Dolori e umori del giovane Matteo (ma non farà la fine di Werther)

scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

Nessuno s’immagini di vedere il giovine Matteo girare per Firenze e dintorni con un frac azzurro (e un panciotto giallo…) tuttavia i pochi che riescono a parlargli o a vederlo da vicino riferiscono di una certa irrequietezza: prima le elezioni entro febbraio 2017, poi l’attesa della sentenza della Corte costituzionale del 24 gennaio, infine l’idea di andarsene e ritornare solo per il congresso; poi la richiesta di proporre una legge elettorale purché sia, per mostrare il gioco sleale degli altri e andare immediatamente alle elezioni a giugno, infine in questi giorni la lenta acquisizione della consapevolezza che anche l’obiettivo di giugno 2017 sta sfumando e la preoccupazione di dover far svolgere un congresso che, pur se pronosticato vincente, rischia di essere un momento in cui “volano stracci”.

E di certo non aiuta l’atteggiamento del possibile sfidante Emiliano, che, in quanto a toni minacciosi e prosopopea, non pare secondo nemmeno a Matteo Renzi. D’altronde, il leader fiorentino non aveva mai nascosto il sentimento che provava nei confronti sia di Emiliano sia di De Luca, considerati una sorta di amara necessità che gli permise di portare a casa almeno un risultato non del tutto negativo alle elezioni amministrative regionali.

Insomma, son passati due mesi da quella sera del 4 dicembre in cui Renzi si dimise ubbidendo al suo istinto e al suo carattere, nonostante le pressioni del presidente della Repubblica Mattarella che gli aveva anche chiesto di non personalizzare i mesi precedenti il referendum e poche ore prima sembrava averlo convinto a preparare una legge elettorale da presidente del consiglio per andare ad elezioni ad ottobre del 2017… eppure la situazione sembra sempre la stessa.

Paolo Gentiloni con Angela Merkel, François Hollande e Mahamadou Issoufou, presidente del Niger, principale paese di transito migrazioni, 15 dicembre 2016

Matteo Renzi, forte del suo rapporto diretto e disintermediato con l’elettorato, continua a ritenere di dover trovare la strada più veloce per andare a elezioni e in subordine immagina di farsi da parte per un po’ per far sentire la sua mancanza e tornare vincente nel congresso per, immediatamente dopo, presentarsi al Paese per la carica di presidente del consiglio.

Se le elezioni s’allontanano, s’avvicina il congresso, ma, se il congresso è un “bagno di sangue” con un candidato contro unico come Emiliano e magari anche qualche scissione piccola o grande che sia, anche se lo si vince, ne esce un’immagine del PD a pezzi, proprio prima delle elezioni. E Renzi non risulterebbe più il leader unico dei rottamatori ma solo il vincitore a capo di una fazione. Un leader Normale. Forse “normalizzato”.

Per questo i moti d’animo di Renzi s’alternano e a riunioni convocate fanno seguito riunioni sconvocate, che siano con i gruppi parlamentari o con una sorta di “caminetto a tappe” nell’incontro con i singoli leader del suo partito.

Nel frattempo il presidente in carica Paolo Gentiloni non può tergiversare, tra emergenze ambientali nel Paese, situazione economica, pressione europea che aumenterà con il riscaldarsi del clima politico per le elezioni in Francia e in Germania e la necessità di essere un buon anfitrione per il G7 e per le celebrazioni del 60º dei trattati di Roma.

Dunque, come raccontammo in un precedente articolo, la “grazia di stato” o lo “stato dei fatti” costringe Renzi a tergiversare su molte exit strategy e Gentiloni a dover governare anche con una certa forza il giorno per giorno. Finora tra i due quello che sembra essersi adattato maggiormente alla situazione sembra proprio Paolo Gentiloni.

Attorno a lui molti, e non tutti in buona fede, tifano per la durata del governo: chi vuole guadagnare tempo, chi pensa che questo danneggi l’immagine di Renzi, chi ha a che fare con le crisi del proprio campo politico come la destra, senza un vero leader collettivo come è stato Silvio Berlusconi per lunghi anni o il movimento cinque stelle che sulla vicenda di Roma e della Raggi sta vivendo giorni difficili a cominciare da quello che era considerato il probabile candidato premier, il vicepresidente della camera Di Maio.

Il ministro Dario Franceschini

Renzi dunque per la prima volta sembra indossare i panni del giovane Werther ma va detto a sua scusante che non si tratta solamente di dubbi legati alla sua persona o un’indecisione di poco conto bensì di un paradigma politico diverso che irrompe nell’agone politico italiano attraverso il combinato disposto del no al referendum e della sentenza sulla legge elettorale.

Qui su ytali ci sono stati interessanti articoli sui risultati del referendum dal punto di vista politico e sociale e altrettanti lucidi e motivati sulla sentenza della Corte costituzionale, perciò non mi dilungo su questo punto. Vado al sodo del cambio di paradigma politico a cui stiamo assistendo: ovvero la necessità – a torto o a ragione – della società italiana attuale di voler essere non solo governata ma anche rappresentata.

In pratica, e non esprimo un giudizio su questo, a seguire il referendum e la nuova legge elettorale si va verso un ritorno al proporzionale e il dibattito sul premio di maggioranza alla coalizione invece che alla lista di partito come prevedeva l’italicum è un estremo tentativo di coniugare la necessità di governabilità a una richiesta di rappresentanza dei cittadini e delle forze politiche e sociali italiane ( la rivincita dei “disintermediati”).

Il ministro Andrea Orlando

È evidente che, se s’accetta questa tesi, la prossima legge elettorale per le due Camere non potrà che allargare i confini del proporzionale e diminuire quelli del maggioritario; questo determinerà inevitabilmente la necessità di costruire i prossimi governi con coalizioni che nascono all’interno del Parlamento, il che significa che torneranno ad avere un ruolo i partiti e i parlamentari, i segretari di partito e i singoli ministri… il presidente del consiglio tornerà a essere non il premier di tipo anglosassone, che peraltro non è mai stato previsto nel nostro ordinamento, ma il federatore di una coalizione e il coordinatore dei suoi ministri, per l’appunto il significato di presidente del consiglio… dei ministri.

Che si tratti di questo lo dimostra anche il dibattito interno al Partito Democratico su una scelta di statuto che ai tempi di Veltroni sembrava un “dogma”, ovvero l’identità perfetta tra leader di partito e candidato alla presidenza del consiglio. Se si fa la tara alle posizioni preconcette o capziose, il dibattito su questo punto dello statuto Pd è in realtà il riconoscimento della fine, per il momento, del partito costruito sull’idea del maggioritario.

Ma se è così e se veramente si sta ricostruendo un consenso attorno all’idea di nuove coalizioni per il futuro e di un ritorno verso il proporzionale, allora viene da chiedersi quale ruolo potrà ritagliarsi un leader così “maggioritario” come Matteo Renzi. Un presidente del consiglio che ha oscurato certamente per verve e attivismo l’operato dei suoi ministri; un segretario di partito che ha fatto della segreteria e della direzione Pd semplicemente il luogo delle decisioni senza dibattito e certo per molto tempo anche senza divisioni. Al netto dei preconcetti, appare abbastanza evidente che questo quadro generale che permetteva a Matteo Renzi di non dover badare a chi aveva l’uno per cento nella coalizione oppure il cinque per cento del partito è ormai saltato.

Nel nuovo quadro che si disegna è difficile costruirsi ogni volta il grande nemico e parimenti è faticoso federare una coalizione di amici a differenze variabili;tutte cose comunque che a Matteo Renzi sembrano, e lo ha anche detto fragorosamente in passato,giochi da “prima Repubblica” e con cui di certo non ha dimestichezza né voglia di misurarsi.

Se abbia ragione o torto è poco importante ai fini della cronaca politica che può solo registrare la differenza di clima e il nuovo schema prodotto dal voto del referendum fortemente personalizzato e dalle necessità che nascono per una legge elettorale che sia coerente alle sentenze della Corte costituzionale.

Poiché però certamente Matteo Renzi ha dimostrato di avere la capacità di cogliere immediatamente i cambiamenti e avere una forte intelligenza tattica non è escluso che in queste ore tutto questo rimandare le riunioni, questo proporre soluzioni diverse, a volte anche contraddittorie tra di loro, che lui e le persone più vicine a lui sembrano aver preso in considerazione almeno a leggere e ascoltare quel che passa il convento della cronaca politica, non ci fanno escludere che si stia domandando se in queste condizioni al Matteo Renzi arrembante ed assertivo totalmente votato alla logica del maggioritario non convenga di più far sentire la sua assenza e tornare-se potrà e vorrà- tra qualche tempo considerando le sue difficoltà di federatore e coalizzatore.

Il presidfente Mattarella ad Atene, 17 gennaio 2017

Certo, potrebbe anche decidere di dimostrarsi diverso: di dividere i suoi avversari in congresso non avendo il solo Emiliano contro; di accettare l’eredità dell’Ulivo e provare a costruire una coalizione la più organica possibile e con essa una legge elettorale che pure aprendo al proporzionale non si distanzi troppo dal Mattarellum ma per fare questo dovrebbe accettare di confrontarsi con amici e semplici conoscenti in un clima di minore o nulla assertività e scoprendo doti di mediatore che, al momento, se ci sono, sono state tenute ben nascoste.

Che decida per la presenza o per l’assenza, in ogni caso il tempo per Matteo Renzi sta decisamente scemando; lui lo sa bene e di certo la parte del giovane Werther (di cui escluderei condivida la fine…) è solo temporanea, per forza di cose.

Dolori e umori del giovane Matteo (ma non farà la fine di Werther) ultima modifica: 2017-02-09T10:44:05+01:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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