L’Italia di Maspes, di Carosello e del Proporzionale

scritto da GIOVANNI INNAMORATI

Al Vigorelli andavano in delirio per vedere Maspes e Gaiardoni; ma quello che mandava tutti in brodo di giuggiole non era l’esplosione dei due velocisti che sembravano spezzare le pedivelle delle loro biciclette per la potenza che vi imprimevano negli ultimi duecento metri della corsa. No, si andava a vedere quanti minuti restavano lì immobili, in surplace, aspettando che fosse l’avversario a lanciare la volata: dieci minuti, venti, trenta…Maspes arrivò anche a sessanta minuti. Riuscivano a rarefare anche il respiro e il battito cardiaco, nella loro immobilità. E la gente, tornando a casa, parlava eccitata di quei lunghi minuti di immobilità, non dei dieci secondi di volata decisiva per la vittoria. Quella poi era secondaria.

Nei giorni successivi al 4 dicembre ho pensato che se esiste un “manifest destiny” per l’Italia, esso è racchiuso in quell’immobilismo, e soprattutto nell’eccitazione di quanti si compiacciono di esso, come i tifosi del Vigorelli. Non alludo ai commenti grevi che si sono letti sui social l’indomani del referendum, ma per esempio a quelli compiaciuti di quei costituzionalisti che hanno chiesto di espellere dall’Associazione Italiana Costituzionalisti, quei loro colleghi che avevano preso posizione a favore della riforma costituzionale, tentando di srotolare di dosso alla nostra Carta le bende che la hanno quasi trasformata in una mummia irriconoscibile, rispetto all’originale.

Sante Gaiardoni e Antonio Maspes

 

Già, l’originale. Ci ritroviamo dunque tra le mani l’aspetto più incredibile di quel testo scritto apposta perché nessuno potesse vincere le elezioni. Questo elemento, infatti non è casuale, ma è insito nel meccanismo della “Carta più pazza del mondo”, redatta quando l’Italia era appesa a metà tra i due Blocchi. Due Camere elette da due corpi elettorali diversi (articoli 56 comma 1 e 58 comma 1), per di più con due sistemi elettorali diversi (articolo 57 comma 1). E però tutti e due i rami del Parlamento rappresentano la nazione (articolo 67): la rappresentano anche i senatori per la cui elezione viene esclusa dal suffragio universale una intera classe di età, quella dai 18 ai 25, cioè quella generazione che dovrebbe avere più voce in capitolo. Gli under 25 non votano i senatori, ma questi li rappresentano. Insomma per questi quattro milioni di italiani, i primi tre articoli della Costituzione non valgono. Ma si deve ripartire da lì, visto che come italiani abbiamo deciso così. Nel 1947-48 si fece questa scelta per paura, per il timore che vincesse “l’altro”; anche oggi ha vinto la paura, e forse qualche altro sentimento o risentimento.

Molti di quanti hanno “vinto” il referendum hanno auspicato un ritorno al proporzionale puro. In effetti visto il meccanismo, rinviando la costruzione delle coalizioni di governo a dopo le urne si avrebbero maggiori possibilità di riuscire ad avere maggioranze omogenee nelle due Camere, che non con un sistema tendenzialmente maggioritario in cui le alleanze si dichiarano agli elettori prima del voto.

Il ministro Maurizio Martina, che pure si è impegnato nella campagna per il sì, in una intervista apparsa il 15 dicembre ha invitato a prendere atto che la stagione iniziata nel 1991 con i referendum elettorali è finita, che è opportuno tornare al proporzionale, specie in un sistema tripolare o quadripolare come quello attuale. Uno dei leader della minoranza del Pd ed ex segretario, Pierluigi Bersani, ha fatto un ulteriore passo: a suo giudizio il suo partito dovrebbe eliminare dallo statuto l’identificazione della figura del segretario con quella del candidato premier, e inoltre dovrebbe abbandonare anche le primarie, facendo eleggere il segretario ai soli iscritti. Un ritorno alla Prima Repubblica, dove questa espressione non va usata con connotazioni negative o dispregiative, ma solo descrittive.

Ma c’è una serie di elementi che rendono politicamente e giuridicamente impossibile salire nella macchina del tempo e tornare a 45 anni fa (la crisi istituzionale della Prima Repubblica inizia proprio ai primi degli Anni Settanta). Innanzi tutto il proporzionale puro significa che l’elettore non ha alcun potere e delega in toto la propria sovranità prevista dall’articolo 1 della Carta ai partiti. Consegna ai partiti anche la scelta del proprio parlamentare perché è statisticamente accertato che la singola preferenza è impotente rispetto al voto organizzato dai partiti e dai loro iscritti. L’assenza di una legge sui partiti, di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, rende almeno dubbia la legittimità di un sistema con preferenza (anche se la Consulta nella sentenza 1/2014 non ha valutato questo elemento). Ebbene cinquanta o settant’anni fa i partiti avevano una autorevolezza e una autorità che oggi non hanno minimamente. Come osservava Vezio Crisafulli, i partiti italiani che avevano fatto la Resistenza, “precedevano” la Costituzione stessa, e la fondavano.

Oggi nelle indagini demoscopiche i partiti sono le istituzioni in cui gli italiani hanno meno fiducia (il cinque per cento) La felice formula del “cittadino arbitro”, coniata dal prof. Roberto Ruffilli, indicava la giusta strada per ridare legittimità ad un sistema entrato in profonda crisi: più potere in mano ai cittadini, un po’ meno ai partiti in attesa di una loro rifondazione diversa dalla Resistenza e dalle ideologie o culture politiche del Novecento. E fu la strada seguita dopo la stagione dei referendum del 1991 e del 1993, con la riforma elettorale poi chiamata Mattarellum, un maggioritario con collegi uninominali a turno unico.

Ma c’è una riforma costituzionale, votato dallo stesso Bersani e dal Pd quando era sotto la sua guida, che impedisce un ritorno al proporzionale. È la riforma che ha introdotto agli articoli 81 e 119 della Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio (Legge Costituzionale n 1 del 20 aprile 2012). Una legge approvata con convinzione dal Pd di Bersani, tanto è vero che lo stesso segretario aveva presentato una propria Pdl alla Camera per introdurre questo principio nella Carta (AC 4646) che andò ad affiancarsi a quello presentato da Governo Berlusconi (AC 4620) per recepire il Trattato del Fiscal Compat.

Ebbene nelle coalizioni che nascono dopo le urne la costruzione dei programmi avviene attraverso il ricorso al deficit, come storicamente è avvenuto nella Prima Repubblica, specialmente nell’ultimo periodo, quello in cui i partiti avevano perso la propria autorevolezza e dovevano quindi procurarsi un consenso attraverso leggi di spesa a favore dell’una o dell’altra categoria che erano le loro “constituency”. Più è bassa l’autorevolezza e più è artificiosa la coalizione, e più alto è il livello di ricorso a norme che rincorrono l’elettorato. Nella Seconda Repubblica, con l’introduzione dei vincoli di Bilancio provenienti dai Trattati europei, la compensazione è arrivata su leggi ideologiche, altrettanto devastanti rispetto a quelle in deficit: legge Fini-Bossi sull’immigrazione, legge Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze, ecc.

Masi Special da pista degli Cinquanta del secolo scorso, un vestito su misura concepito per un campione del mondo della velocità, Antonio Maspes

Ma c’è di più. La riforma costituzionale del 2012 ha in sé insito un sistema maggioritario. Come è noto è onere del Governo presentare in Parlamento la Legge di Bilancio, e all’Esecutivo spetta l’indirizzo generale di governo del Paese, specie dopo la nostra adesione all’Ue e all’area Euro: è il Governo che risponde davanti alla Commissione europea, ed è il Governo che siede al Consiglio Europeo, che rappresenta una sorta di Camera bassa o Camera federale dell’Unione. Anche la recente legge (la cosiddetta Legge Boccia) la n 163 del 4 agosto 2016, che ha riformato la contabilità dello Stato, cambiando la denominazione della Legge di Stabilità in Legge di Bilancio, non solo accentua il ruolo del Governo, ma addirittura aumenta i poteri del Presidente del Consiglio. Una legge votata in entrambi i rami del Parlamento da tutti i partiti tranne M5s, e da tutto il Pd, compresa la minoranza. Come a favore ha votato Fi, ora convertitasi al proporzionalismo.

Un maggior accento sul ruolo del Governo, se vogliamo rispettare la sovranità dei cittadini prevista dall’articolo 1 della attuale Carta, implica che questi possano dire la loro nella nascita dell’Esecutivo; non basta che le loro posizioni siano “fotografate” nella rappresentanza parlamentare. D’altra parte come sottolineava Harold D.Lasswell la politica è sintetizzabile nella formula: “Who gets What, When, How” (Chi ottiene Cosa, Quando e Come). Vale a dire la politica è un agire sulla realtà per plasmarla, trasformarla, governarla, indirizzarla e non una semplice Agorà in cui si confrontano le idee. La nostra è tuttora una democrazia rappresentativa, ma è destinata a perire (sotto la pressione delle teorie rousseauiane della democrazia diretta di M5s) se non c’è una “accountability”, un principio di responsabilità dei politici eletti dinanzi ai cittadini, ai quali devono rispondere. Ma si risponde di ciò che ci si è impegnati a fare; oggi nessun cittadino si accontenta che il proprio eletto risponda solo di ciò che si impegna a dire.

Al grande pistard milanese cui era destinato questo bellissimo modello è stato intitolato il velodromo meneghino, che oggi si chiama Maspes-Vigorelli.

Ma un ritorno al proporzionale e al partito tradizionale è irrealistico anche per ragioni sociali, come ha sottolineato Angelo Panebianco sul Corriere della Sera il 23 dicembre scorso. Il partito di massa svolgeva un ruolo educativo (in senso lato) attraverso le proprie organizzazioni territoriali: alla sezione o al circolo, non si parlava solo dei problemi locali, ma venivano organizzati incontri con i parlamentari e i dirigenti per affrontare anche tematiche generali, comprese le problematiche di politica internazionale. Oggi il livello di istruzione media è assai più elevato, il segretario di un circolo ha un titolo di studio analogo a quello degli altri iscritti, e tutti noi abbiamo possibilità di approfondire temi generali su mezzi una volta inesistenti.

Se vogliamo capire ciò che accade in Turchia – per fare un esempio – abbiamo Limes o riviste e blog on-line assai ben fatti. Senza contare che la fine delle grandi ideologie del Novecento, che interpretavano e spiegavano la società e il Mondo, ha tolto ai partiti e ai loro dirigenti il principale strumento educativo e di indirizzo. Perché mai un deputato della Commissione esteri del mio partito dovrebbe avere migliori capacità di spiegarmi ciò che accade in Turchia che non un esperto di un centro studi?

Qui dunque si pone il problema di una ridefinizione della forma-partito in termini diversi da quelli del passato. Pensare di resuscitare il partito pedagogico-paternalista del buon tempo passato, quello di quando c’era Carosello in bianco e nero, di quando c’era Rosso Antico e Bianco Sarti, è una illusione che forse può essere rassicurante ma che è fuorviante.

Ma c’è un non detto, riferito con aria di sufficienza in Transatlantico al sostenitore del maggioritario: “non hai capito nulla: con il maggioritario mettiamo il Paese in Mano ai Cinque Stelle, mentre con il proporzionale non arriverà mai al governo”. Sì perché, secondo questo ragionamento, i partiti dell’”arco costituzionale”, cioè quelli europeisti, otterrebbero complessivamente la maggioranza dei seggi in Parlamento, dando quindi vita a governi di Grande Coalizione.

Ma siamo così sicuri di questo scenario? Siamo sicuri che il Pd otterrebbe il trenta-trentacinque per cento (da sommare al quindici per cento di Fi) se si presentasse agli elettori prospettandogli un futuro governo con il Grande Satana, con Silvio Berlusconi, con l’uomo che è stato demonizzato per Venti Anni? È assai più probabile che i partiti cosiddetti anti-sistema, M5s, Lega, Fdi (più Sinistra Italia che deve decidere che natura vuole avere), superino loro il cinquanta per cento dei consensi. E in quel caso perché non dovrebbero accordarsi per dar vita ad un Governo? Abbiamo visto già in questa legislatura congiungersi i voti di M5s, Lega, Fdi e SI, da ultimo nella mozione di sfiducia al ministro Poletti, predisposta di Si e appoggiata da Lega e M5s.

Sergio Bianchetto a terra

 

Ai nostalgici del ritorno al proporzionale e alla forma partita di un tempo, vorrei ricordare un episodio a mo’ di monito. Il record di surplace di Maspes alla fine fu battuto. Al velodromo di Masnago, il 27 luglio 1968, ai campionati italiani, Giovanni Pettenella e Sergio Bianchetto rimasero piantati lì, per 63 minuti. Ma appena Bianchetto si mosse per tentare di lanciare la volata, perse l’equilibrio e si schiantò per terra. Dovettero rianimarlo con i sali.

L’Italia di Maspes, di Carosello e del Proporzionale ultima modifica: 2016-12-29T12:33:42+02:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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