Italicum. Le parole della Consulta sono azioni

scritto da FRANCESCO MOROSINI

Ludwig Wittgenstein ebbe a scrivere che “le parole sono azioni”. Ebbene, questo si applica pure alle sentenze che, come insegna la filosofia del linguaggio, è un far cose con le parole. Infatti, tale è, cioè un fatto incidente sul sistema politico del Belpaese, la sentenza della Corte costituzionale che ha deciso l’incostituzionalità del “cuore politico” dell’Italicum: il doppio turno.

Vero, ha deciso, come si vedrà, pure in materia di capilista; tuttavia, ed è il dato politicamente più rilevante, essa ha, appunto, relegato nel limbo delle norme la possibilità di ricorrere a un secondo turno, se mancato il primo, per l’assegnazione alla lista vincente del premio di maggioranza (340 seggi su 630). Cade così la filosofia costitutiva, e il senso politico dell’Italicum medesimo: ovvero, la sua idea di democrazia governante, con elementi dis-rappresentativi (il premio), ma con un cuore sostanzialmente proporzionalista, quindi ugualmente capace di rappresentare l’opinione del corpo elettorale.

In realtà, il premio resta, ma, dopo la sentenza, diviene più un punto sull’orizzonte politico, cioè un evento più improbabile che possibile: perde, insomma, il suo essere, come voleva il legislatore, una concreta e fattiva possibilità. Ciò che resta dell’Italicum, difatti, è il premio, ora conseguibile al primo (ed unico) turno qualora la lista vincente raggiunga il quaranta per cento dei suffragi. Perché cambia tutto rispetto al meccanismo del doppio turno? Perché, insomma, è così difficile, tanto da scompaginare il funzionamento originale dell’Italicum stesso, l’obiettivo del premio?

La risposta sta tutta nella parola “lista”; più esattamente, di come il legislatore ne aveva previsto il formato onde, favorendo il lato dis-rappresentativo dell’Italicum, puntare a premiare una lista singola (un solo partito o alleati assolutamente coesi); e non, all’opposto, una coalizione di liste. Pertanto ora – dovendo ovviamente la Consulta operare e decidere sulla base delle norme vigenti sopravvissute senza aggiungervene altre -, per la parte dell’Italicum rimasta in piedi, c’è un formato di scheda elettorale che, pur ammettendo in via di principio una lista pluripartitica, nella sostanza prevede un unico simbolo di lista, perciò stesso rendendo assai difficile vaste alleanze partitiche antecedenti al voto.

Ne deriva, divenendo improbe le coalizioni (se non, more Prima repubblica, dopo il voto) e difficile il traguardo del quaranta per cento necessario al premi (a oggi PD, M5s, Lega, Forza Italia hanno sia voti “reali” – varie elezioni  – che rilevati dai sondaggi attorno al trenta per cento, dunque lontani dal quorum del premio) che di nuovo la Penisola avrà un sistema elettorale più orientato al proporzionale che al maggioritario; sebbene esso resti, come visto, come opzione rara ma possibile. Si può dire, allora, che la Corte abbia abbattuto il punto di forza, cioè il suo essere un sistema majority assuring, dell’Italicum? In un certo senso è quanto è accaduto in quanto è questo il far cose con le parole della sentenza.

Nondimeno, si può anche dire che, prima della sentenza, il fatto decisivo che ha affondato l’essenza politica dell’Italicum steso è stato il NO al referendum costituzionale; in altri termini, si può dunque affermare che la Consulta, quasi fosse un medico, si sia limitata a constatarne il decesso.

Impossibile negare, d’altronde, che Italicum, naturalmente col doppio turno, e riforma costituzionale erano legati a filo doppio. Infatti, entrambi puntavano a realizzare un’idea di democrazia governante fondata sul principio di un’elezione diretta, di fatto se non di diritto, dell’esecutivo; tuttavia temperata dal decisivo contrappeso, restando la forma di governo italiana di tipo parlamentare, del potere della Camera dei deputati di sfiduciare, nel caso di contrasto irriducibile e conseguente collasso della maggioranza di governo, l’esecutivo.

Un elemento, quest’ultimo, di grande elasticità nella vita politica democratica e, perciò, da valutare assolutamente in modo positivo; difatti, è ciò che manca nei sistemi presidenziali dove, conseguentemente, l’eventuale, e frequente, scontro tra parlamento e presidenza sfocia, in assenza dell’istituto della sfiducia, o nella paralisi o nell’impeachment.

In ragione di ciò non è per nulla un caso se tentativi di introdurre elementi di maggioritario nella legislazione elettorale italiana, oltre agli auspici degli studiosi, c’erano già stati, specie al crollo della “proporzionalistica” Prima repubblica con il Mattarellum e il cosiddetto Porcellum (anch’esso incappato nei rigori della Corte costituzionale). Tuttavia ambedue, se guardate politicamente, avevano due difetti: consentivano, per vincere, aggregazioni partitiche arlecchinesche solo “contro”, quindi facili a sfasciarsi una volta divenute maggioranze parlamentari.

Oltre a ciò, in relazione al fatto di come l’articolo 57 della Costituzione vigente disciplina regionalmente l’assegnazione dei suoi collegi elettorali al Senato, entrambe aprivano una evidente falla in termini di stabilità sistemica: quella di produrre diverse maggioranze tra Montecitorio e Palazzo Madama, come ben insegna la storia politica della Seconda repubblica. Viceversa, l’Italicum, nella versione approvata dal parlamento col doppio turno e, in aggiunta, col permanere di una sola “Camera politica” (in quanto titolare della sfiducia, come era previsto dalla riforma), avrebbe garantito già la sera delle elezioni il sapere chi governa, cioè il potere del corpo elettorale di fare l’esecutivo. Tuttavia, il 4 dicembre 2015 l’elettorato ha deciso diversamente; e questo, merita ripeterlo, ben prima della sentenza della Consulta, ha travolto, col doppi turno, la logica politica dell’Italicum.

Anzi, va pure detto che se la Corte, a Costituzione vigente (bicameralismo paritario ma con diversa ripartizione dei collegi elettorali), avesse lasciato il doppio turno, allora il Palazzo della politica si sarebbe trovato in gravi ambasce per rendere compatibili i sistemi elettorali dei due rami del Parlamento; quasi una mission impossible. Anzi, si potrebbe quasi affermare che, riemergendo prepotentemente nella cultura politica italiana il proporzionalismo, la Consulta con questa sentenza ha, probabilmente, evitato l’impazzimento del processo di aggiustamento tra le due leggi elettorali necessarie all’elezione del parlamento della Repubblica. Ciò posto, resta la curiosità, in attesa delle motivazioni della sentenza, di conoscere la ratio giuridica che ha portato la Corte alla dichiarazione d’incostituzionalità del doppio turno. Rimane tuttavia, in termini di Realpolitik, che difficilmente, nel dopo referendum, sarebbe stata possibile una diversa sentenza.

Ciò posto, l’altro intervento della Corte, ma di minor effetto sistemico, riguarda i cento capilista “bloccati” (se scatta un solo seggio nel collegio, salvo optino diversamente, è loro mentre per l’assegnazione di altri seggi valgono le preferenze dei candidati); più precisamente, l’Italicum, come appena detto, concedeva a questi capilista la possibilità di optare per il collegio da essi preferito. Viceversa, la Consulta, accogliendo le richieste referendarie, ha eliminato questa facoltà del capolista, lasciando operativo al suo posto il criterio residuale (previsto dall’art. 85 DPR 1956, poi modificato dall’Italicum) del sorteggio. In sintesi, pertanto, la Corte costituzionale ha prodotto, né avrebbe potuto essere diversamente, una normativa di risulta in grado di portarci tecnicamente alle elezioni.

Purtroppo, però, ciò vale solo giuridicamente; mentre lo è meno, molto meno, politicamente. Cero, è vero che sia l’Italicum del dopo sentenza che il Consultellum (guarda caso due leggi elettorali di fatto scritte più dalla Consulta che, a suo disdoro, dal legislatore) presentano delle differenze bypassabili rapidamente; e che, addirittura, già si potrebbe votare con esse; ma a patto, però, di accettare il rischio di avere maggioranze opposte tra Montecitorio e Palazzo Madama. Insomma, ha ragione il prof. D’Alimonte (Sole/24 Ore del 26 gennaio) quando afferma che ora il Belpaese rischia uno status potenzialmente paralizzante.

Per capirlo, è opportuno andare alle differenze, sono quattro, tra le due leggi elettorali in questione. La prima è che, comunque, alla Camera resta il premio di maggioranza; e che la sua presenza di per sé stessa potrebbe indurre chi può correre da solo (Pd e M5s) a, quantomeno provarci; magari, più che per vincere per “segnare il territorio” come partito protagonista di un nuovo ipotetico bipolarismo. Sarebbe un problema per la Destra che, per essere competitiva, dovrebbe aggregarsi in un’unica lista; cosa tutt’altro che facile, considerato che alla Camera vige la lista modello Italicum, per una forza identitaria come la Lega. Gli effetti di ciò li si potranno valutare da come i vari partiti si porranno in Parlamento di fronte all’ipotesi di ritoccare le leggi elettorali: perché allora emergeranno i loro diversi interessi. Poi, tra Montecitorio e Palazzo Madama variano le soglie di sbarramento: il tre per cento per la Camera; al Senato, viceversa, è più complicato: l’otto per cento per le forze non coalizzate e il tre per cento per le coalizzate (a condizione, nondimeno, che la coalizione raggiunga il venti per cento), naturalmente regione per regione.

Qui il problema è che la possibile forte dispersione dei voti (quelli delle liste sotto l’otto per cento), sempre in un contesto elettorale che ha la propria dimensione politica nelle regioni, potrà produrre al Senato, anche qualora alla Camera scattasse il premio, maggioranze contrapposte. Infine, c’è la differenza nella selezione dei parlamentari (a Montecitorio ci sono i capilista bloccati); ma questo è un aspetto, come già osservato, di scarso peso sistemico.

Insomma, dopo la sentenza della Consulta, ma soprattutto per effetto dell’esito referendario, la questione di dare stabilità di governo alla Penisola resta irrisolta; anzi, resta la preoccupazione che il sistema politico italiano spiaggi come una balena che abbia perso il senso d’orientamento. Inoltre, anche senza eccedere in pessimismo, resta che, con tutta probabilità, le future elezioni per il Parlamento riconsegneranno la decisione sul governo del Paese, se non si adotterà un proporzionale almeno corretto, dai cittadini elettori alle segreterie dei partiti; con i primi, mere antico, al massimo a distribuire le carte (i voti) alle seconde.

Avanti tutta verso la Prima repubblica, quindi. Salvo, naturalmente, che qualche tsunami politico, interno o internazionale che sia, non scompagini alla radice il tavolo di gioco della politica nostrana. Possibile.

Italicum. Le parole della Consulta sono azioni ultima modifica: 2017-01-27T17:20:37+00:00 da FRANCESCO MOROSINI

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