Palestino, il club de fútbol bandiera di un popolo

scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Gracias Tino Tino por la alegría que le diste al Pueblo Palestino”. Così la tifoseria del Club Deportivo Palestino (Tino Tino per gli amici) ha accolto all’aeroporto internazionale Arturo Merino Benítez di Santiago la squadra del cuore che ritornava dopo una tournée d’una settimana in Cisgiordania.

Formazione che milita nella prima divisione calcistica cilena dove si è affermata due volte campione e che è arrivata ai quarti di finale nel 2016 nella Copa Libertadores, il Club Deportivo Palestino vanta una lunga storia negli annali del calcio, essendo stato fondato nell’agosto del 1920 da un gruppo d’immigrati palestinesi a Osorno, una località del sud del paese.

Una delle tante storie che ha dato vita al Cile odierno come terra di immigrati, e che risale addirittura alla metà del 1800, quando, allo scoppiare della Guerra di Crimea e poi con il collasso dell’Impero Ottomano, ebbe inizio un flusso migratorio di palestinesi in fuga da città come Beit Jala, Beit Sahour e Betlemme, e che ha visto una terza ondata dopo la Guerra di Palestina del 1948 e la nascita di Israele.

Un lungo viaggio che ha portato gli esuli palestinesi a imbarcarsi nei porti di Napoli, Marsiglia e Beirut alla volta di Buenos Aires, Rio de Janeiro e San Paolo, e a spingersi fino in Cile in cerca di fortuna attraversando le Ande a dorso di mulo. Un fenomeno che ha fatto sì che il paese sudamericano ospiti attualmente la più grande comunità palestinese fuori dal Medio Oriente, stimata attorno alle cinquecentomila persone.

C’è un detto nel Cile di oggi che dice che “in tutte le città c’è un prete, un poliziotto e un palestinese”, il quale conferma la consistenza del fenomeno migratorio e nel contempo sottolinea la grande capacità di integrazione dimostrata dagli esuli palestinesi. Sebbene i primi tempi non debbano essere stati per nessuno rose e fiori, il fatto che il 95 per cento degli emigrati provenienti dalla Palestina fossero di religione cristiana ha certamente favorito il loro inserimento.

A Santiago ancora oggi la comunità palestinese si ritrova nella chiesa ortodossa di San Jorge, la più antica del Cile, che sorge nel quartiere popolare di Patronato. E tra dolci e caffè orientali, rinsalda le proprie radici e fa il tifo per la squadra del cuore, il Deportivo Palestino. La maglietta rossa, bianca e nera richiama il tricolore palestinese e crea un legame inscindibile tra i tifosi e la loro lontana terra di origine.

Un amore ricambiato dai palestinesi di Cisgiordania, come hanno potuto constatare lo scorso dicembre gli Arabes, come sono altrimenti chiamati i giocatori del Palestino. Impegnati in un giro che li ha portati a confrontarsi con formazioni locali a Gerusalemme, Ramallah, Betlemme, Hebron e Nablus. E che conta tra i suoi sostenitori anche lo stesso presidente Mahmoud Abbas, il quale li ha definiti “una seconda squadra nazionale per il popolo palestinese”.

Un vero e proprio feeling che si può addirittura definire storico. Che lega palestinesi della Cisgiordania all’avamposto rappresentato dal mezzo milione della diaspora cilena. Tanto è vero che persino Yasser Arafat, l’anno prima di morire, intervenne in aiuto del Club calcistico cileno. Che in quel momento navigava in cattive acque finanziarie. E spinse Hasim Shawa, presidente della Bank of Palestine, ad assicurare la sponsorizzazione ventennale che ha salvato la squadra da un probabile fallimento.

Forse sarà per il fatto che i cittadini di origine palestinese rappresentano una cospicua minoranza ben integrata e assimilata in generale alla classe media, in uno stato che conta su meno di 18 milioni di abitanti. Certo è che i rapporti tra stato cileno e Palestina sono solidi. E hanno fatto sì, per fare solo un esempio, che la socialista Michelle Bachelet abbia ricevuto 130 profughi iracheni nel 2008 al Palacio del La Moneda per l’anniversario di al Nakba, che ricorda l’esilio palestinese del ’48.

Ma ha portato anche, per farne un altro, l’allora presidente conservatore (e attuale nuovo candidato alla presidenza con più di qualche chance di essere eletto) Sebastián Piñera a sbarcare nel 2011 in Palestina difendendo il suo diritto a farsi stato.

Del resto, la buona integrazione a livello sociale si riflette anche a livello politico, dove la comunità palestinese si spalma nell’ampio spettro dell’offerta politica cilena, andando dalla sinistra comunista fino ai settori conservatori. E rappresenta un dieci per cento dei seggi del Senato e l’undici per cento della Camera. Numeri di cui nessun politico assennato può non tener conto.

Ma se in politica ci si divide, lo sport accomuna, tanto più se la squadra del cuore richiama legami più profondi, ancestrali, che hanno ancora buon gioco in una popolazione di migranti, per quanto giunta alla terza generazione. Se poi si aggiunge che nella lontana patria di origine il problema del riconoscimento d’un proprio stato pare purtroppo ancor lungi dal venire….

Ma non vanno neanche sottovalutate alcune scelte del Deportivo Palestino, il club del cuore che gioca nel piccolo e vecchio Estadio Municipal de La Cisterna a Santiago, il quale fa di tutto per tenere vivo il legame con la madre patria, e le sue battaglie.

Come quando nel 2014 la dirigenza decise di cambiare le magliette dei giocatori sostituendo il numero 1 con la carta della Palestina prima della nascita di Israele. Un inusuale benefit al generoso sponsor di Bank of Palestine? Può darsi. Di sicuro ha avuto l’effetto di uno schiaffo per Israele e le organizzazioni sportive dello stato ebraico, le quali sono ricorse alla Federazione Cilena Calcio che ha fatto togliere la cartina incriminata. E multato i giocatori. Di certo un successo degli strateghi del marketing del Palestino, se vogliamo vederla dal punto di vista del registratore di cassa, che grazie allo scontro Palestina/Israele hanno fatto schizzare le vendite della maglietta dal loro sito di merchandising. Vendutissima, e soprattutto in Cisgiordania.

Ma il combattivo Palestino in quell’occasione non se l’è messa via e, beffa delle beffe, ha dipinto la cartina contestata sugli avambracci degli Arabes in campo. Conquistando ancor più i cuori dei palestinesi. Quelli di casa, in primo luogo. E soprattutto quelli di Cisgiordania, anche se ormai oggi la squadra non ha più giocatori il cui cognome abbia sonorità palestinesi.

Perché il confronto politico tra stato palestinese in via di riconoscimento mondiale e Israele è ininterrotto. Non conosce requie. Alla botta segue una risposta. Così, alle pressioni israeliane sulla Federazione Cilena, hanno corrisposto i tentativi della Federazione Palestinese Calcio di far espellere Israele dalla FIFA. In primo luogo perché fa giocare squadre degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Giudicati illegali, illegale essendo l’occupazione delle terre. Già, di che stupirsi? Cos’è lo sport se non la continuazione della guerra con altri mezzi?

Così, quando il Deportivo Palestino ha corso l’avventura della Copa Libertadores debuttando contro il Boca, l’Estadio Municipal de La Cisterna era pieno come un uovo, ben oltre la capienza ufficiale fissata a dodicimila presenze. E a molti chilometri di distanza, nella Cisgiordania che continua a soffrire, i bar con antenna parabolica erano presi d’assalto dalla popolazione locale per seguire le partite trasmesse in diretta da Al Jazeera. Tutti uniti, da una parte all’altra, col cuore sospeso a rincorrere un sogno che va ben al di là della rotondità di una palla.

Palestino, il club de fútbol bandiera di un popolo ultima modifica: 2017-02-04T18:02:24+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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