Kate Bush. Lasciatevi in-cantare

di LUCIO FAVARETTO 27 dicembre 2016

Anche questa volta andremo un po’ di corsa, omettendo e sorvolando un po’ sulla produzione e sulle note biografiche che si trovano abbondantemente in rete. Kate Bush, anno 1958, studia in un collegio molto selettivo. Oltre alla scuola, studia voce, pianoforte, tastiere, composizione, viene chiamata dalla Regina che le conferirà titoli illustri poiché le vendite dei suoi dischi in tutto il mondo hanno sollevato di un bel po’ il PIL inglese (Financial Times).

Kate all’età di quattordici anni manda un nastro, un manufatto registrato alla buona, a una casa discografica. Lo sente David Gilmour, il grande chitarrista dei Pink Floyd e viene subito richiamata per una registrazione fatta come si deve. Non è che l’inizio. L’usignolo Kate solleva il pentagramma sino a portare la voce che più in alto di così non si può.

Ogni volta che raggiungo una nota ne provo una più alta e poi una più alta ancora per esercitarmi.

Kate: la voce da soprano, dalla grana unica, mai sentita. Farà da scuola al mondo per i suoi lavori e per la voce, usata a guisa di strumento musicale. Un oceano di note da cui tanti attingeranno per sempre. La storia del pop inglese non potrà più prescindere da lei che ne sposta i valori. Omaggiandola come una tra le donne più capaci, preparate, creative e popolari del mondo.

La caratteristica di Kate Bush è di fare pop, musica popolare apparentemente alla portata di tutti. Ma se si ascolta fino in fondo, si può godere della complessità delle sue frasi d’orchestra, delle novità negli archi, poiché i violini le viole e i violoncelli, che strutturano la melodia, a volte divengono base ritmica al posto della batteria.  I testi fanno ridere, piangere, commuovono, come scrisse un critico inglese, generalmente poco tenero:

She moves me. Always. Mi commuove. Sempre. Ma mi lascia alla fine di ogni pezzo come in una giornata di sole in questo regno di pioggia

Consiglio ai lettori di ascoltare Hounds of love, un disco perfetto, un’opera vera e propria che esordisce con un pezzo apparentemente orecchiabile, e si sviluppa man mano nei passaggi che virano verso la musica classica, verso i cori del musical, sostando tra madrigali, cantate, musica elettronica, sino alle ballate irlandesi (sua madre era irlandese). Il tutto non è una citazione formale di questo o quel genere, ma un fluire costante, un passaggio tra i generi di cui non ci si accorge, tanto intensa e omogenea è la struttura compositiva.

In Cloudbusting, il brano che chiude la prima parte del disco, dedicato a Wilhelm Reich, lo psicoanalista, ci avvolge un coro di bambini mentre lei intona in piena melodia I just know that something good is gonna happen (“So che qualcosa di buono sta per succedere”). È un coro di voci bianche, che esulta insieme a lei, insieme ai violini, insieme a chi ascolta. Una strana commozione arriva alla nostra mente. Un senso di felicità perché Kate Bush non forza nessuna nota. Si limita a in-cantare coloro i quali si innamoreranno delle sue infinite galassie di marce: adagio, andante con brio, forte. Se si dovesse scrivere una storia del pop, ripeto, Kate Bush ne è un capitolo fondamentale.

Kate continua a produrre, con calma rivendicata, un disco ogni tanto. Consiglio di vedere i video di ogni pezzo su youtube. Ha studiato alla scuola di mimo di Lindsay Kemp, il folletto che nel Sogno di una notte di mezza estate volteggiava per i palcoscenici del mondo, facendoci tornare bambini e caricando di cipria e lustrini il teatro shakespeariano. Kemp fu quello che insegnò a David Bowie a muoversi, a diventare un personaggio. E Kate studiando con lui, impara e dice:

io non credo di avere nulla di interessante da dire di me stessa quando sono dal vivo. Racconto con i miei pezzi, anche con il corpo, e soprattutto con l’autoironia.

Sono elegie sonore i dischi di Kate, da tenere preziosamente, da tenere tutti ed ascoltarli sempre, come certi libri che non abbandonano mai i nostri comodini e che ci hanno cambiato.

La seconda parte di Hounds of love dura per tutta la facciata (si trova anche in vinile). È una partenza di note acute del piano, in un tocco dolce e determinato: incalzano gli archi, che incominciano a scandire la discesa agli inferi, la voce da acutissima scende in basso, in forma quasi demoniaca, ed è sorprendente. Kate Bush incalza con la melodia e, a ragion veduta, racconta le sue storie con interferenze sonore. È tra i primi, infatti, a usare rumori, cigolii, porte, che si chiudono e si aprono, parole registrate, frasi rubate ai suoi genitori per evocare, per gettare sassi sullo stagno dei suoi ricordi d’infanzia e farli affiorare. Si sente, tra un’orchestrazione e l’altra, la voce della madre anziana mentre prega, il padre che dice: metti giù i piedi dal tavolo, la madre che interferisce con la musica e sussurra proverbi: “ogni vecchio calzino incontra la sua vecchia scarpa” ed è un sentire, ripeto, evocativo. Kate evoca noi stessi, la bonarietà educativa dei genitori, la musica che è vita anche nei ricordi più belli dei genitori quando li abbiamo perduti.

Il disco continua dopo alcuni minuti bassi e gravi, spiccando di nuovo il volo. Ma compare la voce (reale) degli astronauti registrati in volo oltre la terra, e dalle registrazioni dei lanci di Houston (quante ne abbiamo sentite e quanto sono suggestive!) una radio ci arriva dallo spazio, e il nostro corpo e il nostro subconscio si chiudono, per la gravità delle note e del canto. Dalla parte più buia della terra giriamo verso il sole. Tre note di chitarra acustica aprono lo spazio, mostrano l’azzurro del cielo di Bataille, e Kate intona Hello heart (“Ciao Terra”) a chiusura felice, solare del disco. È un disco dove il pianoforte accompagna la melodia della sua voce, dove entrano i violini per dare una base ritmica, aumentano la pastosità del suono che si fa forte, si fa suono che pesa. Kate ci comprime completamente. Usa il coro dei Popol Vuh, un gruppo tedesco che scrisse la colonna sonora del Nosferatu di Herzog, poi vola su una ballata che ha la struttura del canto popolare irlandese, ci fa sentire le voci dei genitori e chiude con la chiamata via radio degli astronauti congedandosi con un saluto felice alla terra.

Scritto così, potrebbe sembrare un discorso musicale frammentato, mentre la capacità di Kate è nell’unire i suoni con un amalgama di fili. È tutto oro zecchino, oro compositivo continuo. C’è un’eleganza straordinaria, nella cura e nella struttura di tutte le sue opere. Un eleganza musicale che è propria della grande musica Inglese. Astronauti, voci dei genitori, romanticismo tedesco, canzone irlandese, orchestra sinfonica e pianoforte, questi i tanti ingredienti. Tutto va in modo coerente e compatto.

Molti di noi avranno sentito qualche pezzo distrattamente in radio, ma i brani passati sono solo dei piccoli indizi, servono per scaldare l’orchestra come fa il maestro per poi portarci in ogni dove, forse nei ricordi, nel futuro, nella musica che parla tutte le lingue del mondo perché è la Lingua del Mondo. Alcuni potrebbero storcere il naso perché, soprattutto con gli ascolti distratti, si resta in superficie. Ma se avete un buon impianto di riproduzione che non tagli le frequenze, scoprirete di non aver ancora sentito tutte le note, gli strumenti, le idee, le voci, la sua voce e il suo tocco, in tutti questi anni.

È toccante quando canta da sola accompagnandosi al pianoforte, e orchestrando la melodia. The Moment of Pleasure, brano di un disco successivo, è un addio agli amici che se ne sono andati. Kate, dopo la morte della madre, ci regala ricordi struggenti. C’è dentro la storia della poesia inglese, quella antica e quella più recente. Grandi poeti, grandi musicisti, grandi quadri per un esposizione dell’anima. Gli amici vengono salutati uno per uno in questo brano incredibile per voce, pianoforte e orchestra.

Ciao Peter, stai ballando ancora nel corridoio di un aereo? Ciao Mike, stai suonando ancora il refrain con la chitarra elettrica?

Kate omaggia e saluta amici e musicisti persi per strada. Il video è lei che gira continuamente su se stessa, come in una danza sufi, stemperando la malinconia meravigliosa del pezzo in una specie di ripresa che dona a tutti la circolarità del tempo. I testi sono stelle filanti nei cieli della musica. Sono imprescindibili dalla musica e la musica è imprescindibile dai testi, ma attenzione: i suoni non commentano i testi. Non c’è mai enfasi retorica. Si scopre, che con forme e detti diversi, le madre e il padre di Kate dicevano le stesse cose dei nostri genitori. Non c’è più né Inghilterra, né America, né Italia: l’infanzia è il luogo più comune al mondo. Sono frammenti di senso, le storie ci sono quando raccontano un romanzo come Cime tempestose, il resto è evocazione continua, la preghiera del poeta che chiama le parole e trova quelle giuste per toccarci. Ci si sente in buona compagnia e tanto talento impedisce la solitudine. I genitori di tutto il mondo si somigliano, non servono barriere e la sua musica le rompe tutte: quelle del genere musicale e quelle del racconto.

The sensual word. Dedicato a Molly Bloom dell’Ulisse di Joyce. Kate sfiora con voce leggera il ritmo sinuoso del pezzo di apertura. Canta il primo brano in understatment. Chi ha una voce come la sua, può permettersi anche di usarla così, con disinvoltura, facendola scivolare nella musica senza usarla in acuto. Nel disco crea un gruppo senza precedenti. Il trio bulgaro (le cantanti, donne che fanno i cori tradizionali bulgari), David Gilmour, il chitarrista dei Pink Floyd, e Prince. Come stanno insieme? Attraverso la composizione di Kate, dove ognuno di loro viene “usato” semplicemente perché musicalmente funzionale al suo progetto. Nel brano The fog, La nebbia, le voci del trio sono l’unico accompagnamento. Kate canta sopra i loro straordinari vocalizzi. Ma a un certo punto, mentre il testo dice: and shooted into the night (e sparò alla notte), la musica si apre, i volumi si alzano e la chitarra elettrica del geniale David Gilmour rimbalza, parte in un lungo assolo mentre il coro vocalizza scandendo il ritmo del pezzo. Dopo il primo ascolto, lo si rimette dall’inizio, poi lo si rimette ancora e si sente quanto e come la musica possa volare così in alto. Kate si è sempre avvalsa di grandi musicisti. Li chiama all’uopo, fa leggere loro gli spartiti, prova per molto tempo, registra e produce nella sua casa gli album.

Aerial a sky of honey è un doppio disco, un giubileo per la nascita del figlio. Un acquerello, poi una tempera, poi una mano espressionista, poi “un cielo di miele” come dal titolo. Miele su Roma Roma mia, bella, tesoro mio e una levità che si accorda la felicità della maternità, senza ostentazioni retoriche, un inno pacato alla gioia, dove fa capolino la voce parlata del figlio. Mentre la madre riesce a vocalizzare cinguettando, ridendo, donando vita e piacere. Con grande tranquillità entrano gli strumenti, uno dopo l’altro, si giustappongono e si schierano per celebrare la nascita del bimbo. E anche qui attraverseremo, in termini compositivi, ogni genere, ogni luogo, e tante storie da narrare, ogni prodigio che uno può sognare. Poiché in questa fase tutto è prodigio, dal pianissimo sino alla fase ritmica, un colore stabile di qualcosa che somiglia ad panorama soleggiato di aprile.

L’ultimo disco (è un disco di musica classica) si apre con la voce da controtenore del figlio. Il titolo è: cinquanta parole per dire neve, 50 words for snow. È una lenta notte di neve che porta al duetto, divenuto famoso, con Elton John. Dopo l’inizio, cantato dal figlio diventato più adulto, madrigali e orchestra si sollevano lentamente, lasciandoci raccolti, in pace con noi stessi, che fuori nevica….

Da non perdere assolutamente il video fatto da Kate con un artista olandese. Con immagini tra la l’animazione e il tratto, si sente addosso l’umidità della campagna inglese, i fiocchi di neve raccontati dalle ombre che scollinano in bicicletta, mentre arriva la sera in campagna. Kate Bush è tornata! Durante una breve conferenza stampa per la premiazione della Critica a quest’ ultimo lavoro Kate, lei dice soltanto, ringraziando chi è intervenuto nel disco:

ho avuto appena un anno per comporre, scusate se sono nervosa, ma per me un anno per un disco è veramente, veramente pochissimo tempo e non amo fare le cose in fretta.

Nel 2014 al Hammersmith Apollo, a Londra, Kate tiene uno dei suoi rari concerti. Un evento abbastanza raro. Il pubblico del “tutto esaurito” è fatto di quattro generazioni. I nonni, i padri, i figli, i nipoti in poche ore arrivano da tutta l’Inghilterra. Il concerto è molto bello, tutte e quattro le generazioni contente. Ogni nuova generazione, la ama come ama i Pink Floyd. Non capita a tutti.

Ci aspettiamo altre sorprese e altre date, da Kate Bush. Le dobbiamo Bjork, Thory Amos, Florence and the machine, tante bravissime musiciste contemporanee.

A presto Kate, con un nuovo disco. E in queste vacanze di Natale ascoltatela bene, senza interruzioni, concedetevi una tregua dal fracasso del mondo. Per coloro che ne fossero interessati è appena uscito un cofanetto Before the down che raccoglie, rimasterizzati, alcuni dei suoi migliori lavori. Ho tralasciato come sempre molto altro della sua produzione, ma è difficile in uno spazio anche se di approfondimento, dire tutto. Ho preferito portarvi un paio di dischi da casa e cercare, chiedendo misericordia ai vocaboli, di farveli sentire. C’è grande musica, fuori dai centri commerciali.

Kate Bush. Lasciatevi in-cantare ultima modifica: 2016-12-27T19:56:31+00:00 da LUCIO FAVARETTO

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