Quei 661 fucili made in Italy destinati a Boko Haram. Il governo, che dice?

scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

Armi, armi, ancora armi esportate clandestinamente per sostenere nientemeno che il terrorismo islamico. Stavolta non si tratta di un carico diretto dall’Italia all’Arabia Saudita per rifornire i bombardieri di Riyadh diretti a colpire e uccidere nello Yemen. No, stavolta un carico di 661 micidiali fucili a pompa è stato intercettato e sequestrato in Nigeria, federazione di stati da tempo nel mirino dei Boko Haram, gli spietati integralisti islamici che seminano la morte nella comunità cristiana del paese (oltre che in Niger, Ciad e Camerun).

In grigio il territorio controllato da Boko Haram

Allora, se è veritiera la sigla, quale azienda italiana li ha prodotti, e dove? E, se davvero i fucili sono stati fabbricati in Italia, come è stato possibile che l’Ufficio delle dogane abbia consentito l’esportazione del carico? E questo Ufficio non sa che, attraverso la famigerata triangolazione (in questo caso sono puntualmente coinvolti ben quattro paesi), le armi possono giungere, ovunque piaccia, a destinazione seminando terrore e morte? Sono questi gli interrogativi che il deputato dem Dario Ginefra ha rivolto a più ministri (Interno, Sviluppo economico, Economia, Esteri) che per dritto o per rovescio la vicenda chiama in causa.

In verde gli stati della Repubblica Federale della Nigeria dove vige la legge della sharia

 

Ricominciamo daccapo. Il servizio generale nigeriano – esattamente la Federal Operations Unit, zone A – ha intercettato, appena qualche settimana fa, un tir lungo l’Apapa Road, nello Stato di Lagos (dove i musulmani sono solo il venticinque per cento della popolazione) che trasportava un container ufficialmente contenente “porte in acciaio e altri beni” non precisati. Bloccato il tir e imposta la verifica del carico, sul fondo del container i poliziotti hanno scoperto 49 casse contenenti appunto i 661 fucili a pompa con il marchio della fabbricazione italiana. Di conseguenza sono state arrestate tre persone: l’importatore Oscar Okafor, lo spedizioniere Mahmud Hassan e l’autista del camion, Sadique Mustapha. Arrestati e detenuti anche tutti i doganieri nigeriani che si sono occupati a vario titolo dell’accesso del carico nella Federazione nigeriana. Non si ha ancora notizia dei risultati dagli interrogatori.

Ora il punto gravissimo è che, se non il camion, certamente il container (sigla: ponu8259143) è passato e strapassato per il sistema delle dogane dell’Unione europea. Se infatti il carico è partito – ufficialmente – da luogo sconosciuto (la Cina, secondo il colonnello Hameed Ali che ha guidato le indagini), poi il sistema di tracciamento Maersk ha rivelato che è giunto al porto di Istanbul il 10 dicembre scorso. Imbarcato su una nave, il container ha lasciato la Turchia la vigilia di Natale. Il 3 gennaio la nave, con il suo carico micidiale, è arrivata in Spagna e ha attraccato ad Algesiras. Qui cambio di nave e via verso la Nigeria, con sbarco del container ad Apapa il 16 gennaio. E qui c’è pronto un altro camion: prende in carico le casse con i fucili a pompa “made in Italy” e parte per destinazione ignota ma è subito bloccato dalla polizia nigeriana in base al sospetto che le armi siano destinate a rifornire i terroristi della Boko Haram, protagonisti di cento imprese contro uomi, donne e bambini di religione cattolica.

Ma c’è un altro interrogativo da sciogliere. O davvero le armi sono state fabbricate in Cina, paese specialista nei falsi d’ogni genere (e allora bisogna accertare chi, come e perché hanno impresso il marchio “made in Italy”); oppure il giro che questi 661 fucili a pompa hanno fatto un giro è ancora più gigantesco: fabbricati davvero in Italia sono stati spediti altrove, forse appunto in Cina, e da lì hanno cominciato un pellegrinaggio per mezzo mondo in modo da far sparire le tracce di origine.

Michelle Obama guida la protesta mondiale contro Boko Haram dopo il rapimento di 276 studentesse nel villaggio cristiano di Chibok, aprile 2014

Comunque è necessaria una inchiesta, una severa inchiesta, di cui deve farsi carico in primo luogo il governo italiano: o per difenderne una volta tanto il buon nome (si fa per dire, dal momento che le centinaia di bombe fabbricate in Italia per conto di una impresa tedesca e spedite in continuazione a Riyadh, dimostrano che il buon nome dell’Italia è stato e viene regolarmente sporcato dai fabbricanti di morte); o per accertare chi in Italia, per l’ennesima volta, ha scavalcato ogni principio giuridico, politico e morale per far quattrini su vittime innocenti del terrorismo. Questo tanto più, aveva aggiunto il colonnello Hameed Ali, che “questi fucili sono totalmente banditi, e la loro importazione è illegale: è una completa violazione delle leggi nigeriane. Una violazione omicida ancor più inaccettabile se si considera la situazione di fragile sicurezza di alcune parti del Paese”.

Ora, sottolinea l’interrogazione Ginefra (di cui si sollecita la risposta in commissione (invece che in aula, per ottenere più rapidamente una risposta), non è che i ministeri coinvolti nella vicenda possano dirsi all’oscuro di quanto è avvenuto. Impossibile: la notizia, e tutti i particolari che sono stati qui riferiti, sono stati denunziati il 1. febbraio scorso su La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, e lì sono rimasti, ignoti ai più ma non certo, solo per esempio, alla prefettura, alla questura, alle sedi distaccate dei servizi segreti, all’ufficio delle dogane e quant’altri del capoluogo pugliese.

Donne e bambini in fuga dalla violenza di Boko Haram accampati nella regione arida di Nguigimi, Niger (Photo: WFP Niger/Vigno Hounkanli)

Possibile che nessuno di questi uffici abbia trasmesso almeno una informativa a Roma? Possibile insomma che solo un deputato pugliese si sia accorto della notizia e ne chieda conto ai ministri chiamati in causa? E infatti Dario Ginefra chiede ora se questi “siano stati messi al corrente dei fatti” riportati dalla Gazzetta; “quali iniziative intendano promuovere, anche in collaborazione con la Repubblica federale della Nigeria, per chiarire la reale provenienza degli armamenti sequestrati e la loro reale sede di fabbricazione; e infine “quali controlli siano stati posti in essere dall’Ufficio delle dogano, e quali si intendano porre in essere per contrastare il fenomeno del traffico illegale d’armi”, tante volte, e ostinatamente, denunciato in particolare da Famiglia Cristiana e da ytali.

Quei 661 fucili made in Italy destinati a Boko Haram. Il governo, che dice? ultima modifica: 2017-02-08T16:28:07+00:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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