENE

Ai tempi in cui da giovane frequentavo la nuova sinistra, e la frequentava anche l’attuale presidente del consiglio Paolo Gentiloni, era in voga la pratica, assai diffusa, dell’autocritica. Si arrivava a vivisezionare con puntigliosità le scelte e i comportamenti politici alla ricerca degli errori compiuti allo scopo di non perseverare negli stessi. Ovviamente quella pratica era tutt’altro che salvifica né metteva al riparo da nuovi e più gravi errori.

Ciò non toglie che a quel tempo si rifletteva molto, e si discuteva altrettanto, non solo sulla politica, ma anche sul modo d’essere dell’organizzazione politica, sulla sua democraticità, sulla sua efficacia in funzione degli scopi e degli obiettivi che ci si prefiggeva.

L’autocritica divenne con il passare degli anni un tormentone, un modo di indicare certa sinistra dedita all’autoflagellazione e fu progressivamente abbandonata e poi del tutto dismessa. Anche nel PCI, fatte le debite proporzioni, era una pratica abbastanza diffusa. Nessuno a quel tempo avrebbe dato la responsabilità al popolo di non aver compreso la giustezza delle posizioni del Partito o dei gruppi dirigenti. Semmai ci si sarebbe impegnati a comprendere quali errori di valutazione o di scelta erano da porre alla base di un insuccesso o di una sconfitta.

La prima volta, a mia memoria, in cui si operò quel rovesciamento che va oggi per la maggiore fu all’indomani del fallimento della traduzione “governista” del compromesso storico: le larghe intese e l’unità nazionale. All’epoca una proposta, discutibile, ma fondata su un respiro profondo, all’indomani del colpo di stato in Cile, avanzata da Berlinguer e coadiuvata da Moro fu tradotta nella pratica dei governi locali DC-PCI diffusi ovunque, a prescindere dalle condizioni concrete, locali e nazionali, e dal modo di essere dei rispettivi partiti, dal contrasto di interessi e di visioni che si portavano dietro. Fu una stagione breve e subito fallimentare.

Ma lì, per la prima volta, per bocca di diversi autorevoli dirigenti del PCI ascoltai la formula della politica giusta non capita dal popolo: l’errore non stava nella politica di unità nazionale per come concretamente messa in opera, ma nell’incapacità di spiegarla e farla comprendere nella sua effettiva bontà. Berlinguer spazzò via la questione con la seconda svolta di Salerno e il rilancio dell’alternativa.

Ma purtroppo la sua stagione finì inaspettatamente, e prematuramente, lasciando orfano il PCI. Questa vicenda mi è tornata alla mente qualche giorno fa ascoltando la breve e assai irrilevante “relazione” di Matteo Renzi alla direzione nazionale del PD all’indomani del referendum che ha salvato la Costituzione dalla pessima riforma alla quale era stata sottoposta.

L’unica responsabilità (colpa) che Renzi si è assunto in quella sede è stata quella “di non aver saputo spiegare per come meritava la bontà di quella riforma e più in generale dell’azione del Governo”. Badate bene: non di aver voluto ad ogni costo toccare la Costituzione, e neanche di averlo fatto in maniera così maldestra, contraddittoria e inefficace, e nemmeno nell’aver trasformato il referendum in un’ordalia, un giudizio di Dio, su di sé e sul governo. Tutte cose, peraltro, da lui scelte nei modi, nei tempi e nelle forme e non certo imposte da alcuno. E neanche un giudizio critico e autocritico sulle scelte (dalla “Buona Scuola” al Jobs Act) che tante reazioni hanno suscitato nel Paese. Niente di tutto questo. E come se non avesse mai pronunciato (tra l’altro senza che gli fosse richiesto né dal punto di vista istituzionale né dell’opportunità politica) in ogni possibile programma radio-televisivo che se avesse perso il referendum avrebbe mollato la politica (non il governo soltanto!) decide di continuare con un governo fotocopia e l’approssimarsi di una resa dei conti nel PD come se nulla fosse. Come se il 60 a 40 nel referendum non ci fosse mai stato.

Diceva Vittorio Foa, uno dei padri della sinistra, poco prima di morire, che le parole hanno ormai perso il loro senso, sono diventate vuote perché non c’è più coerenza con i comportamenti e le scelte concrete di chi le pronuncia. E se ad alimentare il populismo e l’antipolitica fosse proprio questo? La mancanza di credibilità di un ceto politico più che il cattivo funzionamento delle istituzioni.

Come sarebbe bello se, per una volta, tornasse in auge la vecchia pratica dell’autocritica! Potremmo forse tornare a ragionare sul Paese e i suoi problemi invece che sui destini personali di chi oggi governa.

Dopo il referendum. Elogio dell’autocritica ultima modifica: 2016-12-13T21:32:14+00:00 da NUCCIO IOVENE

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento