L’Argentina di Macri tra Bergoglio e Trump

scritto da GRISELDA CLERICI

Difficilmente Mauricio Macri, neo presidente argentino, poteva prevedere che, a poco più di un anno dalla sua elezione, avrebbe dovuto fronteggiare contemporaneamente le critiche della Chiesa di Bergoglio e l’imprevedibilità della politica nordamericana oggi consegnata a Trump. Una posizione scomoda, quella dell’inquilino della Casa Rosada, alle prese con una situazione economico e sociale che va deteriorandosi anche per le scelte liberiste del suo governo.

La famiglia Macri in udienza dal papa, 27 novembre 2015

Inflazione, recessione e disoccupazione si avvitano in una spirale impazzita già sperimentata in quel paese. Per non parlare del tema della sicurezza, cavallo di battaglia vincente della coalizione del presidente contro il governo di Cristina Kirchner. Oggi questo tema si ritorce contro chi l’aveva agitato. Episodi di criminalità legati in particolar modo al narcotraffico sono sempre più comuni nel paese sudamericano. Il decisionismo liberista di Macri si è mosso lungo binari consolidati e molto battuti in America Latina dai governi conservatori.

Liberalizzazioni selvagge di quel che resta del patrimonio pubblico, tagli alla spesa sociale, cancellazione di diritti dei lavoratori per ridurre il loro costo, perdita di potere d’acquisto per salari e pensioni, migliaia di licenziamenti nel settore pubblico e privato, aumenti forsennati del costo dei trasporti, della luce e della benzina.

I risultati di questa brillante cura? Il Pil continua a scendere (confermando le previsioni del Fondo Monetario Internazionale), la produzione industriale segna un pesante meno cinque, l’inflazione è schizzata oltre il quaranta per cento (la più alta da venticinque anni) e le disparità sociali sono cresciute a dismisura in brevissimo tempo. Si è calcolato che alla fine del terzo trimestre del 2016 il venti per cento più ricco della popolazione ha accumulato il quaranta per cento della ricchezza ed il venti per cento più povero solo il 4,3 per cento. E nella sfera macroeconomica balza agli occhi l’aumento del 26 per cento del debito pubblico cresciuto in pochi mesi.

Un aumento destinato a non fermarsi se il ministro delle finanze Luis Caputo ha recentemente dichiarato che servono altri tredici miliardi di dollari da reperire nel mercato finanziario per proteggersi da un eventuale dollaro forte e dal possibile aumento dei tassi della Federal Reserve. Il protezionismo economico di Trump, qualora venisse effettivamente tradotto in atti concreti, produrrebbe un grave danno ai paesi più indebitati dell’America Latina.

http://www.xitio.com.ar/

 

Trump e Macri si conoscono da molto tempo. Sono due imprenditori che non si fidano più dell’intermediazione politica e tendono a rappresentare i loro interessi senza alcuna delega. Interpretano il loro ruolo in chiave apparentemente antitetica. Dichiaratamente liberista e fautore dei mercati aperti il premier argentino. Protezionista, statalista e populista il presidente americano. Ma entrambi a difesa degli stessi interessi. La conoscenza tra i due risale agli anni ’80. L’incontro non fu felice. Il padre del leader argentino, Franco Macri, aveva investito ingenti risorse finanziarie in vicende edilizie a New York. Ma a bloccare l’ingresso dell’italo argentino nel mercato immobiliare della Grande Mela fu proprio Trump. E quando nel ’91 Mauricio Macri fu vittima di un sequestro, il padre adombrò sospetti sullo stesso attuale presidente degli Usa che, in precedenza, aveva definito un “prepotente”.

Non ci si può meravigliare se la Casa Rosada in campagna elettorale non aveva nascosto le sue simpatie per Hillary Clinton. Per uno degli imprevedibili giochi del destino il giornale argentino La Nacion riporta una paradossale indiscrezione sulla telefonata di rito tra i due presidenti dopo il voto americano. Pare che Trump avesse chiesto (e ottenuto?) a Macri di sbloccare tutti i vincoli e le pastoie burocratiche che avevano finora impedito la costruzione di una delle famose “torri” di Trump e soci in pieno centro a Buenos Aires. È il protezionismo a senso unico.

Quello che non è stato permesso a Franco Macri sarà permesso a Trump. Ma le preoccupazioni dell’esecutivo argentino per il nuovo corso economico americano non sono dissimili da quelle degli altri paesi dell’America Latina. Se il Congresso statunitense appoggerà il protezionismo del suo presidente è l’intero quadro di riferimento che si trasformerà drasticamente. Con la caduta di Dilma Rousseff in Brasile, il cambio politico in Argentina e grazie anche all’ausilio di nuove relazioni con Cuba, Obama era riuscito a incrinare la compattezza di un mercato, quello latinoamericano, che aveva vissuto una importante e felice stagione autonoma per riportarlo nella sfera d’influenza nordamericana.

Ora sembra che tutto si sia improvvisamente capovolto. Trump ha più volte ripetuto che saranno cancellate le aperture di Obama a Cuba, si teme per i rapporti con un Venezuela instabile e in gravi difficoltà economiche e sociali e per i negoziati di pace in Colombia con le Farc per i quali il precedente governo americano aveva già garantito 450 milioni di dollari. La stessa assurda e vergognosa vicenda del muro con il Messico inquieta l’intero continente. Perché questa misura coinvolge i migranti di un’area ben più vasta del solo Messico ed allarma per i propositi di trasferimento coatto di circa undici milioni di emigrati che già risiedono negli Usa.

Una vera e propria deportazione umanamente insostenibile e con riverberi economici disastrosi per i paesi di provenienza. Un danno per la perdita secca di rimesse dei migranti, per l’aumento della disoccupazione, per le complicazioni già annunciate negli scambi commerciali. Un quesito che oggi sembra importante è se il protezionismo sarà selettivo o generale. Macri teme l’inaffidabilità di Trump a rispettare regole e trattati multilaterali. Dopo il TTP si appresta a far saltare anche l’accordo di libero commercio Nafta (Usa, Canada e Messico).

Le ritorsioni al Messico per non voler finanziare l’innalzamento del muro possono essere letali per quel paese visto che esporta negli Usa oltre 316 miliardi di dollari in beni e servizi ed ha finora una bilancia commerciale in attivo. I dazi varranno per tutti? Il protezionismo avrà effetti certi sui mercati finanziari facendo saltare equilibri già precari per la crisi mondiale che oggi morde anche in questi paesi. Si profila all’orizzonte un mutamento di relazioni geopolitiche per ragioni di sopravvivenza economica. Se l’America si rinchiude nella sua roccaforte per diventare “prima”, l’alleato economico inevitabile dei paesi dell’America Latina è proprio il nemico numero uno di Trump e dei suoi sostenitori: la Cina. Per la verità la Cina è da tempo molto presente in questa aerea. È il primo o il secondo socio commerciale di Brasile, Cile, Perù, Ecuador, Argentina, Bolivia, Uruguay e Paraguay.

Negli ultimi due anni gli affari avevano subito un calo dell’undici per cento per le sopraggiunte difficoltà economiche del colosso asiatico. Oggi Xi Jinping intravede la possibilità di allargare il mercato latinoamericano per cercare di arginare gli effetti gravi del conflitto con il Nord America. All’indomani della elezioni di Trump Xi Jinping ha già incontrato i governi di Ecuador, Perù e Cile e concordato importanti lavori infrastrutturali e in campo energetico.

Il presidente cinese Xi Jinping e il presidente ecuadoriano Rafael Correa a Quito, 17 novembre 2016

C’è un evidente e frenetico attivismo. L’ambasciatore argentino in Cina, Diego Guelar, senza perdersi in perifrasi ha affermato dopo il voto americano e il risultato dei referendum britannico sulla Brexit che la Cina è il referente privilegiato. Sia chiaro, molti paesi latinoamericani preferirebbero mantenere relazioni economiche positive con gli Usa perché questi importano prodotti manifatturieri a più alta capacità di occupazione. La Cina, al contrario, acquista materie prime (petrolio, minerali, soia) spesso a prezzi relativamente bassi. Ma sono tempi questi in cui bisogna fare di necessità virtù. Il protezionismo proclamato da Trump va sicuramente verificato.

I repubblicani del Congresso non hanno opinioni uniformi in materia. Ma gli effetti sugli scenari economici e geopolitici sono rapidissimi. Come per l’Europa la sferzata dovrebbe far suonare la sveglia in scelte economiche conseguenti ed in materia di reale unificazione politica, così il destino dei paesi dell’America Latina sembra quello, a dispetto dei conflitti politici, di essere chiamati a rianimare tempestivamente le forme di collaborazione unitaria che avevano subito di recente una drastica battuta di arresto.

Se da un punto di vista economico il profilo dei due imprenditori, Macri e Trump, sembra diverso se non proprio opposto, i due convergono nel modello di società autoritaria. E una ragione precisa esiste. Devono entrambi pagare “dazio” a un elettorato reazionario che ha permesso le loro elezioni. Se Trump ha dato voce all’America più profonda e conservatrice e, probabilmente, ad una classe lavoratrice disorientata dagli effetti negativi della globalizzazione, Macri oltre a premiare le classi più abbienti ha rianimato la borghesia che in Argentina è stata spesso collusa con le tragiche esperienze della dittatura militare.

Entrambi non si sono fatti scrupoli nell’immolare sull’altare della proprio consenso vittime sacrificali predestinate: i migranti e i diritti civili l’uno, i migranti e le associazioni delle vittime della dittatura, la stessa memoria democratica del paese, l’altro. Oggi in Argentina c’è un giro di vite che limita pesantemente gli spazi democratici su cui la Chiesa di Bergoglio sta esercitando una critica netta e determinata. Il governo propone di ridurre da sedici a quattordici anni la possibilità di punire chi compie reati, esercita nuovi ed opprimenti controlli e restrizioni sui migranti ed è protagonista di una violenta repressione contro il popolo Mapuche che difende i propri diritti in Patagonia. Sempre più nel dibattito pubblico argentino i migranti sono associati alla criminalità.

È evidente che le proteste di Macri per il muro con il Messico perdono di credibilità nella denuncia di disumanità e si palesano, neanche in controluce, le preoccupazioni per le conseguenze di natura strettamente economica. La Conferenza episcopale argentina non accetta neanche la criminalizzazione dei minori. Con formidabile efficacia fa notare che “Non si può guardare solo la fotografia del reato commesso dal minore, ma l’intero film della sua vita”.

Ma è anche tutta la politica economica di Macri che viene severamente criticata dalla stessa Conferenza episcopale se reclama in un suo documento

una giusta redistribuzione del reddito ed un miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei tanti che stanno soffrendo.

Stretto tra l’inaffidabilità di Trump e l’autorevolezza ingombrante del pontefice argentino, Macri naviga in acque molto agitate. Ma è su tutto il Paese e sull’intera America Latina che si stanno addensando pesanti interrogativi a cui bisognerà, in tempi brevi, dare risposte adeguate e alternative.

VERSIONE ORIGINALE IN SPAGNOLO

L’Argentina di Macri tra Bergoglio e Trump ultima modifica: 2017-01-31T19:31:28+01:00 da GRISELDA CLERICI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento