Venezia. Il turismo come veleno. Ma la soluzione è il muro?

scritto da GUIDO MOLTEDO

Il carnevale s’avvicina, il sindaco Luigi Brugnaro non vede l’ora di accogliere torme di visitatori in città. Contemporaneamente, in una lettera al Corriere, indirizzata a Ernesto Galli della Loggia, il presidente della Regione, Luca Zaia, sostiene con fermezza:

Io credo al numero chiuso. Venezia non può sopportare più di un certo numero di visitatori al giorno, quindi i flussi vanno rigorosamente regolamentati nei due unici punti di accesso a Venezia: piazzale Roma e la stazione ferroviaria.

Si mettano intanto d’accordo i due massimi decisori politici e istituzionali che contano a Venezia.

Ma, a proposito, al netto dei grandi eventi, tipo appunto il carnevale, o la Regata storica, la maratona, la vogalonga, la biennale, il capodanno, quanti sono i turisti che pernottano a Venezia o vi trascorrono una sola giornata? Sarebbe interessante saperlo. Anche per capire la portata dei crescenti “eventificio” e “divertimentificio” che sono irresponsabilmente sempre più alimentati. Tendenze che vanificano ogni proposito di “spalmare” il turismo e regolamentarlo.

Essere un po’ più precisi e dettagliati sui dati è importante, non per sminuire la portata biblica della presenza di turisti nel centro storico veneziano, ma per studiare più accuratamente il fenomeno, anche nel tentativo di costruire un racconto della città d’oggi che non sia il solito puzzle di tanti cliché. Cliché basati su dati di realtà, anche irrefutabili e drammatici, ma che sono cliché perché collegati tra loro e tenuti insieme in un contesto narrativo che ripete se stesso e non consente di fare significativi passi avanti nella discussione sul destino di Venezia e uccide anche la speranza di un futuro diverso e migliore.

Perfino gli stessi trenta milioni e più, non si capisce bene se si tratti di visitatori che pernottano, di presenze mordi e fuggi, o il loro combinato. Chi studia il fenomeno lo sa di sicuro, ma nel dibattito corrente è diventata una cifra moloch indiscutibile che riassume la drammaticità del fenomeno.

Al quale s’accompagna e fa da contrappunto, anche oltre i reali nessi di causalità diretta, quello del declino demografico. Anche qui si parla di 55.000 abitanti, sempre in calo, ma si escludono, non si sa perché, i circa trentamila e più abitanti delle isole. La città d’acqua comprende nel suo complesso, si stima, ottantatremila persone. A queste vanno aggiunti gli abitanti non registrati all’anagrafe, come gli studenti fuorisede e altri “veneziani” che trascorrono qui lunghi periodi dell’anno. Quanti sono? E quanti i residenti in totale? Forse intorno ai centomila?

Contando i supermercati presenti oggi nel solo centro storico, ce ne sarà una quindicina, forse una ventina con Giudecca e Sacca Fisola, e anche più con le altre isole. Ultimamente, Despar ha occupato il bellissimo Teatro Italia. Ed è sempre pieno. Di veneziani. C’è chi osserva che diversi scaffali dei supermercati veneziani sono presi da prodotti da asporto tipicamente destinati al turista. Vero, ma soprattutto negli snodi più affollati della città; ma nel complesso non si può dire che oggi la città sia carente di punti vendita alimentari.

Non sono dati da citare con l’intento di edulcorare il problema e controbilanciare quelli relativi alle presenze turistiche, ma solo per mettere in evidenza una resilienza notevole, nonostante tutto, che non hai nei centri storici di altre città italiane. A Roma, nei ventidue rioni storici i residenti sono scesi dai 142mila del 2001 ai 123mila del 2015, con un calo di 19mila unità pari al -13,3 per cento (al netto delle residenze fittizie dei senza fissa dimora), ma con punte preoccupanti a Trevi (-32), Castro Pretorio (-30), Ludovisi e Parione (-28), Ponte (-26), Colonna (-25) e Sant’Eustachio (-24). E il deserto dei negozi di alimentari è occupato da plateatici sconfinati che deturpano piazze bellissime e restringono criminalmente il passaggio nei vicoli. Idem a Firenze, nell’area più turistica.

Va sempre ricordato che Venezia è dentro una regione che da sola accoglie un numero di turisti superiore all’intero sud d’Italia. Verona con l’Arena e la zona dei vini, il Garda, le Dolomiti e le altre montagne, Padova con Giotto e il Santo, le terme, le spiagge, città e paesi d’arte come Treviso e Bassano, le lagune, le eccellenze enogastronomiche. Anche per questo il Marco Polo è il terzo scalo aereo d’Italia.

Non si può immaginare una Venezia turistica decontestualizzata dall’area circostante, che vede il turismo in cima alle entrate. Zaia per primo dovrebbe saperlo. E dovrebbe provare a fare proposte su Venezia non occasionali, comunque dentro il contesto dell’industria turistica regionale.

In molti, compresi i tanti sempre contrari alla monocultura turistica, ma che ora l’accettano come inevitabile destino, si propongono di ragionare su forme di turismo controllato e sostenibile. E i fautori dell’unicità di Venezia si rifanno a modelli di città che con Venezia hanno poco a che fare, come la Barcellona di Ada Colau e la sua idea di decrescita turistica.

A leggere i dati di simili progetti, come quello catalano, si apprende che, nel migliore dei casi, l’ordine di grandezza dei visitatori resta comunque immane, sulle decine di milioni in una città come Barcellona. Invece che i 32 milioni attuali. Non è da sottovalutare come obiettivo, ma resta un argine parziale all’ondata turistica; efficace, peraltro, se il meccanismo funzionerà anche in presenza di una domanda ancora maggiore in arrivo, come è prevedibile che avvenga.

Già, perché la demografia turistica mondiale sta cambiando notevolmente, e a Venezia è visibile da tempo, con la presenza crescente di turisti estremo-orientali e mediorientali, russi e brasiliani, e anche africani. Con la riduzione della sicurezza in molte mete turistiche, è fatale che il turismo aumenti nei paesi più attrezzati e più sicuri.

L’idea di alzare muri per contenere gli arrivi non è detto che funzioni meglio dell’idea di alzare muri per fermare l’immigrazione, ed eticamente non è detto che sia migliore. Specie se sono barriere a pagamento.

Lo stesso Zaia, nella citata lettera al Corriere, dice di non credere

al versamento di una somma per ingresso e visita: Venezia deve restare alla portata di tutti. Sono convinto che un obolo — anche simbolico — ogni italiano lo debba mettere in conto, come contributo e segno di rispetto per una città universale; ma non concordo sul fatto che la visita diventi accessibile per reddito.

Sulle forme di controllo dei flussi ci sono comunque già diverse idee in campo, alcune basate su sistemi di prenotazione e pronte a essere messe subito alla prova, altre anche capaci di generare reddito utile per la comunità, in modo da alleviare il sacrificio di una vita quotidiana segnata dall’invasione, e anche di produrre altre occasioni di sviluppo, in campi non necessariamente legati al turismo.

Tra l’altro il ministero dei beni culturali ha approvato per la prima volta un Piano Strategico sul turismo che sarà deliberato a breve dal Consiglio dei ministri. E nel Patto per Venezia sono stanziati i fondi per sistemi di gestione dei turisti, una decina di milioni.

Vale la pena discuterne. Ma dentro un orizzonte più ampio e ambizioso.

Il punto cruciale resta infatti quello su cui si dibatte da decenni ormai: se accettare l’idea di una città di monoeconomia turistica o se tentare tutto il possibile per favorire altre forme di produzione di reddito, con l’intento di uscire da una logica puramente difensiva e poter contenere anche così la prepotenza del turismo.

In questa prospettiva, io vedo Venezia, nella sua eccentricità e unicità, come parte di un grande progetto urbano, che è la città metropolitana. So che a questo punto molti lettori veneziani mi manderanno definitivamente al diavolo.

Penso che si possa, si debba discutere sulle esigenze specifiche di Venezia, ma agganciandole a un progetto più grande, competitivo con altre grandi realtà urbane europee e non solo. Venezia deve tornare a essere una metropoli e, nel nostro tempo, quest’identità e vocazione è nella città metropolitana grande, con Padova e Treviso. Staccandola dal resto, non includendola in dinamiche produttive e sociali più grandi e articolate, diventa fatalmente un luna park. Al contrario, in interazione con una vasta e variegata area urbana, ricca, operosa, ha le carte per entrare in competizione, anche per grandezza e articolazione, con Francoforte, Lione, Milano, Varsavia, Monaco. Venezia storica ne diventerebbe il cuore, il luogo che dà il nome al tutto e ne sarebbe il perno. Oggi Brooklyn, che pure era la quarta città in America, è un pezzo importante, il borough più popoloso, di NYC ,perché si è unita a Manhattan, e viceversa.  Diversamente non ci sarebbe la New York che conosciamo. Il ponte di Brooklyn ha significato qualcosa. È il simbolo stesso di NYC.

Oggi le società finanziarie che lasciano Londra vanno a Varsavia, manco ci pensano a venire qui, in questo posto meraviglioso – col clima che ha e i dintorni che ha – ma che ormai è descritto come un luogo moribondo, dai suoi abitanti per primi, emblematizzato da foto di turisti mezzi nudi che fanno il bidet.

Insomma, vorrei porre all’attenzione del dibattito dati e punti di vista che consentano di andare oltre la denuncia, che alimenta solo la credenza di una città che affonda, in un declino irreversibile, e dunque assolutamente da evitare, da parte di chiunque abbia idea o semplicemente fantastichi di venirci a vivere, per non dire insediarci un’attività imprenditoriale.

Collegata strettamente alla visione di una Venezia-metropoli, è dunque la narrazione della città. La questione del decoro va posta in evidenza ma non può essere il filo principale del racconto veneziano nel mondo. Né Venezia può diventare il simbolo dell’hooliganismo cosmico del nostro tempo. Con il vittimismo, anche se fondato e giustificato, non vai da nessuna parte, potrai avere la solidarietà che può avere uno sfigato ma non susciterai mai un interesse attivo e motivato intorno a te.

Andrebbe valorizzato tutto ciò che testimonia di una resilienza della città e dei suoi abitanti, non solo denunciarne la condizione di vittime delle orde turistiche e dell’affarismo connesso.

Su questo piano sarà importante vincere definitivamente la battaglia contro l’ingresso delle navi da crociera, il problema principale non tanto per la sua portata intrinseca, inferiore alla somma di tutti gli altri problemi connessi al turismo, ma soprattutto per il valore emblematico di un simile successo: far sapere al mondo che Venezia ha ancora la forza di essere e vedersi rispettata come città, come città reale, di cittadini reali, non asservita al turismo e ai suoi interessi distruttivi.

Venezia. Il turismo come veleno. Ma la soluzione è il muro? ultima modifica: 2017-02-16T17:08:41+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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1 commento

Stefania Colecchia 17 febbraio 2017 a 14:36

Grazie! Interessante perché lavoro a Venezia come guida turistica. Dovremmo fare una nostra manifestazione il 7 marzo mattina in città.

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