Squalo, camaleonte. E colomba. Akbar Hashemi Rafsanjani

scritto da SIAVUSH RANDJBAR-DAEMI
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Lo Squalo non c’è più, il Giulio Andreotti della politica iraniana, è deceduto all’improvviso domenica pomeriggio in seguito a una crisi cardiaca che lo avrebbe colpito, secondo alcune voci, mentre si trovava in piscina.

 L’82enne Machiavelli di Teheran, l’uomo che sin dal 5 febbraio  1979, data in cui comparve accanto all’ayatollah Khomeini nella conferenza stampa di presentazione del primo governo post-rivoluzionario, ha giocato un ruolo di primissimo piano nel complesso sistema della Repubblica islamica.

Viceministro nel 1979, presidente del Parlamento dal 1980 al 1988, primo presidente “esecutivo” dal 1989 al 1997, capo del Consiglio di Discernimento da allora alla morte. Rafsanjani è passato attraverso i diversi rami dello Stato e occupato poltrone, senza però ascendere alla successione di quel Khomeiny che non si stancava di ricordare a tutti che, fintantoché Rafsanjani rimaneva in attività, il proseguio della Rivoluzione era assicurato.

Molti a Teheran sono rimasti attoniti: la Repubblica islamica, senza di lui, pur oggi è paragonabile a una Prima repubblica negli anni Settanta priva di Andreotti – con cui peraltro Rafsanjani mantenne un discreto rapporto d’amicizia a distanza –, o a un Fidel Castro, fosse deceduto qualche decennio fa.

Akbar Hashemi Rafsanjani, 1949

Nonostante l’indebolimento della sua posizione in seguito alle proteste dell’Onda verde del 2009, Rafsanjani è rimasto un perno della politica di Teheran, detestato da molti, osannato da altri, ma indispensabile per mantenere gli equilibri di un sistema politico molto frazionato e in preda a crisi politiche frequenti. Dei tanti momenti in cui Rafsanjani si è adoperato per assicurare stabilità e ripristinare equilibri, un instante sovrasta gli altri: nel giugno 1989, a quarantotto ore dalla morte di Khomeiny, fu lui a insistere, di fronte al “conclave” dell’Assemblea degli Esperti, sulla preferenza del padre fondatore per l’affidamento della successione al suo vecchio alleato e compagno politico, Ali Khamenei. 

All’anagrafe Akbar Hashemi BahramaniRafsanjani nasce nel 1934 nella città di Rafsanjan, nei pressi di Kerman, in una regione nota per la produzione di pistacchio, fonte, secondi innumerevoli voci, di un patrimonio notevole appartenente allo Squalo stesso. Di famiglia agiata, Rafsanjani intraprende gli studi clericali nella città-santa di Qom, in un periodo in cui l’Ayatollah Khomeini sta muovendo i primi passi della sua indomabile opposizione allo Scià.

Akbar Hashemi Rafsanjani e Seyyed Mohammad Khātami

Dopo un viaggio “on the road” negli Stati Uniti, Rafsanjani e arrestato e torturato dalla polizia segreta monarchica – tanto da fargli perdere la capacità di far crescere la barba musulmana d’ordinanza, sviluppo alla radice del soprannome – prima di diventare uno dei chierici più in vista durante il tornado rivoluzionario del 1978-79. Khomeiny lo vuole subito accanto a se nei primi momenti dell’amministrazione statale post-monarchica, che prende forma negli ultimi giorni del regime dello Scià.

Akbar Hashemi Rafsanjani e la Guida Suprema Ali Khamenei

L’anno seguente, Rafsanjani diventa presidente del Parlamento, carica che ricoprirà per l’intera durata della lunga e sanguinosa guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. Per otto lunghi anni, Rafsanjani oscillerà tra il sostegno alla posizione dei radicali, che sostengono che la strada per raggiungere Gerusalemme passi attraverso Bagdad e Karbala, e coloro i quali premono per una conclusione delle ostilità dopo la riconquista della città di Khorramshahr nel 1982.

Nel 1986, Rafsanjani si fa sostenitore a metà di un maldestro tentativo di disgelo nei rapporti tra Teheran e Washington quando autorizza alcuni collaboratori, tra cui Hassan Rohani, a entrare in negoziati con una delegazione americana che giunge a Teheran con a capo Robert McFarlane, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Ronald Reagan. Due anni dopo, Rafsanjani è tra coloro che spingono di più per la fine delle ostilità contro Saddam, sostenendo l’impossibilità di proseguire nello sforzo bellico.

Hassan Rouhani e Rafsanjani durante l’assedio di Bassora nella guerra con l’Iraq

Nel 1989 Rafsanjani dà vita a un asse con il presidente uscente Ali Khamenei, con cui riesce a sbaragliare gli avversari interni, raccolti attorno a figure quali il premier Mir-Hossein Moussavi, per porsi al controllo dell’Iran post-Khomeiny. Mentre Rafsanjani ricorda all’Assemblea degli Esperti che Khomeiny aveva raccomandato Khamenei quale suo successore in seguito alla caduta in disgrazia dell’ayatollah Hossein-Ali Montazeri, erede designato dal 1984, Khamenei spinge per un’elezione-plebiscito che sancisce l’inizio della presidenza Rafsanjani.

Rafsanjani con i comandanti militari durante la guerra con l’Iraq

Dal 1989 al 1997 l’Iran attraversa un periodo in cui Rafsanjani tenta di promuovere la rapida ricostruzione del Paese lasciando ai margini i fermenti della dinamica politica. Così, mentre la sinistra interna al regime islamico, che lo mette in imbarazzo chiedendo il riconoscimento politico dei golpisti anti-Gorbaciov nel 1991 o l’entrata in guerra a fianco di Saddam dopo l’invasione del Kuwait, e gli intellettuali laici vengono severamente censurati, Rafsanjani riesce nello sforzo di far ripartire l’economia e a riparare le infrastrutture malconce del Paese.

L’avvento al potere dei riformisti, molti dei quali provengono da quelle fazioni di sinistra spinte ai margini della vita politica da Rafsanjani a cavallo tra il 1988 e il 1992, è però occasione per runa serie di regolamenti di conti. La stampa moderata della vivace Primavera di Teheran del 1997-2001 non perde occasione per accusare Rafsanjani di collusione con i servizi deviati, che sono dietro la morte di una dozzina di figure intellettuali e politiche d’opposizione.

Nel 2000, Rafsanjani finisce al trentesimo e ultimo posto valido per l’ingresso in Parlamento nella circoscrizione di Teheran. Dopo una campagna mediatica senza esclusione di colpi, la stampa riformista riesce di fatto a ottenerne, dopo un riconteggio, l’estromissione da quel Majles su cui aveva imperato negli anni Ottanta. Con un colpo di reni, Rafsanjani riesce però a rimettersi in carreggiata alleandosi con i conservatori per frenare le spinte trasformative dei seguaci dell’allora presidente Mohammad Khatami.

Akbar Hashemi Rafsanjani all’università Azad

Le riforme messe in cantiere dal Parlamento a larga maggioranza riformista del 2000-2004, come l’adesione dell’Iran al CEDAW, la convenzione contro la discriminazione femminile, sono sospese sine die quando, come prescrive la costituzione, il Consiglio per il Discernimento capitanato da Rafsanjani le prende sotto considerazione in seguito alla bocciatura da parte dell’ultra conservatore Consiglio dei Guardiani.

Rafsanjani tra Golpaygani e Ahmadinejad

Nel 2005, Rafsanjani si presenta candidato alle presidenziali, proponendosi come unica figura in grado di rompere l’impasse tra riformisti e conservatori. Rafsanjani è però sconfitto da Mahmoud Ahmadinejad, il semi-sconosciuto sindaco di Teheran che riesce, con la sua retorica populista anti-sistema, a convincere molti a imbrattare i poster elettorali di Rafsanjani con la scritta dozdo “ladro”, amplificando  le leggende metropolitane, mai smentite con efficacia, sulle ricchezze accumulate dalla sua famiglia. La sconfitta al ballottaggio contro Ahmadinejad e una ferita mai del tutto guarita. Per anni Rafsanjani sostiene di aver perso a causa di ingerenze dei poteri forti, Pasdaran in testa.

Le numerose crisi di Ahmadinejad, e il rapido isolamento nel Paese in seguito alle boutade anti-israeliane del focoso successore di Khatami, e il rapido sviluppo del programma nucleare iraniano hanno l’effetto di ricompattare il fronte moderato. Nel 2009, Rafsanjani offre il suo tacito sostegno a Mir-Hossein Moussavi, uno dei leader dell’Onda verde. Alla vigilia del fatidico voto del 12 giugno, lo Squalo scrive una lunga lettera al suo vecchio compagno d’armi, invitando Khamenei a bloccare sul nascere possibili brogli. Nonostante i tentativi di attestarsi su una posizione di distacco dall’Onda verde, ma critica nei confronti di Ahmadinejad in seguito al divampare delle proteste, Rafsanjani paga la vicinanza di due dei suoi figli, il faccendiere Mehdi e la pasionaria Faezeh, a Moussavi. Mentre Mehdi e costretto a lasciare il Paese e Faezeh e arrestata, a Rafsanjani e impedito – per sempre – di condurre le Preghiere del Venerdì, un’occasione a cui non mancava dai primi anni Ottanta.

Akbar Hashemi Rafsanjani annuncia la sua candidatura nel 2013

Nel 2013, Rafsanjani tenta, per la terza volta, la corsa alla presidenza. Quando raggiunge il ministero degli Interni, c’è un tripudio in strada ad accoglierlo, a pochi minuti dalla scadenza delle registrazioni. Lo Squalo riceve però l’ultimo tiro mancino, l’estromissione dalla corsa da parte del Consiglio dei Guardiani a causa dell’età avanzata. La decisione del Consiglio spiana la strada  all’ascesa di Hassan Rohani, il delfino di Rafsanjani che ne era stato il vice negli anni Ottanta e che era rimasto al suo fianco per decenni. Dal 2013, l’anziano Squalo si fa difensore a spada tratta dell’attuale presidente, spesso rilasciando dichiarazioni di fuoco. E’ Rafsanjani ad ammettere che le sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale a causa del programma atomico di Teheran hanno “spezzato le braccia” all’economia nazionale, e sostiene che il negoziato con gli Stati Uniti, per quanto difficile, sia l’unica strada da seguire.

Rafsanjani, la cui morte improvvisa, giunta in una normale giornata di lavoro, ha colto alla sprovvista l’intera nomenklatura di Teheran, lascia un’eredità politica complessa. Un camaleonte senza una chiara e definita ideologia con periodi in cui  sembra incline a un autoritarismo in stile cinese a cui seguono periodi in cui timidamente esprime il proprio sostegno ad aperture simil-democratiche, Rafsanjani ha dato il meglio di sé nei momenti in cui il singolare apparato politico della Repubblica islamica, priva com’è di partiti politici veri e propri, si è ritrovata alle prese con conflitti di fazione di difficile risoluzione, dove un ruolo di arbitro, non sempre super partes, si rende necessario. Dopo decenni trascorsi a sbrogliare matasse talvolta molto fitte, Rafsanjani non ha fatto in tempo a trovare un erede capace di far coesistere le diverse e talvolta bellicose correnti dei seguaci di Khomeini. Da qui il vuoto incolmabile della sua partenza dalla scena politica, che di fatto consegna la Repubblica islamica a un futuro incerto quanto inedito. 

Squalo, camaleonte. E colomba. Akbar Hashemi Rafsanjani ultima modifica: 2017-01-09T13:38:57+01:00 da SIAVUSH RANDJBAR-DAEMI

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