La nuova cortina di ferro. La rotta balcanica compatta l’Europa centrale

scritto da STEFANO LUSA

La rotta balcanica compatta l’Europa centrale. Il gruppo di Visegrád, nato nel 1991, per rafforzare la collaborazione tra Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, sembrava dover essere solo un’effimera alleanza e invece oggi potrebbe giocare un ruolo nella politica europea.

Negli ultimi tempi i quattro paesi si consultano prima di ogni vertice europeo e oramai sembrano avere una voce unica. Ad esso sono sempre più affiancate anche Slovenia e l’Austria. Nel nuovo contesto Vienna e Budapest stanno tornando a riscoprire quella Mitteleuropa che avevano perso alla fine della prima guerra mondiale.

In verde il gruppo di Visegrád, nato nel 1991 e composto da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia

Nel 2015, quando il numero delle persone in fuga aveva assunto le dimensioni di un fiume in piena, Ungheria e Slovenia, avevano chiesto una risposta dall’Unione europea. Non erano le prime a farlo. L’Italia da anni continua a dire che quella delle migrazioni non è una emergenza e che non può essere lasciata alla gestione dei singoli paesi. Da Bruxelles ancora una volta non è arrivato nessun segnale. A quel punto hanno deciso di fare da soli e hanno scelto di diventare uno Scutum saldissimum et antemurale Christianitatis.

Da Stettino a Trieste oramai è forte la convinzione che ogni paese abbia diritto di decidere in piena autonomia con chi vuole vivere e chi vuole accogliere. L’idea è quella di essere ancora paesi relativamente poveri, che devono pensare prima ai propri cittadini e poi agli altri. L’accoglienza deve essere limitata soltanto a numeri di migranti che si è in grado di integrare. Il messaggio sembra essere univoco: non potete imporci quote di profughi e poi qui non li vogliamo.

Il logo del gruppo di Visegrád

A giocare il ruolo dei cattivi di turno sono stati gli ungheresi, gli altri – anche se continuano a usare toni più gentili – in sostanza sono d’accordo con le tesi di Budapest. L’Europa, vista da queste longitudini non può essere altro che una unione di stati con forti prerogative: tradizioni lingua e identità nazionale sono valori assoluti, da preservare e custodire gelosamente che non possono essere barattati sull’altare di quella che viene considerata una fantomatica ed effimera identità europea.

L’Europa di mezzo era stato a lungo il giardino di casa della Germania. L’allargamento dell’Unione aveva di fatto spostato il baricentro dell’Unione da Bruxelles a Berlino. Un processo, questo, accelerato dalle tendenze centrifughe della Gran Bretagna e dal progressivo ridimensionamento economico e politico della Francia. La sensazione era che i tedeschi stessero imponendo il loro ritmo all’Europa e che nessuno avrebbe osato contraddirli. Per molto tempo è andata così, sinché la cancelliera Angela Merkel non ha aperto le porte alle migrazioni di massa. Lo ha fatto dicendo che tutti i siriani erano benvenuti nel suo paese. Probabilmente contava che gli altri l’avrebbero disciplinatamente seguita ma si era sbagliata.

Forse è stata l’immagine del bambino siriano di tre anni, morto sul bagnasciuga di una spiaggia turca a sciogliere il cuore della cancelliera, forse è stata la sua etica protestante o forse l’ha fatto per mero calcolo politico. Alla Germania gli immigrati servono e non era un mistero che in quel momento dalla Siria stava fuggendo la middle class: commercianti, professori, artigiani. Tutta gente che sarebbe stato relativamente facile integrare e che poteva essere utile all’economia tedesca. Nessuno a est la pensava allo stesso modo e in quei fuggiaschi non vedeva altro che una potenziale fonte di islamizzazione di società che erano prive o quasi di mussulmani.

Rifugiati in Slovenia (foto di Stefano Lusa)

Una mossa di grande generosità – quella della cancelliera – da vera e propria statista: la Merkel aveva di fatto aperto un corridoio umanitario informale lungo la rotta balcanica. Una sgarrupata agenzia di viaggio, che una volta approdati in Grecia, con costi relativamente modici, faceva arrivare i migranti direttamente in Germania. Un fiume in piena fatto non soltanto da siriani, ma anche da iracheni, afgani, pachistani e altri disperati in cerca di fortuna in occidente.

Il caos si sarebbe potuto evitare, se il flusso fosse stato in qualche maniera organizzato e se si fossero fatti controlli a monte: ad esempio in Turchia. A quel punto quelli che avevano diritto di arrivare avrebbero anche potuto prendere comodamente un aereo (che molti avevano anche i soldi per pagarsi) piuttosto che mettersi in marcia.

Con le regole sospese né la Germania né altre istituzioni comunitarie si sono premurate di fissare una nuova agenda. Ai paesi attraversati dai flussi migratori è stato detto di arrangiarsi come potevano e sapevano. I primi a blindare i confini sono stati gli ungheresi, poi gli austriaci hanno dettato il tempo della chiusura con un progressivo giro di vite, la proposta bloccare i profughi al confine tra Macedonia e Grecia, invece è partita dalla Slovenia, ossessionata dall’idea di diventare una sacca piena di migranti nel caso Vienna decidesse di chiudere le frontiere. Il corridoio umanitario, così, è stato formalmente smantellato. Oggi non ci sono più masse oceaniche che attraversano i Balcani. Le conseguenze di quella vicenda però potrebbero pesare sul futuro dell’Unione.

Emergenza profughi al-confine tra Slovenia e Croazia (foto di Stefano Lusa)

Quel pezzo d’Europa bianco, etnicamente compatto e non toccato dai flussi migratori si è barricato ancora di più dietro i propri usi e i propri costumi. L’idea del multiculturalismo di Londra, Parigi, Roma o Berlino non sembra esercitare alcun fascino. A est c’è invidia per il livello di vita occidentale, per gli stipendi, per la possibilità di accedere a beni materiali, ma si guarda con orrore alla prospettiva veder “invase” le proprie città da masse di immigrati o di veder islamizzate le proprie società.

Eppure di immigrati ci sarebbe bisogno. A est la popolazione decresce, i giovani vanno a cercare fortuna altrove. Molti pensano che sarebbe meglio non partissero. Il minor benessere sembra quasi essere compensato da una maggior sicurezza, dall’assenza di attentati e dalla presenza di nuovi uomini forti, in grado di garantire l’ordine, anche a scapito di qualche libertà.

Al di la di quella che fu la Cortina di ferro i paesi sembrano oramai essersi ricompattati attorno all’unica ideologia e all’unico modello politico che da queste parti ha funzionato: il nazionalismo. Un fenomeno questo che nemmeno troppo lentamente si sta estendendo anche a Occidente.

La nuova cortina di ferro. La rotta balcanica compatta l’Europa centrale ultima modifica: 2017-01-17T17:26:55+02:00 da STEFANO LUSA

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