Tanti auguri Patti Smith. Sono settant’anni tutti meritati

Il 30 dicembre scorso, per Patricia Lee "Patti" Smith, è stato un compleanno importante
scritto da LUCIO FAVARETTO

Volevamo farti gli auguri. È tanto che dobbiamo farteli. Fin da quando eravamo ragazzi, da cuando estavamos unos ninos come titola il tuo libro pubblicato in tutto il mondo con una bella traduzione nella versione spagnola. Eravamo Just kids.  Ti ascoltammo appena uscì il tuo Horses, appena si sentirono i tuoi readings, appena il tuo “mestiere scontroso o arte” incominciò a New York. Dicono che da Chicago, la tua città Natale, ti trasferisti a New York senza un quattrino. Che dormivi per strada. E che la notte timidamente provavi i tuoi reading, i tuoi versi declamati a voce alta in qualche piccolo locale. Poi arrivarono John Cale, Andy Wharol, Lou Reed. Segnavi l’inizio di quei reading e il grande pubblico del rock incominciò ad amarti.

Patti Smith in concerto a Rosengrten, 1978.

Dalla polvere delle nostre librerie sconclusionate riprendevamo in mano i tuoi Francesi Maledetti… Non fu più un obbligo far ricorso ad antologie di seconda mano, negli interminabili giorni di scuola. Si andava a rileggere grazie a te la poesia europea: Whitman, per esempio, “fermo da qualche parte in attesa di essere cercato”. Charing Cross era ancora una strada piena di libri. New York la libreria del mondo.

Cara Patty, ricordo il primo vinile. Non riuscivo a seguire la tua febbre di parole senza i testi scritti. Ogni tanto dalla tua voce possente ci ferivi con un verso: ci colpivi. Erano poeti d’Inghilterra, erano poeti di Francia, era Pasolini, erano i pittori, i grandi fotografi americani, tornati in auge grazie a te. Le loro “arpe celesti” celebravano paesaggi d’amore. Tu diventasti la loro musa, la loro via di intercessione con il grande pubblico. Il periodo era arido e rabbioso. Lo coronasti di ‘800, lo fermasti con Mappelthorpe, divulgando la tua sete di giustizia con il puntiglio dei suoi fiori carnali.

C’era un’altra America da immaginare. Ci rivelasti che era già tutto scritto. Bastava leggere, e leggere e rileggere ancora. E insieme a Pasolini, Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Whitman, Keats, scolpivi con armi poetiche le tracce dei tuoi dischi.   Perché di te si dice cantante, regina del punk, fondatrice della New wave, poetessa. Il tuo giro di amici teneva New York sul palmo della mano. E tu li frequentavi e discutevi, e poi scrivevi e scrivevi ancora. Portasti con te il grande coro dei Cherubini del rock, per contemplare dall’alto di un precipizio solo tanto amore. Tu eri la veggente, che come un angelo furibondo declamava predizioni e scuoteva le braccia mostrando a mille telecamere le tue vene tumefatte dagli aghi. Mi piaceva pensare, allora, che fossi venuta come un’indovina, per raccontare che gli artisti non si sarebbero mai e poi mai sottomessi al sistema, e che avrebbero ricevuto riconoscenza grazie alle tue epifanie.

Pathway to Paris, Trianon, 5 dicembre 2015

Ci rivelasti la loro grandezza. Io avevo paura che la tua forza potesse farti male. Grazie a Dio non fu così. Grazie a Dio ti trovo sempre in forma, sempre più bella. Il tuo viso generoso di rughe onora il Tempo, i tuoi capelli lunghi e bianchi sono i testimoni della tua lealtà, della tua schiettezza, della tua intelligenza, della tuo lavoro di artista. Sono qui per mandarti a nome di tutti gli auguri, per celebrare il tuo settantesimo compleanno. Signora delle parole.

Ricordo che ero al Village, piluccando tra piccole librerie i tanti libri che volevo leggere in originale. Le librerie erano fatte con tavole di legno approssimative, qua e là poltrone di velluto polveroso, la città era calda e umida, e ogni bar era mio. Spargevano ovunque essenza di cannella per far sentire a casa gli avventori, quasi tutti abituali. Mi sedevo nei bar dopo tutti quei regali che facevo a me stesso, e mi perdevo con una limonata fresca nei bicchieri sempre troppo pieni di ghiaccio, dalle porzioni generose. Quanto mi piace la tua New York, Patti, mia cara, mi nina.

Oltre ai suoi musei, oltre il suo fiume, oltre il suo mare, oltre le sue immagini eleganti, oltre il suo sapere, oltre il suo cinismo e la sua follia sociale, oltre le sue stradine irreali, oltre i suoi tombini turbinanti di vento, i suoi vicoli dall’aria insopportabile e e bramosa di fresco, c’eravate tu, le tue e le opere dei tuoi aedi, e l’acqua e limone da sorseggiare piano. La sera mangiavo qualcosa in compagnia, e dopo cena mi rituffavo in altre librerie tra i ronzii dei condizionatori a manetta. Lasciavo la calura estiva dietro i vetri e mi sedevo urtando altri lettori su comode poltrone per sfogliare i libri prima di sceglierli. Tornavo a casa con sporte di libri e riviste. L’appartamento sembrava un mondo disordinato e perfetto. L’Italia mi sembrava lì, mentre ti leggevo. Il tuo Piero Della Francesca adornava i pensieri. Che strano Patti, a N.Y. avevo l’Europa dentro casa, con la ventola lenta che muoveva l’aria calda e mi faceva addormentare con un volume in mano.

Festival Marina da Gloria, Rio de Janeiro, 28 ottobre 2006

Ricordo il tuo amato Breton che porgeva la mano, e “sollevava Parigi come una lucciola”. Ricordo che girovagammo a piedi con William Hub, un mio amico che si rivelò un grande pittore. Mi aprì piccolissime porte, e dentro agli spazi c’era tutto Off Broadway e cioè tutto quello che sarebbe arrivato da noi, anni dopo. Riuscimmo a trovare i tuoi quadri. Erano pitture gentili, come se la musica di Caravaggio si fosse improvvisamente trasformata nel volo leggero del Beato Angelico. Esprimevi tanti mondi, la tua pittura era bella, serena di acquerelli. La tua musica era espressionista, forte, insolente, febbrile. Hai benedetto gli Ultimi con il tuo rock, rendendoci parte di una comunità internazionale di lettori e di ascoltatori. Avevamo si e no venti anni. Just Kids a New York. Allora il danaro, vuoi per l’età, vuoi per i tempi, non era così importante.

Ti sposasti e tuo marito morì giovane. Cantasti la Fine e la Guerra con uno dei tuoi lavori più sconosciuti e più belli: Memento mori. In copertina c’era la tua foto, in un momento di totale intimità. Per associazione mi ricordai la statua dello “Spinario” nei Musei Capitolini. Sembrava una foto rubata a tua insaputa. Il tuo letto bianco, la camera bianca, era una immagine di pace che ti ritraeva mentre tenevi diversi libri aperti sui cuscini e, seduta con penna e quaderno, scrivevi concentrata sui fogli aperti. Scoprii che ti piaceva lavorare nella pace: “che comportamento contraddittorio”! direbbe il tuo Whitman.

I tuoi universi erano tanti, innumerevoli, fatti di forze che si opponevano tra di loro. Giovanni Paolo I morì dopo un mese dalla sua incoronazione. Nessuno immaginava che gli avresti dedicato una piccola, soave elegia, salutandolo con un “ciao” come si saluta un vecchio amico a cui si vuole bene. Io ricordo Patti. Gli artisti guardano la Persona, è sempre difficile portarli sulle strade tortuose della politica. E quel viso bianco, travolto dal pallore, quell’esitare in un accento persino troppo veneto, diventò la voce del tuo papa popolare, il papa che nella tua canzone portava il suo Dio-madre alle persone. Lo chiamasti “papà”. Con un saluto semplice, immaginasti la sua veste sul mare mentre senza girarsi si allontanava per sempre.

Quando Horses entrò nei nostri giradischi, il tuo poema in musica ci ristorava, la tua ribellione e la tua forza ci dava un senso di fratellanza mondiale. Baudelaire, Rimbaud, i Maledetti che tenevi in valigia erano un circolo che frequentavamo da sempre, e mai ci saremmo aspettati, dopo tanto rock, dopo la scoperta del Jazz, che qualcuno come te, li avrebbe liberati nell’aria urlando i loro nomi in una notte a Parigi. Fu lì che il tuo concerto ci tenne in piedi fino all’alba. La tua, per noi ragazzi, fu una sveglia brusca, totale, la tua bandiera sventolò letteratura e musica, facendoci correre tutti al galoppo. Al galoppo nelle librerie nei reparti di poesia. Eravamo, come cantavi tu, Cavalli, Horses, cavalli d’argento, cavalli d’oro. Il tuo rock galoppava vigoroso e possente nelle nostre orecchie.

Cara Patti, grazie per averci colpiti con le tue canzoni, le tue elegie, il tuo omaggio alla ribellione, le tue poesie, i tuoi racconti, i tuoi quadri. Una ribellione della sostanza stessa del rock, ascesa a grande arte. Ci facesti sentire meno soli, nel momento in cui l’Europa legava le sue parole a quella della tua terra, in un inno di libertà, di individuale partecipazione, di intensa occasione di solitudini e incertezze lenite dalla musica, trasformate in moltitudini singole di tanti esseri pensanti e forse fragili. La tua musica non creava opinioni di massa, la poesia non crea opinione. Erano dubbi, solo dubbi che facevano discutere e leggere ancora milioni di persone. Discutevano e ti ascoltavamo. Ci riconoscevamo nella tua solitudine radicale, opportunità di critica sociale, poiché la tua non era la canzone della protesta americana. La tua musica era l’America sognata ad occhi aperti, l’America da liberare in versi. L’America in cui tutto ciò che si diceva, e anche il suo contrario, erano veri. Non ci stavi con il sistema, Outside of this society there’s where i wanna be .

Quando usciva un nuovo disco eravamo rapiti. Radio Ethiopia grippò tutte le chitarre elettriche, e ci portò oltre il confine conosciuto del rock. Tu sei il lavoro musicale complesso, bellissimo e difficile di quel Radio Ethiopia. Sei quei colori tenui visti a Soho in un pomeriggio diafano e afoso di New York. Sei l’urlo lacerante di Rock’nd roll nigger. Liberasti le nostre anime tentennanti con la tua voce, e le colorasti su tela con la tua umanità. E tutti si sorprendevano. “Ma Patti Smith è anche questo?” Non sapevamo che dipingessi in modo così vicino ad una carezza del Beato Angelico, pur omaggiando le ferite dei volti delle donne, dei bambini che diventavano azzurri, viola, porpora e giallo, sullo sfondo della luce umida e satura di Manhattan. Mappelthorpe ti sorrideva dai cieli di un continente in bianco e nero, ma tu ne hai colto gli occhi rossi, quando ci regalò i suoi fiori turgidi e travolgenti, i suoi gigli carnali. Ti fotografò. Mostrò il tuo corpo e il tuo viso al mondo, illuminandoti tra i suoi ritratti. The coral sea fu l’elegia che gli dedicasti. Due ore di reading con una chitarra elettrica di sottofondo, dove ti arrabbiavi con lui per la sua morte, come ci si arrabbia in amore, come ci si arrabbia quando qualcuno muore.

Ti ho vista mentre stavi prendendo un caffè al bar, vestita di nero, senza trucco, eri l’idolo di un nuovo esistenzialismo americano, la rive gauche dell’Hudson. La “pecora nera” diventò sempre più grande. Scriveva, scriveva, e scriveva per dare il giro al passo che accompagnava noi ragazzi, allontanandoci dagli stereotipi, affermando in forma lirica la consapevolezza che i poeti, scrittori, fotografi, musicisti possono solo cercare per noi il lenimento più vicino alle ferite della solitudine. E ancora oggi rivendichi amore per tutti. Peace and Noise ci fece sentire unici, ci fece sentire che né gli esistenzialisti, né i maledetti, né i tuoi amici intelligenti della pop art, ci avrebbero abbandonati. Ce li servisti sui piatti allucinati della tua gioventù.

Le tue parole erano la tua rivoluzione. Ti piaceva saltare da un periodo all’altro con passione evocativa, contrastavi l’ingiustizia dell’essere in fondo così in pochi a non leggere il manuale per l’uso di una nuova marca di televisori. E in fondo in fondo, al confine del tuo suono elettrico ed imponente, cedevi l’inchino finale a tutte le figure che avevano accompagnato chi legge da sempre la grande arte. Avevi la forza del tuo Pollock, e il dolore di Frida, del suo corpo cucito e ricucito.

Cantavi l’America. Birdland ci strappò dalle sedie. Il ragazzo del New England ai funerali del padre si perdeva in quel cielo senza fine chiedendo take me up please take me up. Le tue storie furono cantate, lette, tradotte; Bruce Springsteen ti regalò un brano che gira da sempre: “il desiderio è un angelo, in un letto di lussuria”. Avevi tutta la compassione femminile quando cantavi la morte di Kurt Cobain, About a boy behind it all “Si tratta di un ragazzo dopo tutto”. Avevi la forza intossicata di Ginzberg . Bastava ascoltare Holy dove elencavi tutti gli anfratti del corpo che per voi due erano sacri. Ci hai regalato l’opera omnia dell’America intelligente, alternativa, fiera, pensante. Per questo ti scrivo, ti faccio gli auguri per un anno che sarà sicuramente intenso. Consolaci ancora, cerca le parole per smascherare le bugie di questo Tempo, cercale per costruire ancora speranza e tenerezza. Cuando estabamos unos ninos ti ascoltavamo, e ti ascoltiamo ancora. Ora che siamo diventati grandi aspettiamo quello che dovrai dirci, ciò che canterai, pubblicherai, reciterai.

Ho visto di recente il tuo volto emozionato, interrompere l’esibizione mentre ritiravi – in sua vece – il premio Nobel a Bob Dylan. Commossa e come sempre te stessa, hai fermato il canto rotto dalla commozione, ti sei lasciata andare davanti al consiglio dei Saggi, e ci hai regalato, proprio pochi giorni fa, un altro momento di commovente verità con gli occhi gonfi di pianto e un nodo in gola. Ti ricordi? Ci promettesti che baby was a black shep, baby was a whore, baby gets something baby gets bigger….baby is a rock and roll nigger.

Ti aspettiamo con nuova linfa. Si dice “se la gioventù sapesse, e se la vecchiaia potesse”. Grazie per aver distrutto questo proverbio. La tua e la nostra gioventù sapeva e la nostra e la tua vecchiaia può. Continui a darci tanto: Gong HO, uno dei tuoi ultimi lavori, racconta ancora delle catene della gente. Catene degli schiavi visti in viaggio. Balls and chains-palle e catene. Canti

noi eravamo lì ma guardavamo altrove, sfilavano nelle parate attraverso le strade coloniali… ma giravamo la testa per panorami migliori.

Tanti auguri Patti Smith. Sono settant’ anni tutti meritati, compiuti, tramonta sempre più tardi di qui. Auguri dall’Italia dei tuoi amici.

Patti Smith official site

Tanti auguri Patti Smith. Sono settant’anni tutti meritati ultima modifica: 2017-01-13T17:35:45+01:00 da LUCIO FAVARETTO

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1 commento

franco santarini 14 Gennaio 2017 a 9:34

Grande grande grande Pezzo!

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