Barack Obama, presidente a vita

Come al suo esordio, di nuovo, una bizzarra congiunzione di circostanze sembra imporre a Obama di essere una figura che non ha precedenti, in un contesto senza precedenti.
di GUIDO MOLTEDO 14 gennaio 2017

A cinquantacinque anni, gli otto ultimi dei quali trascorsi alla Casa Bianca, Barack Hussein Obama può ragionevolmente immaginare dinanzi a sé un lungo tragitto di vita, dal 20 gennaio in poi, nelle forme di un dorato interminabile far niente, l’improvvisa noia del disoccupato eccellente temperata dalla cura delle memorie presidenziali, da occasionali discorsi lautamente pagati, dalla passione del golf e da una vita privata in famiglia finalmente al riparo dai riflettori. E di tanto in tanto qualche missione umanitaria o presenza a funerali di statisti amici.

Essì, avesse vinto Hillary, l’8 novembre scorso, Obama avrebbe lasciato lo scettro presidenziale all’ex-rivale, e si sarebbe uniformato alla prassi consolidata degli ex-presidenti che si ritirano definitivamente dalla scena e dalla politica attiva, con occasionali riapparizioni in pubblico, e sicuramente assumendo uno stile composto di astensione da polemiche nei confronti del successore.

Barack Obama flette i bicipiti con il Superman Walker Earnest nella Lower Cross Hall della Casa Bianca , il giorno di Halloween, 31 ottobre, 2016. Walker è il figlio di Josh Earnest, il portavoce del presidente. (Official White House Photo by Pete Souza)

Nei piani di Obama – sempre in caso di vittoria di Hillary – il cambiamento di status sarebbe stato enfatizzato dall’inizio di un’attività in un campo – apparentemente – distante e distinto dalla politica. Anzi, sul lato opposto dell’America, rispetto a Washington DC. Si è parecchio speculato su un ruolo attivo del futuro ex-presidente a Silicon Valley – lui, notoriamente un nerd o un geek – perfino come venture capitalist di imprese innovative, entrando così come protagonista in un mondo del quale in realtà si sente parte fin da quando, da politico dal nome buffo, fa il grande balzo che lo porta dall’anonimato dell’Illinois a Washington, al senato, e successivamente alla Casa Bianca. Quel salto acrobatico è frutto del suo talento fuori del comune, di un’irripetibile congiunzione astrale di eventi e circostanze particolari, ma anche dell’interazione di questi fattori personali e ambientali con l’impiego per la prima volta pervasivo e “scientifico” dei nuovi strumenti informatici e internettiani in una campagna elettorale. Gli ormai famosi Big Data su cui hanno lavorato ingegneri e hacker per mettere i volontari in condizione di bussare a colpo sicuro a milioni di potenziali elettori. Una formidabile macchina, Obama for America, che poi diventa, quando Obama è ormai nella Casa Bianca, Organizing for Action.

Barack Obama con Richard “Fritz” Klein famoso reenactor di Abraham Lincoln nello studio ovale 28 ottobre 2016. (Official White House Photo by Pete Souza)

E non è un caso se molti dei principali collaboratori di Obama si siano via via trasferiti in California, assumendo posti di rilievo nelle principali imprese high-tech. Li chiamano gli Obama alumni. E non è un caso se, nella prima come nella seconda campagna presidenziale, i principali donor della campagna obamiana siano stati imprenditori della Silicon Valley.

A ben vedere, l’idea di una relazione con Silicon Valley non si basa su uno spirito unicamente imprenditoriale. Ma, com’è d’altra parte nelle corde di molti degli imprenditori del settore, nell’economia della conoscenza può esserci una componente “umanistica” e può trovare alimento un possibile sviluppo di nuove forme di democrazia. Su Wired, lo scorso ottobre, Obama propone sei domande ai protagonisti dell’industria della conoscenza su come affrontare, con gli strumenti che essi sviluppano e mettono a punto, le sfide odierne della diseguaglianza e della partecipazione. E, sempre lo scorso ottobre, il presidente ha promosso con la University of Pittsburgh e Carnegie Mellon, la White House Frontiers Conference dedicata al futuro dell’innovazione anche nel suo intreccio con la democrazia.

Barack Obama appena sceso dall’elicottero Marine One di rientro alla Casa Bianca da un viaggio in Pennsylvania e Ohio, 14 ottobre 2016. (Official White House Photo by Pete Souza)

Ma quella che avrebbe dovuto diventare la seconda vita di Obama finirà fatalmente per esserne solo una parte, e non è detto che sarà la principale. E sarà comunque più visibilmente connessa a quella che sembra profilarsi come la nuova esistenza di Obama: il proseguimento, sotto altre forme, di quella che sta lasciando.

Sembra che, di nuovo, una bizzarra congiunzione di circostanze, imponga a Obama di essere una figura che non ha precedenti, in un contesto senza precedenti. Per lui sembra si profili l’inedito ruolo di “presidente a vita” (e poi addirittura “President of the World” dovesse diventare un giorno segretario dell’Onu, come insinua sarcastico l’ultrareazionario American Thinker).

Come lo svolgerà, questo ruolo, lo vedremo, ma la dirompente presidenza Trump, unita alla crisi evidente del Partito democratico, una crisi che è di idee, organizzativa e di leadership, imponga all’ancora giovane Obama di continuare a essere il perno e il faro dell’opposizione, anzi della difesa stessa di idee e di conquiste messe seriamente in questione da un’ondata reazionaria che potrebbe diventare uno tsunami, se non trova immediati argini.

Ci vorrà del tempo perché Obama entri in un ruolo che non aveva messo in conto di svolgere, a partire soprattutto dagli aspetti organizzativi. E per paradosso, proprio dentro il suo partito, un partito diviso in correnti, lacerato e confuso, potrebbe avere più problemi. Avendolo trascurato negli anni della sua presidenza, lasciandolo al controllo clintoniano, non dispone di leve per influire, tanto per cominciare, sulla nuova leadership, per la quale sono in corsa l’africano americano Keith Ellison, sostenuto da Bernie Sanders, e Tom Perez, segretario al lavoro dell’amministrazione Obama, e anche per questo sostenuto dal presidente uscente.

Foto di Sandra Paoli

Nel frattempo, a corroborare la sensazione di un interesse diretto nella politica da parte di Obama, ha ripreso a carburare Organizing for Action (OfA), dopo un periodo di inattività. OfA ha il suo quartier generale a Chicago, dove sorgerà la fondazione del presidente Obama. Ma ancora più significativa la scelta della residenza della futura ex-first family: Washington. Bisogna tornare indietro di un secolo per trovare un altro presidente che lascia la Casa Bianca per restare nella capitale. Woodrow Wilson nel 1920.

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IL VASO DI PANDORA (Radio Capodistria) di venerdì 13 gennaio ha intervistato Guido Moltedo sul passaggio dall’amministrazione Obama all’amministrazione Trump [per ascoltare clicca QUI]

 

Barack Obama, presidente a vita ultima modifica: 2017-01-14T18:59:19+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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