Italicum. Scenari inquietanti dopo la sentenza della Consulta

scritto da GIOVANNI INNAMORATI

Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”, cantava con felice icasticità il cantautore Gian Piero Alloisio, nella sua canzone Silvio, resa celebre da Giorgio Gaber. Mi è venuto in mente questo aforisma, leggendo le prime righe del comunicato della Corte costituzionale del 25 gennaio sulla “Decisione sulla legge elettorale cd. Italicum”: “Sulla Consulta aveva ragione Berlusconi”, è stata la mia reazione, che poi ho scoperto essere stata la stessa di diverse altre persone. Non per le decisioni riguardanti il merito della legge elettorale, l’Italicum, ma per la decisione – riportata nelle prime righe del comunicato – di dichiarare ammissibili i ricorsi presentati.

In queste righe vorrei spiegare che tale decisione apre la strada ad uno stravolgimento della nostra architettura costituzionale, al suo sistema di pesi e contrappesi, con un ulteriore depotenziamento del ruolo del Parlamento, e della nostra democrazia rappresentativa. L’aspetto paradossale – su cui tornerò alla fine – è che i ricorsi che aprono la strada a questi esiti, sono stati presentati da alcuni promotori del Comitato del No al referendum del 4 dicembre 2016, che hanno condotto una battaglia in nome dell’intangibilità della nostra Carta.

Il Palazzo della Consulta in una celebre incisione di Giovanni Battista Piranesi

Il primo strappo è avvenuto tre anni fa, con la famosa sentenza 1/2014 che definì incostituzionale il Porcellum in due aspetti: le lunghe liste bloccate e il premio di maggioranza assegnato senza che fosse prevista una soglia minima di attribuzione. Ebbene anche quel ricorso andava respinto perché era nella sostanza un ricorso diretto da parte di cittadini (l’avvocato Felice Besostri) e non incidentale da parte di un Tribunale. Nel nostro ordinamento non è consentito ai cittadini di sollevare una questione di legittimità su una legge davanti alla Corte; il motivo di fondo è che la nostra è una Repubblica parlamentare basata sulla rappresentanza e gli strumenti di incidenza diretta sul processo legislativo da parte dei cittadini sono limitati al referendum abrogativo (a valle) e al disegno di legge di iniziativa popolare (a monte).

Il ricorso alla Corte può essere presentato da un Tribunale quando esso, al momento di applicare una legge, incidentalmente ha un dubbio che essa possa essere incostituzionale. In gergo si dice appunto ricorso incidentale, da contrapporre a quello diretto. Ebbene l’avvocato Besostri si rivolse al Tribunale sostenendo che il Porcellum violava i suoi diritti civili e chiedeva quindi ai magistrati di sollevare il problema di legittimità davanti alla Corte. Al Tribunale non veniva chiesto di applicare una legge e quindi doveva dichiararsi incompetente; invece accolse l’istanza e propose il ricorso alla Consulta che, quindi, non era incidentale, ma nei fatti un ricorso diretto.

Un’udienza pubblica della Corte

La Corte si pose il problema se dichiarare ammissibile o meno il ricorso e si risolse per una risposta affermativa come ha spiegato poi all’inizio della sentenza 1/2014 redatta dal relatore, Giuseppe Tesauro.

L’ammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale sollevate nel corso di tale giudizio si desume precisamente dalla peculiarità e dal rilievo costituzionale, da un lato, del diritto oggetto di accertamento; dall’altro, della legge che, per il sospetto di illegittimità costituzionale, ne rende incerta la portata. Detta ammissibilità costituisce anche l’ineludibile corollario del principio che impone di assicurare la tutela del diritto inviolabile di voto, pregiudicato – secondo l’ordinanza del giudice rimettente – da una normativa elettorale non conforme ai principi costituzionali, indipendentemente da atti applicativi della stessa, in quanto già l’incertezza sulla portata del diritto costituisce una lesione giuridicamente rilevante. L’esigenza di garantire il principio di costituzionalità rende quindi imprescindibile affermare il sindacato di questa Corte (…) anche sulle leggi, come quelle relative alle elezioni della Camera e del Senato, che più difficilmente verrebbero per altra via ad essa sottoposte.

Inoltre l’ammissione del ricorso era dettata da un’altra necessità, quella

che non siano sottratte al sindacato di costituzionalità le leggi, quali quelle concernenti le elezioni della Camera e del Senato, che definiscono le regole della composizione di organi costituzionali essenziali per il funzionamento di un sistema democratico-rappresentativo e che quindi non possono essere immuni da quel sindacato. Diversamente, si finirebbe con il creare una zona franca nel sistema di giustizia costituzionale proprio in un ambito strettamente connesso con l’assetto democratico, in quanto incide sul diritto fondamentale di voto; per ciò stesso, si determinerebbe un vulnus intollerabile per l’ordinamento costituzionale complessivamente considerato.

Traducendo dal linguaggio giuridico all’italiano corrente, ha prevalso il principio sostanzialista: è vero che nei fatti è un ricorso diretto, ma solo in questo modo la Corte potrà occuparsi della legittimità costituzionale della legge elettorale, che altrimenti sfuggirebbe dal sindacato della stessa Consulta.

La Corte costituzionale riunita in camera di consiglio nel Salone pompeiano

Nel merito, come si ricorderà la Corte non si limitò a dichiarare illegittimi due punti del Porcellum, e cioè le lunghe liste bloccate e il premio di maggioranza attribuito senza la previsione di alcuna soglia, ma ha scritto una legge elettorale completamente nuova, il cosiddetto Consultellum: un proporzionale puro con preferenza unica, sia per la Camera che per il Senato, dove la soglia è all’otto per cento. Va ricordato che un sistema proporzionale con preferenza è sì stato in vigore per la Camera fino alle elezioni del 1992, ma per il Senato non lo è mai stato. Dunque l’aver ammesso il ricorso ha introdotto il sindacato costituzionale sulle leggi elettorali, che prima non esisteva, e a ciò si aggiunge un nuovo potere della Corte, quello di scrivere le leggi elettorali che, anche secondo la precedente giurisprudenza della Corte, erano una esclusiva del Parlamento. E ci mancherebbe altro! Nel resto dei Paesi da democrazia liberale è così.

Su questo secondo punto occorre insistere. Una legge elettorale è un sistema. Con il termine sistema si intende, “qualsiasi oggetto che, pur essendo costituito da diversi elementi reciprocamente interconnessi e interagenti tra loro o con l’ambiente esterno, reagisce o evolve come un tutto, con proprie leggi generali” (Vocabolario lingua italiana Treccani). Quindi se si interviene su uno o più elementi, oppure su una o più delle relazioni interne ai diversi elementi, cambia tutto il sistema e se ne instaura uno nuovo. Il Parlamento nel 2005 ha approvato con il Porcellum un sistema elettorale (pessimo), che se è incostituzionale va abrogato del tutto, eventualmente portando a riviviscenza il precedente (il Mattarellum). Lo scrivere un nuovo sistema elettorale non compete, nella nostra Costituzione, alla Corte costituzionale.

Forse la Corte ha pensato che un sistema proporzionale puro con preferenza equivale ad un sistema neutro, una sorta di “grado zero” dei sistemi elettorali. Ma questo è un clamoroso errore tecnico, perché il proporzionale (al netto del fatto che ce ne sono di diverso tipo) è uno dei sistemi possibili e risponde ad una concezione politica, quella di una democrazia consociativa che si contrappone alla democrazia competitiva. Anche storicamente i primi sistemi elettorali sono con collegi uninominali. Un errore tecnico della Corte che pone il tema dei requisiti professionali dei quindici membri della Consulta: l’essere esperti in materie giuridiche oggi non è più sufficiente, occorrono economisti, esperti in sistemi attuariali, ecc, visto che la Corte decide anche su pensioni, ecc. E quindi occorrono anche politologi, visto che la Corte è chiamata a pronunciarsi sui sistemi elettorali, che non sono oggetti giuridici ma politologici.

I giudici costituzionali in carica nell’aprile 2009 riuniti nella Sala delle Udienze

Ma veniamo all’attualità, al 25 gennaio scorso, e alla decisione di dichiarare ammissibile il ricorso. Qui la Corte poteva fare atto di resipiscenza, in base agli argomenti suggeriti da Ugo De Siervo e Annibale Marini, entrambi presidenti emeriti della Consulta: mentre il Porcellum era una legge “già applicata”, l’Italicum “non è mai stata attuata”, quindi la Corte dovrebbe dichiararsi “incompetente ad intervenire”. Per altro la Corte era aiutata dal fatto che dei venti Tribunali ai quali l’avvocato Besostri e gli altri ricorrenti si erano rivolti, ben quindici avevano respinto il ricorso, che era stato accolto solo da cinque Tribunali. La tesi dell’inammissibilità era sostenuta dall’Avvocatura dello Stato ma, come sappiamo è stata respinta.

Al di là quindi del merito della sentenza sulla legge elettorale, con l’eliminazione del ballottaggio, la questione nuova è che la Corte ha allargato il proprio sindacato ispettivo anche ai ricorsi, di fatto, diretti, su leggi non applicate e che toccano in astratto i diritti dei ricorrenti.

Come ha osservato il prof. Roberto Bin, una qualsiasi persona potrà seguire l’esempio dell’avv. Besostri dinanzi al decreto salva banche (che il Parlamento sta per convertire in legge), anche se egli non è un risparmiatore o un correntista di Mps o di una banca in crisi (e non si rivolge al Tribunale perché applichi anche a lui quella legge), bensì solo in nome del principio costituzionale della tutela del risparmio (articolo 47). Potrò rivolgermi ad un Tribunale non per ottenere anche io il rimborso delle mie obbligazioni (non ne ho acquistate), bensì perché sia difeso il principio Costituzionale che potrebbe in astratto riguardarmi. Il filtro lo farebbero i Tribunali, ma se si ha la forza organizzativa ed economica (come quella del Comitato contro l’Italicum) di presentare l’istanza in tutti e venti i Tribunali italiani, si hanno chance che il ricorso finisca davanti alla Consulta. A questo punto la strada dell’opposizione politica attraverso la via giurisdizionale è aperta, anzi spalancata. La si può praticare su qualsiasi provvedimento, basta avere la forza organizzativa ed economica.

Busto bronzeo di Enrico De Nicola primo Presidente della Corte Costituzionale già primo Presidente della Repubblica

Interessante il fatto che il 27 gennaio, l’avvocato Besostri ha annunciato all’Ansa, che se il Parlamento decidesse di non legiferare in materia elettorale, propendendo per il voto attraverso le due leggi che residuano dai due pronunciamenti della Consulta, egli farebbe un nuovo ricorso; inoltre altri ricorsi sugli aspetti dell’Italicum non oggetto dei precedenti ricorsi, sono pronti per essere presentati nei vari Tribunali italiani. L’obiettivo perseguito è arrivare, a suon di sentenze della Consulta, a “smontare” del tutto l’Italicum e arrivare a un proporzionale puro. Obiettivo politico legittimo, che infatti alcune forze politiche (Forza Italia, Sinistra Italiana, ecc) perseguono, ma in Parlamento.

Quest’ultimo è la vittima sacrificale della decisione della Corte di ammettere i ricorsi, di fatto, diretti. Lo scontro politico si sposta al di fuori delle sue aule, e quindi anche il confronto e il dibattito politico. Qualsiasi provvedimento potrà essere impugnato davanti a un Tribunale: naturalmente lo si farà solo per quelli politicamente significativi, ma questo svuoterà ancora di più il peso della Camere.

Se per esempio dovesse essere approvata dal Parlamento una legge elettorale di impianto proporzionale, io potrò chiedere di tutelare il mio diritto di avere una democrazia decidente e non consociativa, con un governo in grado di mettere in campo politiche per il lavoro (principio tutelato dalla Costituzione (articolo 35), dato che io o i miei figli sono disoccupati. Oppure Massimo Gandolfini e il Family Day potrà ricorrere contro la legge sulle Unioni Civili che viola l’articolo 29 della Costituzione.

Non va dimenticato che la riforma costituzionale bocciata dal referendum del 4 dicembre risolveva la questione del sindacato della Corte sulle leggi elettorali: la minoranza parlamentare poteva sollevare la questione della legittimità della legge elettorale davanti alla Consulta prima che la legge fosse promulgata.

Temo che abbia ragione Claudio Petruccioli: “In zona Weimar non c’è pericolo di entrare. Ci siamo già entrati: il 4 dicembre”.

Le immagini sono tratte dal sito ufficiale della Corte costitituzionale

Italicum. Scenari inquietanti dopo la sentenza della Consulta ultima modifica: 2017-02-04T19:27:18+02:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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1 commento

giampiero buonomo 5 Febbraio 2017 a 11:30

L’azione di accertamento esiste dal diritto romano: se non so dove passare dal mio fondo alla strada, l’accertamento dell’esistenza della servitù di passaggio la posso chiedere al pretore da duemila anni. Se il costituzionalismo moderno ha aggiunto il diritto di voto all’elenco dei diritti, forse non è incongruo applicare la stessa regola: posso chiedere se faccio bene a camminare su un vialetto non mio, e non potrei chiedere se il mio diritto di voto è libero ed eguale? Del resto, due sentenze della Corte di cassazione e due della Corte costituzionale hanno accettato questo modo di procedere. Quanto alle cause pendenti, le rigettate sono appena tre (appellate) e tutti i giudici non rimettenti si sono riservati la decisione alla luce dell’esito delle qlc già inviate alla Corte: quindi l’avvocato Besostri fa benissimo a valutare se e quando le questioni non sollevate siano superate, o se insistere su alcune o su tutte, nelle cause ancora aperte. Per la cronaca, tutte le doglianze avanzate dal benemerito pool di avvocati sono qui elencate: http://www.nomos-leattualitaneldiritto.it/wp-content/uploads/2017/01/Tavola-sinottica-ricorsi-contro-Italicum.pdf

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