Trasformismo e potere. Il Gattopardo? È calabrese

scritto da NUCCIO IOVENE

La battuta di Giulio Andreotti, tra quelle passate alla storia, “Il potere logora chi non ce l’ha”, in Calabria sembra non funzionare. Da quando è stata introdotta l’elezione diretta del presidente della Regione, nel 1995, la Calabria è l’unica in Italia a non aver mai riconfermato il presidente in carica. Anzi, la Calabria è campione in Italia di alternanza: ad ogni elezione si cambia schieramento. Nessuno sembra preoccuparsene o voler avviare una riflessione in proposito.

Forse è arrivato il momento di farlo. Ma facciamo un passo indietro. Il 23 aprile del 1995 il candidato del centrodestra, il forzista Pino Nisticò, vince le elezioni regionali sul candidato del centrosinistra, il popolare Donato Veraldi. Nel corso della legislatura la maggioranza si sfalda, si cambiano presidente e giunta, sempre di centrodestra, ma non funziona. Invece di ritornare alle urne sull’onda di quel fallimento il centrosinistra dà vita a quello che passerà alla storia come “il ribaltone”: gli ultimi due anni di legislatura una maggioranza eterogenea di centrosinistra e vari transfughi del centrodestra governa la Regione cancellando così, nella memoria dei calabresi il ricordo di quel fallimento, e imprimendo il proprio.

Fu proprio alla luce di quella vicenda che furono successivamente introdotte a livello nazionale norme “antiribaltone” nella legislazione elettorale regionale. Nel 2000, il 16 aprile, di un soffio il candidato del centrodestra, il magistrato Giuseppe Chiaravalloti, vince le elezioni (con il 49,8 per cento contro il 48,6 per cento del suo avversario) sconfiggendo il candidato del centrosinistra, l’ex direttore del TG1 Nuccio Fava indicato dai popolari. Chiaravalloti, al termine della legislatura, è talmente consapevole del fallimento della sua esperienza di governo che sceglie addirittura di non ricandidarsi, né i suoi gli chiedono di farlo. Così nel 2005, il 3 aprile, Agazio Loiero, della Margherita, vince le elezioni a mani basse (con il 58,9 per cento contro il 39,7 per cento) sul suo avversario, l’ex (e di nuovo oggi) sindaco di Catanzaro Sergio Abramo indicato da Forza Italia.

Loiero è l’unico che vuole ricandidarsi a tutti i costi nel 2010, nonostante il clima e i sondaggi gli siano totalmente sfavorevoli. E va incontro a una sconfitta cocente: Il 28 marzo di quell’anno il sindaco uscente di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti, di Alleanza Nazionale, a capo di una coalizione di centrodestra, viene eletto presidente con il 57,7 per cento mentre Loiero, da presidente uscente, raccoglie solo il 32,2 per cento. Ma anche Scopelliti non regge, travolto da scandali e inchieste è costretto a lasciare addirittura in anticipo, determinando lo scioglimento del Consiglio regionale.

Il 23 novembre del 2014, ed è storia di oggi, si torna così alle elezioni e Mario Oliverio del PD, ex presidente della Provincia di Cosenza, ex parlamentare per quattro legislature, ex consigliere e assessore regionale all’agricoltura nonché ex sindaco di San Giovanni in Fiore, vince le elezioni con il 61,4 per cento contro la sua avversaria, l’ex presidente della Provincia di Catanzaro Wanda Ferro del PdL ed ex compagna di partito di Scopelliti in AN, che si ferma al 23,5 per cento.

Questi i dati elettorali. Su ciascuna di queste elezioni si potrebbero fare analisi approfondite, ma il quadro d’insieme è chiaro e inequivocabile. In Calabria si viene eletti a ogni tornata con un grande, largo, investimento di fiducia. Fiducia che puntualmente si rivela mal riposta comportando un cambio altrettanto drastico e repentino nell’orientamento dell’elettorato. La mobilità elettorale è alta e l’elettorato risulta pronto a scommettere sulla novità fino a prova contraria.

La domanda di cambiamento, di fronte all’immobilismo e al perpetuarsi dello statu quo, viene puntualmente frustrata. Ma se si guarda ancora più attentamente al quadro d’insieme emerge con forza un altro dato: in Calabria impera il trasformismo. A ogni tornata elettorale pezzi significativi del ceto politico e del sistema di potere si spostano, cambiano casacca e schieramento buttandosi sul candidato ritenuto vincente senza per questo essere penalizzati dall’opinione pubblica e dall’elettorato. Assessori del centrodestra passano, e vengono accolti con giubilo, nelle file del centrosinistra. Esponenti del centrosinistra passano al centrodestra senza pagare alcun dazio.

Facciamo alcuni esempi: nel 2005 viene candidato in provincia di Reggio Calabria nelle fila della Margherita il consigliere regionale ed ex assessore del centrodestra, all’epoca già indagato, Mimmo Crea. Primo dei non eletti subentra in Consiglio dopo l’uccisione del vicepresidente del Consiglio regionale Franco Fortugno, a Locri, il giorno delle primarie dell’Unione. Successivamente Crea è arrestato e condannato, con sentenza definitiva confermata dalla Cassazione, per concorso esterno in associazione mafiosa. Anche senza scomodare inchieste giudiziarie, che pure abbondano, di esempi di cambi di casacca se ne possono fare a decine. È questa dinamica che ha portato a parlare, alla fine, di un partito unico della Regione, quello che punta, scomodando il Gattopardo, a cambiare tutto per non cambiare niente. Ecco cosa si cela dietro l’apparente contraddizione della celebre frase di Andreotti. Che alla fine dei conti sembra invece essere, nella sostanza, confermata. Questa è l’alternanza, non certo l’alternativa di cui la Calabria avrebbe bisogno.

Trasformismo e potere. Il Gattopardo? È calabrese ultima modifica: 2017-01-24T14:18:14+02:00 da NUCCIO IOVENE

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