Le interviste di Renzi e Bersani. Due linee per il congresso Pd

scritto da ADRIANA VIGNERI

Due interviste (Renzi su la Repubblica di domenica 15 gennaio e Bersani sullo stesso giornale di lunedì 16) che meritano di essere commentate. Renzi si difende, contrattacca, spiega, ammette degli errori. Iniziamo da qui, dall’errore più incomprensibile, più insospettabile, più sbalorditivo. Alla domanda di Ezio Mauro, su quale è stato il suo errore più grave, risponde:

Non aver colto il valore politico del referendum. Mi sono illuso che si votasse su province, Cnel, regioni. Errore clamoroso.

Intanto, nel referendum non erano solo quelli i temi, il tema principale riguardava come si governa, che tipo di democrazia, decidente o consociativa, si vuole per l’Italia. Ora, gli italiani in buona parte non amano l’idea che chi vince le elezioni governa e ne risponde alle elezioni successive. Non amano le decisioni nette, preferiscono gli eterni compromessi. Gli inciuci. Non so se avete notato, è un bel po’ che non sento usare questa parola con disprezzo e riprovazione. C’è nostalgia dell’inciucio.

Oggi in treno ho sentito un giovane – un giovane uomo che cercava il suo futuro – il quale al telefono spiegava all’amico: sai in Italia non è mai tutto bianco, o tutto nero. Appunto. Quel giovane lo aveva capito e Renzi no. Non che le proposte costituzionali disegnassero un governo autoritario, certamente no. Ma si inserivano in un clima politico di rifiuto dei governissimi, delle larghe intese, in cui nessuno è sicuramente responsabile. Se Renzi non aveva presente questo, non conosce il suo paese, ed è questo che lascia perplessi. Una vittoria nonostante questo sarebbe stata possibile soltanto con un trend economico molto favorevole.

Il secondo aspetto è il rapporto con il partito. Su questo Renzi dice molte cose, ma è solo un inizio. La strada è quasi tutta da percorrere. Lungi da me accusarlo di non aver ricostruito il partito in questi mille giorni di governo. Non avrebbe materialmente potuto farlo, e soprattutto non lo hanno fatto gli altri segretari prima di lui. Cionondimeno la cultura politica di un partito non si costruisce con le azioni di governo (o non soltanto), tanto più se non è neppure un governo interamente Pd.

Renzi lo riconosce:

ho agito spesso senza riuscire a fare una teoria di quel che facevamo, senza “ideologizzare” la rotta del governo, senza raccontare la profondità culturale di quel che proponevamo al paese.

Ma avrebbe potuto farlo? Non credo. È anche per questo che – come egli stesso sottolinea – “i nostri votano in parlamento e tacciono nel paese, anche sulle cose più positive”. Come dire, non le sanno comunicare perché non sono sicuri che siano di sinistra. D’altra parte, che cosa deve fare un partito di sinistra oggi, in un mondo che cambia così vorticosamente, non lo sa bene nessuno. Temi, tantissimi temi che non sono mai stati affrontati, a partire dalla base, nei tanti circoli del Pd che ancora funzionano. C’è chi dice, e sono molti, che il partito che vuole o vorrebbe è una nuova DC.

Niente di più sbagliato. Per la DC era vitale il proporzionale, con tutte le sue conseguenze. C’è da sperare che abbia effettivamente voglia e interesse (molti ne dubitano, a cominciare dell’intervistatore) di occuparsi del partito, che detto tra parentesi, se oggi non ha delle chiare parole d’ordine che consentano di qualificarlo con certezza non è perché frutto di una fusione non riuscita tra ex DC e ex PC – punto vista ormai superato – ma perché non si è lavorato abbastanza in quella sede su che cosa è di sinistra oggi.

Bersani nella sua replica accusa Renzi di non aver capito che ha perso a sinistra, e non a destra; di non aver capito che la globalizzazione (flessibilità, merito, eccellenze) è in ripiegamento, che non porta più ricchezza e lascia scorie velenose; di aver continuato a pensare che il mercato possa sostituire lo Stato. Contesta che il centrosinistra si riassuma nel Pd (e il Pd nel capo), non vuole il ballottaggio, vuole invece che gli elettori possano scegliere i candidati e un piccolo premio di maggioranza.

Costruiamo un campo di idee e un fronte largo e plurale, anche slabbrato ai margini come fanno a destra. E mettiamoci idee buone: il ritorno ai diritti del lavoro, il ruolo dello Stato negli investimenti, la lotta alle disuguaglianze con il rilancio del welfare e la fine dei bonus.

Il governo Gentiloni deve durare:

immigrazione, jobs act, riforma della scuola, banche, cose da fare ce ne sono.

È sufficientemente chiaro che il quadro istituzionale è antitetico a quello di Renzi, “un fronte largo e plurale, anche slabbrato ai margini”, non è comprimibile nei collegi uninominali del Mattarellum, occorre un proporzionale. Se non capisco male, si tratta della inespressa convinzione che non si possa, che sia né utile né opportuno governare da soli, in una fase così difficile e rischiosa; neppure mettendo insieme tutta la sinistra e il centrosinistra, alla Prodi: un piccolo premio di maggioranza non risolverebbe il problema.

Bersani mette anche in chiaro che segretario del partito e presidente del consiglio debbono essere due figure diverse: soluzione su cui Renzi evidentemente non concorda, e che personalmente sottoscriverei per una sola contingente ragione: che il Pd ha necessità di un tale lavoro di ricostruzione che non può essere fatto da un’unica persona.

Meno chiari i riferimenti alla globalizzazione, che non giustificherebbe più l’enfasi sul mercato. Premesso che l’enfasi sul mercato (meritocrazia, efficienza) da parte del Pd non mi sembra così certa (mentre mi convince di più una buona dose di corporativismo – cui proprio il ministro Bersani si è opposto), la globalizzazione ha da tempo ormai, non da oggi, privato gli stati nazionali del governo della finanza, dell’immigrazione, della localizzazione industriale.

Non è alle economie mature come l’Europa che la globalizzazione ha portato particolari vantaggi (che oggi sarebbero cessati), bensì agli stati poveri che sono riusciti ad inserirsi in un volano di crescita. Da noi la globalizzazione e poi la crisi dal 1998, prima finanziaria e poi economica, e la stagnazione, hanno portato l’aumento delle disuguaglianze e l’assenza di lavoro. E poiché questi dati non potranno che peggiorare per effetto dell’innovazione tecnica, non si tratta tanto di ripristinare passate protezioni, quanto di inventarne di nuove.

Così stando le cose, queste due linee possono convivere nello stesso partito, una volta che chi dissente dalla maggioranza (da quella che per ora e fino al prossimo congresso è la maggioranza) pensa di essere libero di votare diversamente? A questa domanda dovrebbe – ci auguriamo – rispondere il congresso, ma non vediamo un fervore di dibattiti, un fiorire di contributi. Manca la regia?

Le interviste di Renzi e Bersani. Due linee per il congresso Pd ultima modifica: 2017-01-17T09:20:18+02:00 da ADRIANA VIGNERI

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