Gentiloni, l’inizio prevedibile che lascia aperti tutti gli interrogativi

scritto da PATRIZIA RETTORI

Nessuna scossa, nessuna sorpresa: il governo Gentiloni nasce all’insegna della prevedibilità. E con ciò lascia aperti tutti gli interrogativi sul futuro. Il futuro di Renzi, del Pd, dell’intera sinistra italiana. E anche il futuro della destra, visto che pure in questo caso la strategia di Berlusconi sembra divergere, e di molto, da quella dei suoi scalmanati alleati Salvini e Meloni. Solo Grillo sembra sicuro di poter passare presto all’incasso, e vedremo se sarà davvero così. Per ora, la fotografia della crisi immortala la triste scena di un neo presidente del Consiglio che parla di fronte ad aule semivuote per la diserzione di chi, come il M5S, considera illegittimo il nuovo esecutivo e preferisce le piazze agli scranni parlamentari, di chi, come gli uomini di Verdini, avrebbe voluto farne parte e si è invece visto chiudere la porta in faccia, e di chi, infine, come i leghisti e la destra di varia estrazione, ha scelto alla spicciolata di non esserci, come si fa di fronte ad un rito inutile e scontato.

Paolo Gentiloni appare così un agnello sacrificale, ma non si capisce a che cosa possa servire il sacrificio. Non a rinviare le urne fino alla scadenza naturale della legislatura, nel 2018. A sconsigliare una simile prospettiva ci sono almeno due fortissimi argomenti. Il primo è che se si dovesse varcare la soglia del settembre del prossimo anno, quella in cui matura il vitalizio degli attuali parlamentari, si offrirebbe un’arma atomica alla propaganda grillina. Il secondo argomento è il referendum promosso dalla Cgil sul jobs act: il mondo politico pare esserselo dimenticato, ma quel referendum è in calendario per la prossima primavera, e solo la concomitanza con elezioni politiche consentirebbe di rinviarlo. Inutile sottolineare che una simile consultazione referendaria potrebbe dare alla politica renziana un colpo mortale e definitivo.

Servirà il governo Gentiloni a far approvare una nuova legge elettorale? Qui le cose, se possibile, sono ancora più confuse. Giustamente il neopremier si è tirato fuori dalla mischia dichiarandosi pronto ad “accompagnare e facilitare” il percorso parlamentare di una riforma elettorale, affidato all’esperta e capace Anna Finocchiaro, ma certo non a proporre lui una soluzione. E a questo punto si entra nella nebbia. Se i partiti volessero, potrebbero mettersi al lavoro sulla questione già domani, perché non c’è nessun obbligo di attendere il pronunciamento della Corte costituzionale per legiferare. Anzi, c’è da giurare che la Consulta sarebbe ben lieta di cassare l’argomento dalla sua agenda, se nel frattempo una nuova legge arrivasse a toglierle le castagne dal fuoco. Il problema è che i partiti non vogliono affrontare la questione: sono già tutti in campagna elettorale e sedersi ad un tavolo con gli odiati nemici guasterebbe la festa.

I più ostili al confronto sono, come sempre, i grillini. Eppure, non è detto che tanta intransigenza sia nel loro interesse. Vediamo. In questo momento le soluzioni possibili sono due: il ritorno al Mattarellum, rilanciato recentemente nientemeno che da Salvini, o una qualche forma di proporzionale, quale sarebbe indubbiamente la legge che uscirebbe dalle mani della Corte costituzionale. Il Mattarellum, un misto di maggioritario con collegi uninominali e di proporzionale, non è mai piaciuto a Berlusconi (anche se con quel sistema ha vinto per due volte le elezioni) forse perché non gli consentiva il pieno controllo degli eletti. Ma potrebbe andar bene al M5S perché, come si è visto, qualche faccia giovane e inesperta può conquistare elettori molto più dei consumati volponi della politica.

E invece Grillo sembra propendere per il proporzionale. Ora: tutto può succedere, ma al momento sembra improbabile che i pentastellati possano conquistare la maggioranza assoluta in un sistema proporzionale. E siccome non vogliono fare alleanze è facile prevedere che in un parlamento proporzionale si riproporrebbe ai loro danni la conventio ad excludendum che tenne fuori il Pci da tutti i governi della Prima Repubblica. Sarebbe invece una festa per tutti i partitini che cercano posti al sole: dovremmo riabituarci ai pentapartiti e alle sfilate di leader e leaderini con pochi voti e tanta visibilità.

Infine: il nuovo governo è utile almeno a Renzi e al Pd? Anche qui la risposta è impossibile. L’unica cosa chiara è che Renzi ora ha in testa solo il congresso, e che lo vincerà, allo stato degli atti, anche per assenza di avversari degni di questo nome. Ma poi? Finora non si è sentita un’analisi seria della sconfitta, né tanto meno una strategia credibile per riconquistare il consenso perduto. Al contrario, il segretario del PD si dedica al posizionamento interno, anche con operazioni controproducenti come la permanenza al governo di Maria Elena Boschi. E allora, a meno che non si vedano presto mosse più sensate, non resta che pensare che anche lui si sia rassegnato al ritorno del metodo proporzionale. In quell’ottica, certo, gli conviene assicurarsi il saldo controllo del partito e del governo per poi acconciarsi, dopo le future elezioni, a trattare alleanze e tornare a Palazzo Chigi a capo di un governo di coalizione. Del resto, Berlusconi è già lì che lo aspetta.

Gentiloni, l’inizio prevedibile che lascia aperti tutti gli interrogativi ultima modifica: 2016-12-13T15:44:18+02:00 da PATRIZIA RETTORI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento