Poletti e i cervelli in fuga. Il caso non è chiuso

scritto da NUCCIO IOVENE

Nei giorni scorsi il ministro (riconfermato) al welfare Poletti, al Senato per una informativa, è ritornato sulla polemica scatenata dalla sua dichiarazione del 19 dicembre sui cosiddetti “cervelli in fuga”:

Se centomila giovani se ne sono andati dall’Italia, non è che qui sono rimasti sessanta milioni di “pistola”…Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché questo Paese non soffrirà ad averli più tra i piedi.

Le parole del ministro scatenarono un inevitabile putiferio. A nulla valsero le sue, tardive, scuse ribadite anche il 10 gennaio in parlamento. E se dal governo e dalla maggioranza del suo partito si sostiene che, con le scuse, il caso è chiuso, evidentemente non è così. Non solo perché è già depositata in parlamento una mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro, ma soprattutto perché l’incidente verbale ha scatenato una reazione diffusa tra i giovani che non accenna a placarsi.

L’ennesimo incidente di “comunicazione” di Poletti testimonia però alcune questioni più di fondo che è bene ricordare. La dichiarazione in questione è solo l’ultima, in ordine di tempo, nei confronti di “gufi e rosiconi” di tutte le età che da molti esponenti di governo sono state pronunciate negli ultimi anni.

Tirare in ballo cifre, comportamenti e situazioni che mettevano in discussione la “narrazione” renziana di un Paese in ripresa e controtendenza è stato vissuto sempre più spesso come “disfattismo” (parola inquietante usata proprio recentemente dall’ex premier). È così che le parole hanno preso il sopravvento rispetto ai fatti, quasi cancellandoli dalla vista di chi avrebbe il dovere di tenere gli occhi bene aperti, fino all’amaro e duro risveglio del referendum.

Nel sessanta per cento di no, hanno spiegato gli studiosi dei flussi elettorali, c’è stata una grandissima componente giovanile che evidentemente vive una condizione assai diversa da quella che è stata raccontata in questi anni. Era necessario arrivare al referendum, o alle proteste di questi giorni per accorgersene? Ad una osservazione attenta no.

L’Istituto Toniolo, che cura ogni anno il “Rapporto Giovani”, ha ricordato nell’edizione di quest’anno, pubblicata nei primi mesi del 2016, che

rispetto ai loro coetanei degli altri Paesi europei i giovani italiani sono quelli che vedono con maggiore preoccupazione la situazione del proprio Paese e considerano le opportunità che offre loro sensibilmente peggiori rispetto al resto del mondo sviluppato.

La conseguenza è che l’88 per cento di loro è disposto ad emigrare stabilmente pur di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro e il sessanta per cento è disposto anche ad andare all’estero. Del resto lo stesso Poletti nel suo intervento al Senato ha dovuto riconoscere che in Italia

le prospettive di lavoro dei giovani nel nostro Paese sono state fortemente compromesse dalla grande crisi iniziata nel 2008. Infatti, all’inizio di quell’anno i giovani disoccupati erano 400.000 e a marzo 2014 si era raggiunto il picco di 707.000. A novembre 2016 i giovani disoccupati sono 627.000.

E non bisogna dimenticare, infine e lontano da ogni retorica, che negli ultimi anni quei centomila giovani italiani all’estero hanno anche avuto il volto di Valeria Solesin, Giulio Regeni, Fabrizia di Lorenzo morti mentre inseguivano i loro sogni. Ecco perché le parole del ministro sono suonate come uno schiaffo inaccettabile che ancora brucia sul volto di tante ragazze e tanti ragazzi. E sarebbe bene che i fatti, anche quelli più duri e complicati, invece di essere negati fossero affrontati per quello che effettivamente sono.

Poletti e i cervelli in fuga. Il caso non è chiuso ultima modifica: 2017-01-15T20:45:33+02:00 da NUCCIO IOVENE

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