Un saluto a Paolo Poli

Un ricordo del grande attore fiorentino morto il 25 marzo 2016
scritto da IDALBERTO FEI

L’aria chiara di Firenze, scintillante e velata di nostalgia, l’eleganza, la crudeltà, la poesia, il riserbo, l’operosità artigiana. in una parola quella che Emilio Cecchi ha chiamato la fiorentinità. Ecco, se c’è un artista che questa fiorentinità ha incarnato, questo è stato Paolo Poli.

Nato nella Città del Giglio sotto l’effervescente segno dei Gemelli – per chi crede a queste cose, ma a modo suo anche Jung ci credeva – il 23 maggio del 1929, da una famiglia modesta, madre maestra, padre vigile urbano, abitavano in una zona popolare:

A Rifredi, vicino alla stazione, mi piaceva veder passare i treni, soprattutto i treni merci, carichi di mucche e maiali. Mia madre prendeva il treno tutte le mattine, insegnava a Prato, la vedevo attraversare i binari al ritorno, i sottopassaggi non c’erano. Quando si seppe della visita di Hitler in Italia, e che sarebbe passato per Rifredi, mio padre, che era carabiniere, mise l’alta uniforme, ma siccome era ingrassato e non gli entrava, si strizzò dentro un busto, con il risultato che dopo un quarto d’ora che era a cavallo svenne e lo portarono all’ospedale. Io rimasi con gli altri bambini a sventolare la mia bandierina, la stazione non c’era stato il tempo di sistemarla per bene, così avevano rimediato con una scenografia, come al cinema, chissà se Hitler passando per Rifredi se ne accorse mai.

Uomo capace di esplodere in scena come un fuoco d’artificio incantando per decenni le platee, eppure nell’amicizia dietro all’artista acrobatico e paradossale si affacciava un artigiano scrupoloso, una persona colta, attenta, affettuosa, malinconica, che si vendicava delle insensatezze del mondo disegnandone uno tutto suo più folle ancora e fingendo di essere solo questo.

Il nostro primo incontro di lavoro fu negli anni Novanta ai microfoni di Radio2 per registrare Ma che cos’è questo amore?, opera prima del surreale Achille Campanile, libro che un editore milanese gli stampò nel 1927 in poche copie, ché non dava credito a quel giovane e stralunato spilungone, ma fu poi costretto ad aprire di rincorsa la tipografia a Ferragosto perché il libro andava a ruba e i lettori si sbellicavano dalle risa.

La storia che racconta inizia in treno: lo scompartimento dove ha preso posto una bella e misteriosa signora franco-egiziana subito si riempie di uomini galanti che, strana coincidenza, si chiamano tutti Carlo Alberto; l’unico Enrico che si affaccia, sentendosi di troppo, subito se ne va. Tranquillo procede il viaggio finché in un tunnel, nella più completa oscurità, si sente un sonoro ceffone. Chiaro quello che è successo: approfittando del buio qualcuno ha messo le mani addosso alla signora che gli ha tirato uno schiaffo. Certo, qualcuno, ma chi? Perché quando torna la luce Madame è impassibile e nessuno dei presenti ha sul volto il segno delle cinque dita. Parte allora la demenziale corsa di uno dei passeggeri alla ricerca della verità per scoprire alla fine che il bacio colpevole l’ha dato… un uomo ad un altro uomo, per l’esattezza l’Enrico di cui sopra che rientrato nello scompartimento col favor delle tenebre per baciar la bella Madame ha sbagliato mira e poggiato le labbra frementi sui baffi del generale Carlo Alberto che ha reagito come sappiamo.

A leggere il libro c’era un gruppo di attori eccellenti – Martine Brochard, Gianni Bonagura, Maria Monti – eppure, come ebbe a dire Nanà Mavaracchio che il programma aveva voluto, “quando al microfono andava Poli, la scena si illuminava”.

Paolo Poli con Idalberto Fei al Piccolo Eliseo, 10 novembre 2015 Foto di Sarah Rubbera

Dopo abbiamo lavorato tante volte insieme, a teatro, nei musei e di nuovo ai microfoni della radio: da Quanto è bella la vecchiezza , una sua biografia artistica in 15 puntate con Vito Molinari, a Note di fiaba di Antonella Calzolari, che raccontava le favole messe in musica da autori classici (nel cast un altro grande fiorentino, Giorgio Albertazzi), da Rodolfo Valentino di Emilia Costantini, dove era l’agente di Valentino-Raul Bova, quello che lo convinceva a ballare il tango per pubblicità, al mio La leggenda del quarto Re Mago : in questo caso scrissi per lui il monologo del perfido segretario di Erode, personaggio che mai troverete nei Vangeli, neanche in quelli apocrifi, un terribile cortigiano che accoglieva il giovane e sperduto protagonista parlando sempre lui, perché diceva “ il monologo è l’unica forma di comunicazione che sopporto, purché sia io a parlare”.

Paolo Poli con Idalberto Fei al Piccolo Eliseo, 10 novembre 2015 Foto di Sarah Rubbera Foto di Sarah Rubbera

Poli era un compagno di lavoro ideale – educato, puntuale, spiritoso – non amava riascoltarsi, la sua voce non gli piaceva, E non amava i complimenti.

L’occasione di chiedergli perché mi si presentò l’anno scorso quando Antonio Debenedetti che preparava per la Elliott un piccolo libro su Pinocchio con contributi di Montanelli, Papini, Pancrazi mi chiese di intervistarlo sull’argomento. Così la prima domanda che gli feci fu questa:

Un grande Colombo si presenta a Pinocchio in disperata ricerca del padre Geppetto, lo prende in groppa e lo porta fino alla riva del mare, poi vola via prima che il burattino abbia il tempo di ringraziarlo. Anche Paolo Poli non ama complimenti, ringraziamenti, salamelecchi: perché, pensa che siano falsi?
“Né m’abbatto per duolo né m’alzo per orgoglio” diceva il Parini. Il Colombo non vuole essere ringraziato perché è un signore. Complimenti, ringraziamenti, non li sento falsi, ma so che sul popolo non ci si può far conto. Io ho visto le folle oceaniche di Mussolini, tutti a dire “Straordinario! Il duce! Il duce!” e poi… e poi Gesù stesso, quando arriva “Benedictus qui venit” e dopo una settimana “Crucifige!”, non si può.

Paolo Poli con Idalberto Fei al Piccolo Eliseo, 10 novembre 2015 Foto di Sarah Rubbera

Novembre 2016

Un saluto a Paolo Poli ultima modifica: 2017-01-16T16:18:01+02:00 da IDALBERTO FEI

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