“Mio nonno Jorge Peña Hen, vittima di Pinochet”. Incontro con Maria Belén

Attrice e danzatrice di Butoh, dedica un omaggio al Maestro con “Jorge Peña Hen, las últimas horas del maestro”, frutto di una fusione di differenti linguaggi. L'abbiamo intervistata a Santiago
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

[da Santiago del Cile]
María Belén Espinosa Peña era ancora lontana dal nascere il 16 ottobre del 1973, quando suo nonno Jorge, musicista e compositore icona della cultura cilena, fu assassinato assieme ad altri quindici prigionieri politici a La Serena dai sicari della Carovana della Morte per la sua vicinanza al partito socialista.

Nata in Venezuela e giunta in Cile solo all’età di tre anni, ha potuto però respirare fin dall’inizio la grande considerazione in cui l’opera del suo avo è tenuta nel paese, che continuamente ne omaggia figura e attività.

Musicista conosciuto anche in Italia, dove La Fenice di Venezia ha allestito nel 2005 la sua “Cenerentola” al Teatro Malibran, Jorge Peña Hen ha lasciato una traccia indelebile nella cultura del paese latino americano per la sua attività di compositore e per aver dato impulso alle orchestre infantili.

María Belén Espinosa Peña

María Belén, attrice e danzatrice di Butoh, lavora in una compagnia teatrale che si chiama “la Ruta de la memoria” che opera sui temi dei diritti umani e della violenza di genere. E a distanza di quarantatre anni dalla morte del nonno, gli dedica un omaggio con “Jorge Peña Hen, las últimas horas del maestro”, che ha debuttato nel Teatro Municipale de La Serena lo scorso ottobre, e che è stato presentato recentemente anche nella città argentina di Mendoza nell’ambito di un festival di arte contemporanea.

Butoh, spiega María Belén, è un linguaggio scenico che è nato in Giappone dopo il lancio della bomba atomica di Hiroshima. Un linguaggio che sta più o meno nel centro tra il teatro e la danza, essendo una disciplina che maneggia le energie del corpo Yin e Yang, differenti qualità del corpo quando è vivo, quando è morto. Come se fossimo marionette. Insomma, qualità del movimento che si mettono in scena.

Grazie a questa tecnica per la quale il corpo dell’attore è tutto ricoperto di bianco e portando a termine un lavoro che l’ha impegnata per tre anni, la giovane autrice cilena mette in scena le ore finali del nonno Jorge Peña Hen, l’ultimo mese prima di essere assassinato. E quello che successe in seguito alla sua morte fino al ritrovamento, venticinque anni dopo, dei suoi resti assieme a quelli delle altre vittime del 16 ottobre del ’73 volute da Pinochet.

Frutto di una fusione di differenti linguaggi, lo spettacolo mette al centro in primo luogo il Butoh, chiamato a interagire con le immagini filmate da Álvaro Riquelme, che con la Espinosa ha collaborato per anni al progetto, proiettate su uno schermo. Immagini in gran parte filmate a La Serena in quanto lì sono i luoghi emblematici dell’esistenza di Jorge Peña Hen.

Prima e dopo la sua morte. Lì sono il Teatro, il cimitero, il carcere, il reggimento e il fiume Elqui, dove le sue ceneri sono state sparse dopo il ritrovamento dei suoi resti venticinque anni fa. Un tutto tenuto assieme dal disegno sonoro creato da Simón Olea, che ha lavorato su alcune composizioni di Jorge Peña curando particolarmente le atmosfere e le emozioni e fornendo un contesto alle musiche del compositore cileno.

Come dice il titolo, precisa María Belén, la mia opera affronta soprattutto l’ultimo mese di vita di mio nonno fino a quando fu arrestato e portato in carcere dove compose la sua ultima melodia scrivendo su un pezzo di carta con dei fiammiferi bruciati. Fino a quando lo uccisero. Poi c’è un salto temporale di venticinque anni in cui Jorge Peña Hen è stato nascosto, sepolto in un buco orribile al fondo del cimitero de La Serena. Furono venticinque anni di silenzio senza che nessuno sapesse nulla di lui. Questo è ciò di cui parla la mia opera.

Nel prossimo mese di gennaio “Jorge Peña Hen, las últimas horas del maestro” andrà in scena nel Festival de Teatro de Recoleta e successivamente sarà presentato anche nell’impressionante Museo de la Memoria a Santiago. Dove alla figura del Maestro, alle accuse assurde mossegli dal regime militare di aver portato armi da Cuba dentro le custodie degli strumenti dei suoi allievi, e alla sua fine brutale è dedicata una sezione.

Nel mentre la sua foto appare tra le altre infinite immagini delle vittime della dittatura nella grande parete del Museo, dove i numerosi visitatori sostano in silenzio dopo aver seguito un percorso che dai filmati storici di Salvador Allende dal Palacio de la Moneda la mattina dell’11 settembre li porta attraverso i crimini contro l’umanità commessi dalla giunta militare che dispensava morte, ai più fortunati consentendo la via di un lungo esilio.

“Mio nonno Jorge Peña Hen, vittima di Pinochet”. Incontro con Maria Belén ultima modifica: 2016-12-29T13:43:59+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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