Pio La Torre oggi avrebbe 90 anni. Perché il suo ricordo resta così vivo

Con una cerimonia che si tiene oggi a Montecitorio si apre e si svilupperà per mesi una serie di convegni e iniziative per commemorare il dirigente comunista siciliano nel novantesimo della nascita
scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

Con una cerimonia che si tiene oggi nella Sala della Lupa di Montecitorio (e nel corso della quale parleranno i presidenti della Camera, Laura Boldrini, e del Senato, Pietro Grasso) si apre e si svilupperà per mesi una serie di convegni e iniziative per commemorare Pio La Torre nel novantesimo della nascita, e soprattutto per riflettere sul pensiero e l’azione di questo popolare e coraggioso dirigente del Pci trucidato con il suo prezioso collaboratore Rosario Di Salvo il 30 aprile del 1982 in un agguato tipicamente mafioso a Palermo.

1963. Pio La Torre. (Foto Scafidi) http://archiviopiolatorre.camera.it/archivio-fotografico

Erano in auto, in uno stretto vicolo della città vecchia. Furono ammazzati con un centinaio di pallottole di mitraglietta e di rivoltella. Più tardi verranno condannati all’ergastolo per quello e altri delitti un gruppo di feroci e famigerati boss tra cui Totò Riina, Michele Greco e quel Bernardo Provenzano catturato solo dopo quarant’anni di latitanza. Saranno, questa differenziata catena di convegni, una così preziosa occasione di studio da coinvolgere via via la Fondazione Basso; l’Istituto Gramsci; le Fondazioni Di Vittorio, Buozzi e Pastore; l’Istituto Sturzo; l’Archivio del disarmo; gli Istituti italiani di cultura di Bruxelles e di Londra; la Cgil; l’Università di Bologna; il Comune di Palermo.

Palermo, 1968. Conferenza cittadina del PCI Pio La Torre al microfono. Accanto a lui, da sinistra: Alessandro Ferretti, capogruppo del PCI; Giuseppe Speciale, direttore della rivista ‘l’Autonomia’; Giovanni Neglia, militante del PCI; Paolo Bufalini, dirigente del partito http://archiviopiolatorre.camera.it/archivio-fotografico.

Perché tanto rinnovato e così articolato interesse per la figura di La Torre? Almeno per due motivi apparentemente dissimili. Per un verso la capacità e la tenacia con cui Pio seppe, in Sicilia, all’Assemblea regionale e quindi alla Camera, contrastare la criminalità organizzata intuendo e costruendo – qui sta la chiave del suo merito che non si esita oramai a definire storico – quali dovessero essere, e in effetti sono stati, ma dopo la sua morte, gli strumenti nuovi e penetranti per colpire gl’interessi concreti della mafia. Quegli interessi che, insieme alla contiguità-complicità con uomini e gruppi politici, la rendevano, e in qualche ridotta misura la rendono tuttora, così potente, articolata, intrusiva.

Palermo, 1968. Conferenza cittadina del PCI Pio La Torre al microfono. Accanto a lui, da sinistra: Alessandro Ferretti, capogruppo del PCI; Giuseppe Speciale, direttore della rivista ‘l’Autonomia’; Giovanni Neglia, militante del PCI; Paolo Bufalini, dirigente del partito. http://archiviopiolatorre.camera.it/archivio-fotografico

L’altro motivo è l’uguale tenacia con cui, nell’ultima fase di una vita consumata nelle battaglie sindacali, politiche e civili, seppe guidare (vittoriosamente, ma lui non lo seppe mai) la campagna, diventata presto popolarissima non solo nell’isola, contro l’istallazione nello scalo aereo allora militare di Comiso, nel ragusano, di un nugolo di missili nucleari puntati contro l’Est. Si era in anni di durissima contrapposizione Usa-Urss, eppure la sfida di La Torre fu raccolta da un milione di cittadini che firmarono un appello che ebbe presa fortissima nelle fabbriche e nelle parrocchie, nelle scuole e nelle sezioni, nei sindacati, nelle piazze, nei porta-a-porta. Firmarono parroci e operai, braccianti e studenti, sindacalisti e imprenditori. Durò mesi la campagna per Comiso, e culminò il 4 aprile 1982 in una imponente manifestazione pacifista proprio lì dove si volevano piazzare i missili. Pio era alla testa di un immenso corteo: radioso, sul volto quel sorriso di gioia quasi infantile che conoscevo anch’io da tanti anni.

Palermo, 1975. Da sinistra: Pio La Torre; Michele Figurelli, responsabile della sezione culturale siciliana del PCI; Renato Guttuso, consigliere comunale di Palermo http://archiviopiolatorre.camera.it/archivio-fotografico.

Non sapeva, La Torre, che la Nato avrebbe poi rinunciato all’operazione-missili. Né sapeva (e comunque non temeva) che la mafia stata organizzando la spedizione punitiva per eliminarlo di lì a poche settimane, la mattina di quello stesso mese di aprile. Eliminazione decisa per tentare, inutilmente, di bloccare la sua legge e che da lui avrebbe preso nome con quello del ministro Rognoni che ne coordinò il testo finale. La legge-chiave che istituiva il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (il famoso 416-bis), che creava la carcerazione di massima sicurezza, che avrebbe bloccato, sequestrato e destinato ad uso sociale i patrimoni immobiliari dei boss. Ecco perché La Torre divenne “fulgido esempio – così nella motivazione della medaglia doro al merito civile che gli fu assegnata alla memoria – di elevatissime virtù civiche e di rigore morale fondato sui più alti valori sociali spinti sino all’estremo sacrificio”.

1977. Festeggiamenti per i 50 anni di Pio La Torre. http://archiviopiolatorre.camera.it/archivio-fotografico

Figlio di contadini molto poveri, La Torre si era impegnato sin da giovanissimo nella lotte bracciantili e per la terra sino a finire per questo nel ’50 in carcere per un anno e mezzo. Ma quando lascia (assolto) l’Ucciardone riprende con maggior vigore le lotte prima nella Federterra e poi nella Cgil. Quindi è segretario regionale del Pci sino a quando, nel ’70, è chiamato da Enrico Berlinguer nella segreteria nazionale del partito: curerà prima la Sezione agraria e poi quella meridionale, e per tre legislature sarà deputato a Montecitorio dopo averne vissute due nel parlamento regionale. Ma Pio vorrà poi tornare nella sua Sicilia per coordinare e meglio condurre, con l’entusiasmo e l’esperienza che gli erano propri, le battaglie cui più teneva, e in primis l’introduzione nel nostro codice penale dell’art. 416-bis che introduceva per la prima volta (e con una serie di annessi e connessi di notevole valore non solo giuridico ma anche e soprattutto economico e sociale) il concetto di “associazione di stampo mafioso” a fianco della più generica associazione per delinquere.

Palermo, 29 novembre 1981. Marcia per la pace. Da sinistra: Luciano Lama e Pio La Torre. http://archiviopiolatorre.camera.it/archivio-fotografico

Era, questo principio, l’idea fissa di Pio, da commissario dell’Antimafia, dopo essersi fatto le ossa nella lotta contro le organizzazioni mafiose (che già tanti lutti avevano seminato tra i dirigenti sindacali e dei partiti popolari, dc compresi) sino a finire, proprio lui e non le cosche, vittima della repressione della polizia di Scelba. Lui aveva lavorato con tenacia all’elaborazione di una articolatissima legge, e fu su di lui che per questo si abbatté la vendetta preventiva e feroce della mafia. La legge era già pronta nelle linee fondamentali ma restò ferma in commissione più di quattro mesi sino a quando, il 3 settembre successivo e sempre a Palermo, la mafia eliminò in un altro agguato il prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e con lui la moglie e l’autista. Dalla Chiesa, era stato spedito d’urgenza in Sicilia dopo l’assassinio di Pio La Torre, ma era isolato e privo dei sostanziali poteri che pure gli erano stati promessi. (Per il generale era stato un ritorno, dopo un’esperienza nell’immediato dopoguerra, a Corleone: quando Leonardo Sciascia aveva scritto “Il giorno della civetta” a lui si era ispirato disegnando la figura del coraggioso capitano Bellodi.)

Palermo, 2 maggio 1982. I funerali. Commozione popolare. http://archiviopiolatorre.camera.it/archivio-fotografico

Solo allora, dopo l’eliminazione di La Torre e Dalla Chiesa, finalmente il governo (quello del repubblicano Spadolini) reagì con l’introduzione di due provvedimenti di emergenza che cambiarono definitivamente il corso della lotta alla mafia: prima, a settembre, scattarono le “Misure urgenti per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa”, e poi finalmente furono legge (comunemente nota come la legge La Torre-Rognoni: questi era il ministro dell’Interno che coordinò il testo con ulteriori aggiornamenti) le “Norme di prevenzione e repressione del fenomeno della mafia” che non solo sancivano definitivamente e formalmente il carattere tipico e specifico delle organizzazioni mafiose, ma che per la prima volta fornivano una definizione giuridica che andava ben oltre la classica scontata “associazione”.

Palermo, 2 maggio 1982. Manifestazione. Da sinistra: Luigi Colajanni, vice segretario regionale del Partito comunista; Enrico Berlinguer; Ugo Pecchioli, senatore. http://archiviopiolatorre.camera.it/archivio-fotografico

A noi interessa il nocciolo, quel che aveva già messo tanto in allarme le cosche da suggerir loro l’azione preventiva dell’eliminazione di La Torre, letteralmente l’inventore del reato di associazione mafiosa. E il nocciolo si regge su cinque decisivi assi. Il primo: attribuzione a polizia e magistratura del potere di svolgere accertamenti penetranti in materia di patrimoni e di valutazioni tributarie, per colpire Cosa nostra nei suoi interessi economici vitali e nelle sue collusioni con alcune banche (riciclaggio, trasferimento di capitali all’estero, ecc.). Il secondo: regole assai severe per l’assegnazione degli appalti, con la certificazione, talora violata ma mai punita, che la concessione e la sub-concessione di lavori pubblici non finisse in mani sospette. Il terzo asse si è rivelato di straordinaria efficacia, come aveva previsto La Torre: le misure di prevenzione patrimoniale volte a colpire l’accumulazione illecita di patrimoni e quindi il sequestro e la confisca dei beni illegalmente acquisiti dalla mafia, e il primo sequestro riguarderà la villa del capomafia Salvatore Riina a Corleone: da tempo è un ginnasio-liceo pubblico. Il quarto: le misure interdittive finalizzate a ostacolare lo sfruttamento mafioso delle attività della pubblica amministrazione. Il quinto: la ricostituzione della Commissione Antimafia (estesa anche agli altri fenomeni della criminalità organizzata: camorra, ‘ndrina, Sacra corona unita o come con altri nomi si chiama la mafia pugliese) non più solo con poteri di inchiesta – che cosa ancora bisognava sapere? – ma con penetranti poteri di verifica dell’attuazione delle leggi antimafia, di monitorare l’azione dei pubblici poteri, e infine di suggerire al Parlamento altre eventuali misure legislative e amministrative dirette a contrastare la criminalità organizzata.

Palermo, 2 maggio 1982. Manifestazione. Da sinistra: Sergio Mattarella; Vito Riggio; Raffaele Bonanni, segretario generale della CISL di Palermo.http://archiviopiolatorre.camera.it/archivio-fotografico

Insomma c’è voluto il sacrificio di La Torre per testimoniare della necessità e dell’urgenza di norme incisive che hanno consentito e consentono oggi – pur tra mille difficoltà, per esempio quella della gestione dei beni sequestrati – di combattere la criminalità organizzata con maggiore energia e con mezzi più adeguati. Gli saranno grati soprattutto i più giovani, che non hanno vissuto quella stagione di lotte e di speranze, di grandi ideali e di immense delusioni, di grandi tragedie e di qualche progressivo miglioramento. Sul fronte giudiziario, lo sprone dato dalle nuove leggi era motivo non secondario di un nuovo, intenso impegno dei magistrati delle procure di Palermo e di Caltanissetta. Ma anche i magistrati ne pagarono altissimo prezzo, soprattutto i palermitani: da Cesare Terranova a Rocco Chinnici, da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino, a tante altre vittime di agguati e spaventosi attentati dinamitardi in cui persero la vita anche molti altri servitori dello Stato: soprattutto agenti di Ps e carabinieri di scorta a giudici e procuratori

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Pio La Torre oggi avrebbe 90 anni. Perché il suo ricordo resta così vivo ultima modifica: 2017-01-15T15:12:15+00:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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