Venezia. “Circuito Cinema”: il reale e il simbolico

scritto da ROBERTO ELLERO

 Ha destato stupore, sconcerto e infine argomentata protesta, l’improvvisa decisione del Comune di Venezia di sopprimere la testata giornalistica Circuito Cinema, attiva ininterrottamente dal 1986, a supporto di una promozione comunale della cultura cinematografica ancora più longeva, iniziata sul finire degli anni Settanta. Quasi trecento firme in pochi giorni e un’affollata assemblea alla Scoleta dei Calegheri per chiedere l’immediato ripristino della rivista. O quantomeno per sapere chi e perché abbia messo fine ad un mensile così “atteso”, nonostante il tanto tempo passato, vedendo relegate le poche informazioni cinematografiche residue in una paginetta o poco più del nuovo bimestrale Venezia Cultura. Un bimestrale generico contro un mensile specifico, una paginetta ogni due mesi contro otto pagine di cinema al mese: non c’è quantitativamente partita per coloro che hanno firmato e protestato, abituati ad una guida ragionata e analitica tanto delle rassegne quanto dei nuovi film in uscita. E magari affezionati anche a quegli editoriali, semplicemente siglati in partenza r.e., che non facevano sconti a nessuno (amministratori e mercato, produttori e distributori), espressione di un’autonomia culturale che è il primo presupposto della critica, non solo cinematografica.

La soppressione della rivista Circuito Cinema comporta un danno reale all’utenza, attestata su oltre 200.000 spettatori l’anno e privata di uno strumento informativo che dava senso e spessore ai percorsi cinematografici proposti. E il costo di quella rivista – redatta in casa, con prestigiose collaborazioni da tempo immemore su base volontaria, ovvero gratuite, le sole spese di stampa, sette/ottocento euro a numero – resta davvero poca cosa in confronto alle entrate prodotte da Circuito Cinema grazie anche a quella rivista: 1.200.000 euro l’anno circa. Mica bruscolini.

Ma al danno reale si somma quello simbolico. E non occorre aver letto Freud o Lacan per capire quanto sia importante la valenza significante del simbolico. Nel caso specifico, una rivista di cinema uscita per trent’anni in una città vocata al cinema sin dai primi vagiti dei Lumière (1896), sede del primo e più importante festival (1932), protagonista di migliaia di film, orfana ad un certo punto di sale cinematografiche restituite negli ultimi vent’anni alla città dalla stessa amministrazione comunale che ora, con un colpo di spugna, si disfa del “suo” giornale di Circuito Cinema.

Signor Sindaco, se l’idea di sopprimere Circuito Cinema è stata sua, ci ripensi; se è stata di qualcun altro provveda, visto che la responsabilità politica resta comunque sua. Ripristini il giornale di Circuito Cinema, affiancandogli magari Venezia Cultura, che potrà occuparsi di tutto il resto. E già che c’è, Signor Sindaco, deleghi alla Cultura qualcuno di qualificato, un assessore che abbia il tempo e la voglia di occuparsene, incontrando, ascoltando e confrontandosi con le centinaia di istituzioni, associazioni, operatori – tutti in sofferenza – che costituiscono il corpo vivo della cultura in città. Spesso non chiedono soldi, soltanto la dovuta attenzione.

Ah! dimenticavo. Ha davvero poca importanza che chi scrive sia stato fondatore del Circuito Cinema e per trent’anni direttore responsabile del giornale. Come ho avuto modo di dirle, Signor Sindaco, in uno dei nostri rari incontri quand’ero in Comune, siamo tutti di passaggio. L’importante, andandosene, è non lasciare macerie.

Venezia. “Circuito Cinema”: il reale e il simbolico ultima modifica: 2017-02-19T18:29:33+00:00 da ROBERTO ELLERO

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3 commenti

Vilma 20 febbraio 2017 a 15:03

Quanti guasti sta facendo questa amministrazione! Non ho parole! Sta distruggendo il tessuto sociale della città disconoscendone l’identità e la cultura che sottende le molteplici relazioni tra i vari soggetti istituzionali e non. Così Mestre lentamente muore. E se muore Mestre muore anche Venezia

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Stefano Compagno 20 febbraio 2017 a 18:33

Purtroppo è impossibile costruire Cultura con un sindaco miope che smonta qualsiasi iniziativa, riducendo ogni discussione a una questione di “$chei”. Come diciamo a Venezia DURI I BANCHI, speriamo se ne vada presto e non faccia troppi danni…chi lo succederà dovrà riattivare tante realtà ora soffocate e lo dovrà fare in fretta perché la Cultura è ossigeno per questa città, tanto quanto le politiche abitative (semplicemente ridicole da decenni).

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Roberto Pugliese 21 febbraio 2017 a 0:11

Impossibile non condividere le argomentazioni, concrete e stringenti, di Ellero, ancora più convincenti se abbinate all’onestà intellettuale che le sorregge.
Per parte mia aggiungo solo che il problema – guarda un po’ – è tutto e solo politico. Quando un amministratore o un dirigente vuole “accorpare” vanno attivati gli allarmi: significa che vogliono sopprimere. Nel pubblico come nel privato. Parlo per esperienza.
In questo caso l’allarme riguarda la sopravvivenza stessa del Circuito Cinema veneziano, colonna portante dell’offerta culturale lagunare, messa a rischio ed erosa prima dall’uscita di Ellero, ora dalla soppressione premeditata (non ci si parli di “ottimizzazione” per cortesia: non siamo nati ieri) della sua creatura forse più visibile e radicata, il giornale relativo. È su questi marcatori che la vigilanza dei cittadini che hanno ancora a cuore le sorti di questa città deve rimanere altissima.
Aggiungo che nel cianciare pluridecennale di “attività permanenti”, riqualificazione dell’offerta culturale, allarme per lo svuotamento della città sempre più turistico-centrica, appare veramente stucchevole che a lamentarsi e piagnucolare siano poi gli stessi che non solo non alzano un dito o un fiato per impedirlo ma addirittura lavorano per favorire il trend negativo, sottraendo come in questo specifico caso alla città uno strumento prezioso, vincente e diffuso di approfondimento.
E già che ci siamo sarebbe bello che dalle altre istituzioni culturali della città (Università, Fenice, Cini, Biennale) che tanto hanno collaborato con l’ufficio Cinema in questo trentennio, si alzasse qualche forte voce di protesta contro quello che ha tutta l’aria di essere lo smantellamento di un servizio che produceva intrattenimento e pensiero. Concetto, quest’ultimo, ritenuto evidentemente superfluo, se non un impiccio “radical-chic”.

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