Catalogna. Secessione ora? No, ma El Procés independentista català va avanti

scritto da ETTORE SINISCALCHI

Rajoy pronto a usare la forza contro la secessione della Catalogna”. Più o meno questo il tono di alcune testate giornalistiche italiane. Sembra la vigilia dell’apertura di una grave crisi nel cuore d’Europa ma, possiamo tranquillizzarci, le cose non stanno così. Del resto, basta fare un giro sulla stampa estera in rete, a partire da quella spagnola, e non se ne trova traccia, se non facendo una ricerca in profondità.

La fonte della notizia è un’agenzia Ansa della serata del primo febbraio, ripresa da alcune testate on-line e, successivamente, sulla carta stampata da poche testate e solo Il Dubbio ha dedicato alla notizia una corrispondenza da Barcellona. L’Ansa riportava una serie di retroscena, cronache politiche e pettegolezzi usciti in quei giorni sulla stampa spagnola. E in Spagna e nelle principali testate internazionali non se ne è parlato perché si tratta di indiscrezioni che sono tutte state smentite. Non una notizia ma quel gioco di scherma quotidiano della politica e dell’informazione politica spagnola – due attori che, come in Italia, condividono lo stesso palcoscenico, mettendo in scena un canovaccio sempre in progress fatto di ballon d’essai, minacce velate, veline interessate, mai di virgolettati che riportino dichiarazioni effettive o testi ufficiali.

È un po’ come se all’ennesimo tweet di Salvini sulle ruspe, un quotidiano europeo titolasse: “Pronti i pogrom contro gli zingari”. Sorrideremmo – non perché il lessico del leader leghista non sia gravemente violento e cialtrone, non solo da condannare ma da contrastare – ma perché sapremmo che così non è (e non per negare o non vedere episodi di respingimento e esclusione verso minoranze, ma perché sappiamo che Salvini la guerra fra poveri la evoca per cavalcarla, per trarne profitto, ma non la organizza). Vale però lo stesso la pena guardare a questi “retroscena di guerra” per tornare sulla “questione catalana”, che è l’elemento ora più in vista di una più ampia “questione spagnola”.

La manifestazione “Catalunya, nou estat d’Europa” nella giornata nazionale della Catalogna, 11 settembre 2012

Quello che politica e stampa politica alimentano è Il Processo, l’escalation indipendentista in atto da dieci anni in Catalogna. Da quando il conflitto basco si è interrotto e le armi tacciono, non ancora restituite ma inutilizzabili – nella disarticolazione dell’apparato dell’Eta messa in atto negli scorsi anni ma, soprattutto, per il rifiuto profondo della violenza armata ormai maturato dalla società basca – è la Catalogna a essere diventata la principale spia della cosiddetta crisi del modello territoriale spagnolo. Una crisi per modo di dire, dato che ha percorso tutta la storia della democrazia spagnola e quindi rappresenta più un problema irrisolto che un fatto contingente.

Cos’è, dunque, Il Processo (rigorosamente in maiuscolo) indipendentista catalano, in lingua locale El Procés independentista català? Viene riassunto in genere in quell’ondata di afflato indipendentista che, a partire dal 2010, con la manifestazione del luglio che, con lo slogan “Som una nació. Nosaltres decidim”, è stata la prima grande adunata, non ancora sovranista ma per il “Diritto a decidere”, ovverosia il diritto a tenere un referendum consultivo sul rapporto tra la Catalogna e lo stato centrale spagnolo. Dopo ce ne sono state altre, ancor più grandi, che hanno convertito l’11 settembre, festa nazionale catalana, in grandi rivendicazioni di diritto all’autodeterminazione della Catalogna.

Parlament de Catalunya

Ma questo è il racconto della propaganda, o perlomeno la versione ufficiale. El Procés è altro e nasce nel 2012, con la svolta indipendentista del catalanismo moderato spagnolo. Un nazionalismo mai indipendentista – costituendo invece sempre un elemento stabilizzatore sul quadro politico nazionale – che davanti alla crisi che ha colpito il sistema dei partiti spagnoli, ha scelto di cavalcare l’indipendentismo per sopravvivere. E, finora, ci è riuscito, consentendo a un sistema di potere che aveva governato la regione per praticamente tutta la democrazia di continuare a perpetuarsi al potere.

Il voto per la sovranità della Catalogna, approvata dal Parlament de Catalunya il 23 gennaio 2013

Malgrado il disvelamento di pratiche di corruzione decennali, mentre gli altri partiti venivano pesantemente toccati dalla crisi di credibilità, l’invenzione del Procés e la sua imposizione nell’agenda politica ha rimandato la resa dei conti per il sistema di potere catalano. Se i popolari perdono importanti bastioni elettorali, come il Paese valenziano, pur reggendo sul piano nazionale, e i socialisti vivono un’emorragia di voti continua, in Catalogna molto peggiore che altrove, il catalanismo del Procés ha mantenuto le sue posizioni, non ha conquistato Barcellona ma governa ancora l’Autonomia catalana.

Perché il Procés è una “versione ufficiale”? Perché si tratta di un’iniziativa governativa, una dinamica di vertice che è riuscita a inserirsi nel rinascere di una vecchia ma minoritaria tradizione indipendentista del nazionalismo catalano che, per il resto, si è sempre inserito totalmente nella cornice spagnola e ha fondato il suo potere nel rapporto collaborativo e dialettico con Madrid. Se il nazionalismo indipendentista come possibilità di espressione identitaria ha trovato nuova forza dalla crisi della politica tradizionale, il sistema di potere catalano è riuscito a mettersi alla guida dell’afflato indipendentista, inventando e dirigendo il Procés.

Questa strategia, portata avanti da Artur Mas, è costata la fine della storica alleanza catalanista di CiU, Convergència i Unió, tra i liberali di Convergència Democràtica de Catalunya e i democristiani di Unió Democràtica de Catalunya; il distacco e l’ininfluenza elettorale del partito democristiano; la nascita, sullo scheletro di Convergència, del Partit Demòcrata Europeu Català (PDeCAT), guidato da Mas (è nato un altro Pd in Europa, anche se non se n’è accorto nessuno), che ha dovuto lasciare la guida della Generalitat (il governo regionale) al suo delfino Carles Puigdemont.

Re Felipe VI riceve il premier Mariano Rajoy al Palacio de Marivent, 7 agosto 2015

Ma il Procés è un gioco a due e non esisterebbe senza il concorso di Barcellona e Madrid. All’escalation indipendentista è corrisposto un nazionalismo centralista uguale e contrario. Alla richiesta di un referendum sul diritto a decidere, solo consultivo, il Pp ha risposto facendo un ricorso alla Corte costituzionale che lo ha, incredibilmente, accettato, vietando la consultazione. Alla gestione politica di una vicenda si è preferito opporre il muro della difesa dell’unità nazionale. In un gioco in cui i protagonisti hanno ripetutamente alzato il livello dello scontro al fine, da un lato da escludere altri attori e altre posizioni, dall’altro di allontanare i riflettori dalla corruzione che le inchieste si occupano ogni giorno di rivelare. Il gioco di sponda tra il Pp e i catalani è perfetto. Lo scontro tra nazionalismi copre gli scandali che disvelano decenni di pratiche corruttive da parte di Pp e Convergència, coinvolte sin nei suoi più alti vertici.

Una magistratura, compresa quella costituzionale, lontana dagli standard di indipendenza a cui noi italiani siamo abituati, si è con piacere inserita nello scontro tra opposti nazionalismi. Quanto accaduto nel 2014 è chiarificatore. Un referendum autogestito e dal valore esclusivamente simbolico, promosso dalla Generalitat catalana per il 9 novembre, venne il 4 vietato dal Tribunale costituzionale. Ugualmente tenuto, è costato ad Artur Mas e altri due rappresentanti del governo regionale d’allora (la vice presidente Joana Ortega e la responsabile dell’Educazione, Irene Rigau) l’imputazione per disobbedienza e prevaricazione. Il giudizio si tiene in questi giorni, con una pena possibile di dieci anni di interdizione da qualsiasi carica pubblica.

Le istituzioni della giustizia collaborano all’innalzamento della tensione da parte della politica. Perché, se i titoli dei giornali di cui parlavamo all’inizio non sono veritieri, l’irresponsabile evocazione dello scontro tra opposti nazionalismi non può certo far bene alla democrazia spagnola.

Catalogna. Secessione ora? No, ma El Procés independentista català va avanti ultima modifica: 2017-02-08T14:10:44+00:00 da ETTORE SINISCALCHI

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