Trump, e se fosse una manna per la sinistra messicana?

scritto da GIUSEPPE SACCA'

E se Donald Trump avesse successo dove nessuno è mai riuscito, ossia portare la sinistra messicana a vincere le elezioni presidenziali del prossimo 2018? Da quando Los Pinos, residenza del presidente messicano, è veramente contendibile ovvero da quando il PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) ha visto la scissione della sua ala sinistra che ha dato vita al PRD (Partito della Rivoluzione democratica) tra il 1988 e il 1989, la sinistra ha più volte sfiorato il colpo, ma sempre è stata stoppata, in maniera più o meno lecita.

Oggi le scelte di Trump stanno dando nuove opportunità alle sinistre messicane, non tanto per le politiche migratorie e quindi la volontà di terminare la costruzione del Muro (ne abbiamo parlato qui), quanto per le politiche commerciali.

LOS PINOS Residencia Oficial del Presidente de la República. México

Durante la campagna elettorale Trump aveva dichiarato che il NAFTA (Trattato di Libero Commercio del Nord America) entrato in vigore nel lontano 1994, era il “peggiore del mondo”. Anche dopo l’insediamento dello scorso gennaio è tornato più volte a criticarlo, l’ultima lo scorso 2 febbraio. In un incontro con i membri del Congresso durante il quale ha annunciato il nome del segretario al commercio Wilbur Ross, ha sottolineato come Ross si dovrà occupare anche di “rinegoziare il NAFTA, un accordo che è stato un disastro per il lavoro del nostro paese” aggiungendo, con un gioco di parole:

Non mi importa se ci sarà una rinegoziazione oppure un nuovo accordo l’importante è che sia giusto. È necessario aggiungere una F all’accordo, la F di fair (giusto). Voglio un accordo libero [oggi la F sta free] e giusto.

Una linea coerente con l’idea di rivedere i trattati commerciali multilaterali per accordi bilaterali.

Ma cosa ha significato il NAFTA per il Messico? Sostanzialmente ha ridisegnato dalle fondamenta la politica economica e commerciale messicana con ricadute sociali e culturali enormi. Il dibattito sui risultati raggiunti è oggetto di letteratura sterminata, ma nessuno nega l’effetto dirompente che avuto nel paese latinoamericano. Dopo il 1994, il volume del commercio estero del Messico è salito costantemente e oggi vale circa il sessanta per cento del PIL e di questo l’ottanta per cento è correlato agli USA. Segue il Canada quindi il terzo partner nel NAFTA. A rendere il Messico dipendete dal vicino bisogna aggiungere i quasi trenta miliardi di dollari che gli immigrati messicani in USA trasferiscono annualmente nella loro madre patria.

Il logo del NAFTA

Da quanto esiste questo Trattato la classe dirigente messicana che si riconosce politicamente nel PRI e nel PAN (Partito d’Azione Nazionale) e che si alterna al governo, una élite bianca formata principalmente negli atenei statunitensi, difende a spada tratta il NAFTA e in genere il libero commercio internazionale. Lo scorso 3 febbraio Peña Nieto ha continuato su questa linea che:

Ci ha reso più forti come nazione e ci permette di produrre di più. I prodotti fatti in Messico possono competere in qualità e prezzo con quelli di altre parti del mondo. Il Messico continuerà a credere nel libero commercio come un pilastro per svilupparsi e io farò in modo che qualsiasi accordo con gli USA o altri paesi difendano la sovranità del Messico e gli interessi dei messicani.

Ma quali le vere alternative ad un irrigidimento commerciali con gli USA? Fare della Cina quello che oggi sono gli USA? Cercare un mix tra le potenze asiatiche e l’Unione Europea? Già oggi il Messico ha accordi di commercio con oltre 45 paesi. Si tratta di scelte geo-economiche che possono segnare i prossimi decenni della vita messicana e il governo per ora brancola nel buio. La prima reazione dell’opinione pubblica messicana davanti al nuovo corso di Trump è stata all’insegna dell’attaccamento alla bandiera, così oggi il sostegno al presidente Peña Nieto sembra solido. Nessuno ha criticato la decisione di annullare l’incontro tra i due presidenti. Ma ciò può reggere per i primi tempi e permette di guadagnare un po’ di mesi, ma le scelte non potranno essere rimandate a lungo.

La sinistra invece si trova culturalmente più attrezzata per immaginare nuove combinazioni avendo criticato il NAFTA e le sue conseguenze più volte. L’accordo è stato accusato di non aver tutelato le comunità agricole, i lavoratori e l’ambiente. Un’altra accusa è quella di aver accettato norme commerciali che vanno a vantaggio delle grandi aziende penalizzando i consumatori. La sinistra ha attaccato più volte un sistema considerato iniquo reo di aver creato due paesi in uno: le imprese, orientate verso l’economia globale, che però non fanno gli interessi dei lavoratori e anzi arrivano a calpestarli deliberatamene (si pensi alle maquiladoras che costellano il confine nord) sono andate abbastanza bene, laddove le tradizionali imprese informali hanno registrato andamenti scadenti, pur continuando ad assorbire la maggior parte della forza lavoro economica.

Nella mappa le maquiladoras messicane, stabilimenti industriali posseduti o controllati da soggetti stranieri in cui avvengono trasformazioni o assemblaggi di componenti temporaneamente importati in Messico in un regime di duty free

Le critiche maggiori vengono dal mondo contadino letteralmente schiacciato dalla produzione statunitense. Non a caso l’UNORCA (Unione Nazionale delle Organizzazione Regionali Contadine Autonomie) ha salutato con favore le parole di Trump. Posizione simile ha espresso il FAC (Fronte Autentico Rurale) come molte altre organizzazioni che hanno contrastato il NAFTA da quando esiste e sarebbero ben liete di vederlo cancellato. Ma anche in Messico non si può parlare di una sinistra unita.

Solitamente la sinistra in vista delle elezioni presidenziali trovava un collante, ma da questa alleanza sempre rimangono fuori le frange più movimentiste che disertano il voto. A partire dagli zapatisti che tacciano il PRD di essere solo una brutta copia del PRI e del PAN. La sinistra istituzionale, ossia il PRD e qualche partito che è nella sua orbita come il PT (Partito del Lavoro), è accusata di far consapevolmente da stampella ad un sistema iniquo ovvero di fungere da utile idiota. Ma le sinistre più antagoniste mai hanno espresso un candidato alla presidenza. Questa linea sembra cambiare.

Prendiamo ad esempio l’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) che ha guidato la rivolta in Chiapas scoppiata proprio il 1 gennaio 1994 ossia quando è entrato in vigore in NAFTA. Nell’ultimo documento ufficiale che è dello scorso 1 gennaio si legge:

Abbiamo intenzione di scuotere la coscienza della nazione, in effetti vogliamo che l’indignazione, la resistenza e la ribellione appaiano sulle schede elettorali nel 2018, ma non è nostra intenzione competere in nessun modo con i partiti e con l’intera classe politica che ci deve ancora molto; ogni morto, ogni desaparecido, ogni prigioniero, ogni saccheggio, ogni repressione e ogni disprezzo.

Parole che vanno lette assieme a quanto deciso lo scorso ottobre dal Congresso Nazionale Indigeno che ha deliberato per la prima volta, in accordo con gli zapatisti, di candidare una donna indigena alla elezioni del 2018. I contorni di questa operazione sono tutt’altro che chiari come il nome della candidata che sarà comunicato nel maggio di quest’anno dopo un percorso in atto nelle varie comunità. Se ciò accadesse la sinistra istituzionale si troverebbe per la prima volta alla propria sinistra una candidata concorrenziale espressione dei molti movimenti antagonisti che caratterizzano la società messicana tanto in città quanto in campagna. Da qui al 2018, si vota in luglio, però mancano ancora molti mesi e di certo non mancheranno le soprese su più fronti, del resto anche il PAN è sull’orlo della disgregazione.

Ogni divisione condiziona l’elezione presidenziale per la legge elettorale che la regola: vince il candidato, che può essere sostenuto da una coalizione, capace di prendere più voti in un turno unico. Nelle ultime tre elezioni la forbice per diventare presidente si è attestata tra un 35,8 per cento e un 42,5 per cento quindi ogni moltiplicazione di candidati afferenti alla stessa area si paga a carissimo prezzo.

Il Messico fino ad oggi ha navigato nelle burrascose acque della politica economica internazionale accanto ad un vicino scomodo senza mai tracciare una proprio rotta, forse le cose stanno per cambiare grazie a Trump tanto che il 2017 potrà ridisegnare la politica messicana, un paese da 120.000 milioni di abitanti che, utilizzando il PIL come indicatore, è la seconda economia del latinoamericana e la quattordicesima al mondo ossia più forte, per fare alcune comparazioni, della Corea del sud, dell’Indonesia, della Turchia.

Trump, e se fosse una manna per la sinistra messicana? ultima modifica: 2017-02-05T18:52:14+00:00 da GIUSEPPE SACCA'

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