Verso la Direzione Pd, verso il redde rationem

scritto da ALDO GARZIA

Redde rationem in casa Pd. Lunedì prossimo la Direzione piddina, aperta eccezionalmente ai segretari periferici del partito, potrebbe passare alla storia, anche se in politica – soprattutto italiana – c’è sempre un rinvio, “un domani è un altro giorno” come nel film “Via col vento”. La vigilia è ricca però di segnali che indicano come la posta sia la testa – metaforica, s’intende – di Matteo Renzi, o almeno il suo annichilimento.

Le cronache raccontano che diverse “anime” e correnti del partito avrebbero concordato una quadra: elezioni alla scadenza naturale della legislatura, congresso da tenersi entro l’anno, modifiche alla legge elettorale (premio alla coalizione e non più al partito vincente, abolizione dei capolista bloccati), programma da depurare da job acts e connessi, più attenzione ai temi del lavoro e della condizione giovanile.

A Renzi verrebbe offerta la possibilità di restare segretario del Pd, a condizione tuttavia che vinca il congresso, ma dovrebbe togliersi dalla testa di candidarsi a eventuali primarie per la premiership. La prospettiva di lungo periodo sarebbe quella di un governo Pd-Forza Italia di “unità nazionale”, tenendo in conto che altre maggioranze sarebbero improbabili per via di un sistema politico tripolare e del ritorno al proporzionale.

A confezionare il “piattino” ci avrebbe pensato l’accordo tra correnti: Franceschini (e gli ex Margherita), i giovani turchi del ministro della giustizia Orlando, la sinistra Dem di Cuperlo, la correntina del ministro dell’agricoltura Martina.

Simpatia per la soluzione adottata verrebbe dai bersaniani e dall’ex braccio destro renziano Del Rio. Più defilato è lo scissionista D’Alema in attesa di eventi, mentre si vocifera del neutralismo di Gentiloni, un po’ per il ruolo che occupa e un po’ per le lodi che sta ricevendo come premier che ascolta, media e ha pochi nemici.

L’itinerario disegnato dalle correnti piddine non dispiacerebbe inoltre a Berlusconi che teme le elezioni ravvicinate e non disdegnerebbe governi di larghe intese per il futuro, a condizione che non siano presieduti da Renzi. Per questo si parla in queste ore con insistenza di un “Patto del Nazareno” numero due senza Renzi ad officiarlo. In questo modo, il caso italiano si avvierebbe a imitare quello tedesco e quello spagnolo, dove imperano grandi coalizioni.

Qualcuno scrive di ritorno alla Prima Repubblica, ma forse una seconda è iniziata solo nelle fantasie di politologi e columnist.

Come reagirà nell’arena il toro-Renzi, più che ammaccato dalla sconfitta referendaria e dalla perdita di ruolo pure all’interno del Pd non solo per colpa dei voltagabbana e della sindrome tipicamente italiana dell’8 settembre per cui quando arriva la batosta nessuno si ricorda dove era collocato un attimo prima?

La politica – come il mondo dello spettacolo – ha alcune leggi implacabili: quando si è in ascesa tutto va bene, quando le cose vanno male si resta soli e con assai scarsi attestati di solidarietà. Del resto, Renzi di errori ne ha commessi molti (di presunzione, di ottimismo, di scarsa analisi della situazione italiana, di estremismo centrista).

Ma è difficile immaginarlo leader di una stagione di unità nazionale dopo le invocazioni sulla rottamazione: meglio Gentiloni e Franceschini, che hanno il phisique du role e il pedigree politico di scuola dorotea.

Resta da vedere cosa farà Renzi. Di solito, il toro nell’arena o si lascia infilzare rapidamente, sapendo di non avere alternative alla morte, o scalpita imbizzarrito fino a quando non infilza il torero. Rare volte salva la pellaccia.

Verso la Direzione Pd, verso il redde rationem ultima modifica: 2017-02-09T21:29:55+01:00 da ALDO GARZIA

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