Pd. Renzi zen e la sinistra vincitrice che si comporta da perdente

scritto da PATRIZIA RETTORI

Come si direbbe al bar: non ci si crede. E, in effetti, il Matteo Renzi in versione zen che si è materializzato all’assemblea del Pd, prima solenne occasione di dibattito dopo la batosta referendaria, è piuttosto spiazzante. Sentire dalla sua voce il proposito di usare il “noi” al posto di “io”, la promessa di promuovere una “campagna di ascolto”, l’impegno a non strangolare il percorso congressuale accelerandone parossisticamente i tempi è davvero una novità assoluta. Infatti la minoranza non ci ha creduto, finendo per cacciarsi in una situazione paradossale: dopo avere invocato invano uno spazio di confronto interno, quando quello spazio si apre decide di ritrarsi, si chiude nell’afonia (tranne le poche parole di Guglielmo Epifani), diserta la votazione. Come se nulla fosse cambiato.

Un’occasione sprecata. Perché è vero che Renzi è sempre Renzi e che dietro le sue parole concilianti si possono sospettare trappole, ma prenderlo in parola sarebbe stato più utile. Se non altro per svelare il bluff, se di bluff si tratta. Ed evitare di regalargli un’arma in più, quella di poter dire: io ho offerto il dialogo, ma loro l’hanno rifiutato. Senza contare che la decisione di rimettere in campo il Mattarellum come futura legge elettorale potrebbe rappresentare un serio terreno di impegno comune. Epifani l’ha riconosciuto, ma la questione poteva essere approfondita meglio, senza maldestre rivendicazioni, come ha fatto Speranza lontano dal podio dell’assemblea, ma con la convinzione che su questo il Pd può andare unito al confronto con gli altri partiti.

Certo, è vero che il clima è ancora incandescente. Roberto Giachetti l’ha dimostrato con gli insulti, ma molti altri interventi, sia pure con modi più urbani, hanno sottolineato la frattura referendaria recriminando per il brindisi alla vittoria del No. Ma meglio sarebbe stato rispondere apertamente alle accuse, opponendo magari all’analisi del segretario le proprie riflessioni sulle ragioni della sconfitta. Alla fine, invece, la minoranza pd, “vincitrice” al referendum, continua a comportarsi da perdente nel partito.

E qui emerge un altro dato interessante. Se c’è una critica che si può fare alla lettura renziana del risultato referendario è quella della sottovalutazione dell’ondata popolare contro la riforma costituzionale. Secondo Renzi, infatti, il governo non ha sbagliato nulla nella sua azione legislativa. Ma non ha saputo spiegare in modo convincente le sue decisioni e così gli elettori non hanno capito. È chiaro che una simile giustificazione è debolissima: basta ricordare tutti gli altri premier, a cominciare da Berlusconi, che l’hanno usata nelle loro sconfitte.

Qualcuno c’è stato, all’assemblea pd, che si è avventurato in analisi più complesse dell’accaduto, Ma non sono stati gli esponenti della minoranza, autoreclusi nel loro ghetto. Sono stati, nell’ordine, Dario Franceschini, Andrea Orlando e Maurizio Martina. E sono state, le loro, analisi interessanti, condotte con il massimo rispetto nei confronti di Renzi eppure capaci di far emergere punti di vista solo in parte complementari a quello del segretario.

I tre sono ministri confermati nel governo Gentiloni e sono anche personaggi dotati di prestigio e seguito all’interno del partito. Il che ci dice che esistono forze all’interno del Pd capaci di elaborazione autonoma e non riconducibili al renzismo oltranzista, nonostante facciano parte della maggioranza renziana. È forse da qui che potrebbero venire le novità se il segretario, come sospettano i suoi nemici, volesse condurre il partito ad un azzardo elettorale simile ad un suicidio collettivo. Nel qual caso entreranno in gioco altre incognite, a partire da quella che siede al Quirinale. Ma questa è una storia ancora tutta da scrivere.

Pd. Renzi zen e la sinistra vincitrice che si comporta da perdente ultima modifica: 2016-12-19T14:52:42+00:00 da PATRIZIA RETTORI

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