Che succede in Gambia, paese d’origine di Pateh. E di tanti come lui

scritto da ANGELO FERRARI

Pateh Sabally era un giovane migrante, sopravvissuto alla traversata nel Mediterraneo. Pateh è morto annegato nel Canal Grande a Venezia domenica scorsa. Della vicenda ytali si è occupato ieri (intervista con Gianfranco Bettin di Claudio Madricardo). Pateh proveniva dal Gambia, un paese nei giorni scorsi in cima ai notiziari di tutto il mondo, ma non d’Italia. Abbiamo chiesto ad Angelo Ferrari, giornalista esperto d’Africa di aggiornarci sulla situazione gambiana.

E alla fine l’ordine sembra tornato in Gambia. Il presidente legittimamente eletto, e riparato in Senegal, Adama Barrow, ha fatto ritorno nel Paese per prendere le redini del potere. All’origine dell’impasse la decisione del presidente uscente, Yahya Jammeh, sconfitto alle presidenziali del 1 dicembre 2016, di non lasciare la guida del Paese, assunta 22 anni fa con un colpo di stato. Alla fine, Jammeh, è scappato, una fuga garantita dall’intervento dell’esercito mauritano, lasciando un paese in bancarotta.

Con sé, infatti, si è portato anche la cassa dello Stato: 11,4 milioni di dollari e numerose auto di lusso e altri beni caricati su un cargo messo a disposizione dal Ciad. L’uscita di scena di un dittatore da operetta, un poco surreale, è stata garantita dall’intervento militare della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), che rappresenta un fatto inedito e politicamente, per l’Africa, estremamente importante, che supera la reale importanza del Gambia stesso: uno stato poverissimo, con meno di due milioni di abitanti, senza risorse, incuneato nel Senegal, che lo circonda su tre lati.

L’intervento militare dell’Ecowas ha potuto contare, ed essere dunque legittimo, su una risoluzione votata a maggioranza dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La valenza politica è presto detta: Ecowas è intervenuta altre volte e il nemico è sempre stata una formazione di guerriglieri o una fazione impegnata in una guerra civile, mai contro un presidente. Tutto ciò non è di poco conto per l’Africa.

Altra novità, anch’essa inedita, ma meno edificante, è che l’organizzazione che sarebbe stata legittimata a detenere l’egida di un intervento militare, l’Unione Africana (Ua), è rimasta ai margini, non è intervenuta. L’Ua non avrebbe mai votato un intervento militare contro Jammeh e come avrebbero potuto farlo presidenti che sono uguali se non peggio del dittatore gambiano?

Perché mai, per esempio, Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi, avrebbe dovuto votare una risoluzione contro un dittatore che, come lui, è al potere in spregio alla Costituzione che prevede solo due mandati e senza il supporto di una consultazione elettorale legittima? Ma come Jammeh e Nkurunziza in Africa sono in tanti, verrebbe da dire, un po’ ironicamente, che sono in buona compagnia. Solo per fare qualche nome: Kabila, presidente della Repubblica democratica del Congo, Kagame, presidente del Rwanda, N’Guesso, presidente del Congo Brazzaville, Deby, presidente del Ciad, Dos Santos, presidente dell’Angola, Mugabe, presidente dello Zimbabwe. In futuro, speriamo non troppo lontano, potrebbero essere loro a essere messi sotto accusa.

L’Unione Africana non poteva permettersi un precedente così, anche se, tutti i compagni di Jammeh, a differenza di lui, governano indisturbati i loro Paesi ricchi di risorse naturali, petrolio su tutto, con interessi nemmeno celati, di molte multinazionali (e quindi degli Stati occidentali), e quindi più solidi del Gambia. Ora, però, Jammeh è ospitato dalla Guinea Equatoriale, dove si godrà 11,4 milioni di dollari alla faccia di ogni gambiano che fino ad oggi ha meditato di fuggire dal quel Paese per raggiungere le coste del Mediterraneo. Quegli immigrati che in Europa vengono chiamati, come se fosse uno stigma, “migranti economici”. E come dargli torto? Oggi, forse, tutto potrebbe cambiare, ma il condizionale è obbligatorio.

È l’Africa bellezza.

Che succede in Gambia, paese d’origine di Pateh. E di tanti come lui ultima modifica: 2017-01-27T19:17:21+02:00 da ANGELO FERRARI

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