“Io, Rocco, Rivera e la coppa dalle grandi orecchie”

Dal “Baracca” di Mestre a Wembley, via San Siro, e ritorno: la storia di Mario Liberalato
scritto da UMBERTO ZANE

Quattro anni fa, assieme ai vari Rivera, Altafini, Maldini, Pivatelli, Lodetti, Pelagalli, alla grande festa organizzata dalla Regione Lombardia per ricordare i cinquant’anni dalla conquista della prima mitica Coppa dei Campioni da parte di una squadra italiana, il Milan, c’era anche lui. Quando gli chiediamo però di fotografarlo con in mano la riproduzione in argento della “coppa dalle grandi orecchie” donatagli dal governatore Maroni, deve chiedere alla moglie Nives, dove sia finita, perché da quel giorno, tornato una volta a casa da Milano nella “sua” Mestre, non l’ha più nemmeno guardata.

La figurina di Mario Liberalato ai tempi del Milan

Mario Liberalato, classe 1937, alla soglia degli ottant’anni (li compirà in agosto) non vive certo di ricordi, e ancora meno di rimpianti, anche se la sua carriera di calciatore, se non ci fossero stati così tanti infortuni, avrebbe potuto essere ancora più importante.

Di incidenti – ci racconta – ne ho avuti davvero tanti: il primo addirittura quando ero “pulcino”. Giocavo già in porta con la Mestrina, e mi ruppi un braccio: uno stop che divenne addirittura di due anni, perché i medici mi avevano trovato troppo gracile per giocare a calcio, e dovetti aspettare appunto un biennio, per rinforzarmi e poter tornare ad allenarmi.

A diciassette anni Liberalato riesce comunque a esordire in prima squadra. Un fisico asciutto, più alto dei portieri del suo periodo (a grandi livelli, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, lo sono più di lui solo Cudicini e Miniussi), si mette presto in luce.

Nel Mestrina

Tornato anzitempo dal militare per problemi di cuore, che non gli impediscono comunque di continuare la carriera, diventa titolare fisso della squadra arancione, allora militante in serie D, quando però a Torviscosa subisce un terribile incidente.

Stavo effettuando – ci dice – un’uscita bassa: l’attaccante avversario, credo senza cattiveria, mi finì addosso. Un impatto tremendo: per me doppia frattura della mandibola, restai quaranta giorni con una sorta di ‘maschera di ferro’. Però, appena tornato, dopo otto giorni ero di nuovo in campo: c’era bisogno di me, ed il mio amore per la Mestrina è sempre stato infinito.

Ormai molte squadre di categoria superiore lo seguono: è in pratica già stato acquistato dalla Pro Patria, in serie B, ma lo mandano a Como, per un ulteriore provino. Altro scontro: questa volta a rimetterci è un menisco, che gli fa saltare anche il passaggio a Busto Arsizio.

Mestrina, 1960-1961

Per il grande calcio le occasioni sembrano oramai perdute, quando invece per una volta il destino gli è amico.

Stava finendo il campionato ’60/’61 e la Mestrina, in serie C, aveva sfiorato addirittura la promozione, mettendo in luce vari giocatori. Fummo così invitati da Viani e Rocco a Milano, per una partita amichevole all’Arena contro il Milan. Loro volevano visionare due miei compagni, Fin e Bellemo, ma a colpirli alla fine fui io. Rocco pochi giorni dopo mi chiamò a Padova per un ulteriore provino: per un’ora mi bombardarono di tiri lui, Scagnellato e altri giocatori del Padova, sino a che il ‘paron fu convinto. Mi portò col Milan a fine campionato per alcune amichevoli: prima col Flamengo e poi in Svizzera, a Losanna. Feci bene e così fui ingaggiato per la stagione successiva, 1961/62. Di Rocco posso dire solo bene, visto che fu lui a portarmi in rossonero, anche se qualche delusione me l’ha pure data. All’inizio del campionato giocai subito da titolare, ma poi tornò Ghezzi: era uno dei portieri più famosi del tempo, anche se ormai cominciava ad essere un po’ avanti con l’età e divideva la sua attività di calciatore con quella di albergatore. Rocco alla fine preferì affidarsi di nuovo a lui. Il ‘paron’ era davvero come viene ancora oggi descritto, estroverso e nello stesso tempo burbero: però questo suo secondo aspetto preferiva rivolgerlo non ai giocatori ‘big’, piuttosto a quelli un po’ più giovani o meno importanti. Per assurdo il ricordo più bello che ho di lui è legato…a una mia ennesima esclusione. Eravamo in spogliatoio a Brescia, alla fine di una partita del campionato Riserve, e alcuni giocatori gli esternarono il loro malcontento per non giocare mai con la prima squadra. Lui li fulminò con lo sguardo e rispose loro nel suo colorito, ma comprensibilissimo, dialetto triestino: ‘e ora cossa el dovaria dir Liberalato che el xe sempre el mejo in allenamento e non lo fasso mai zugar?’   Per me, che parlavo poco e mi tenevo dentro tante cose, fu davvero una grande soddisfazione!

 

Il Milan 1962-1963

Nella stagione 1961/62 il Milan, trascinato da un giovanissimo Rivera, da Sani e da Altafini, con un grande girone di ritorno, vince il campionato a mani basse, con cinque punti di vantaggio sull’Inter di Herrera: Liberalato contribuisce al successo inanellando sette presenze.

Il Milan – sottolinea Liberalato – era una società all’avanguardia, guidata dal presidente Rizzoli, coadiuvato dal suo vice Carraro, mentre come direttore tecnico c’era un vecchio marpione come Gipo Viani. Io mi sono inserito senza grossi problemi in quell’ambiente: ero amico di tutti e i giocatori mi stimavano. Rivera anche se solo diciannovenne era già un calciatore straordinario, il più grande: lui era ‘il calcio’. Sani arrivò a novembre, prese in mano la squadra e le fece fare il salto di qualità, mentre Altafini ero lo stoccatore. Tra tutti i compagni quello di cui ho un ricordo più vivo è comunque Radice, con cui spesso pranzavo.

L’anno successivo le cose vanno meno bene in campionato (alla fine il Milan sarà terzo) ma c’è un grande obiettivo da raggiungere: la Coppa dei Campioni, che sinora nessuna italiana è riuscita a conquistare.

Anche in quella stagione – ricorda Liberalato – sembrava dovessi partire titolare, invece poi giocò Ghezzi. Collezionai comunque due presenze in Coppa dei Campioni, contro l’Union Luxembourg, nei sedicesimi, e l’Ipswich Town, agli ottavi. Poi Rocco si affidò di nuovo a Ghezzi: ma la cavalcata in Coppa fu comunque anche per me straordinaria. Per la finale, a Wembley contro i campioni uscenti del Benfica, arrivammo a Londra una settimana prima. Io la partita la vidi dalla tribuna (ancora non esistevano i ‘panchinari’) ma fu davvero un’emozione fortissima quando potei anche io alzare quel trofeo a cui avevo comunque contribuito, con due partite giocate.

L’anno successivo Liberalato sembra destinato a prendere defintivamente la successione di Ghezzi, ma qualcosa è cambiato al Milan: non c’è più Rocco, sostituito da Carniglia.

I miei compagni – ci racconta – continuavano a dirmi che sicuramente sarei stato io il titolare, però Carniglia non mi ‘vedeva’ molto. Ad “eliminarmi” ci pensò comunque il solito infortunio. Durante un allenamento, finii, tuffandomi, su un pezzo di vetro: risultato nove punti di sutura e il Milan che acquistò, in attesa della mia guarigione, un altro portiere, Balzarini. Me ne tornai deluso, e ancora in convalescenza, a Mestre, con l’idea di smettere di giocare: per aiutare mio padre e mio fratello rimasti senza lavoro, proprio in quei mesi avevo infatti aperto una tipografia. Una volta guarito accettai però l’offerta in serie B del Prato. Ma anche qui appena sei partite, e poi un nuovo grave infortunio alla spalla. Tornai a giocare l’anno dopo, sempre in B, col Verona. Ma il destino era di nuovo in agguato. Alla mia prima partita in maglia gialloblu, dopo mezzora di gioco, esco in presa alta, agguantando la palla, quando Muzio, attaccante della Spal, mi tocca mentre sono ancora in volo. Mi sbilancio e cado malissimo: doppia frattura del braccio: per “riattaccarmelo” mi prelevarono quindici centimetri di osso dalla tibia. Stavolta davvero la mia carriera era finita.

Liberalato comunque non si arrende: due anni dopo accetta le offerte della sua Mestrina, e torna in campo, anche se oramai, non può più avere il rendimento dei bei tempi.

Sono tornato a Mestre – ci confida – per il grande amore che ho sempre avuto per la società arancione. Per me era più emozionante scendere in campo al Baracca che a San Siro, perché giocavo per la mia gente e i miei colori. La Mestrina, in quegli anni, in serie C, non viveva certo momenti belli, eppure è legato proprio all’ultima stagione, il mio ricordo più bello da calciatore. Partita esterna, contro il Verbania: vengo subissato di tiri dagli avversari, subisco tre gol ma paro ugualmente l’inverosimile, tornando per un giorno come ai bei tempi. A fine partita vengo acclamato anche dai tifosi avversari, al grido “Liberalato di nuovo al Milan”. A fine stagione comunque la Mestrina retrocesse e io, anche se avevo solo trent’anni, decisi di appendere definitivamente le scarpe al chiodo. Le mie soddisfazioni le ho comunque avute, giocando con grandi campioni. Il portiere che più ammiravo? Di sicuro Sarti: aveva grande stile, era freddo, con un ottimo senso della posizione, era essenziale e non concedeva nulla alla platea. È stato un po’ dimenticato, anche dagli stessi tifosi interisti, e me ne dispiace un po’.

 

“Io, Rocco, Rivera e la coppa dalle grandi orecchie” ultima modifica: 2017-01-26T19:43:24+01:00 da UMBERTO ZANE

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