Nostalgia canaglia. Il Pd dopo la scissione: rappresentanza sociale e forma partito

scritto da GIOVANNI INNAMORATI

Nell’ottobre 2007, dopo lo svolgimento delle primarie il 14 di quel mese che incoronarono Walter Veltroni primo segretario del Pd, e dopo dunque che il nuovo partito era ufficialmente nato, Pierluigi Castagnetti pose un problema dirimente: il Pd avrà come riferimento sociale la Cgil o la Cisl? La Lega delle Cooperative o la Confcooperative? In sostanza le articolazioni sociali “rosse” o quelle “bianche”? Come spesso accade a Castagnetti, l’ultimo segretario del Ppi aveva indicato una questione inevasa, ma forse non erano giusti i possibili soggetti sociali, “rossi” e/o “bianchi” a cui avrebbe dovuto far riferimento il nuovo partito.

Già, il “nuovo partito”. Walter Veltroni ha usato il sintagma “un partito del tutto nuovo” sia nel celebre discorso del Lingotto del 27 giugno 2007, primo passo nella nascita del Pd, sia alla ultima Assemblea nazionale dello stesso Pd del 19 febbraio scorso, in cui intervenne per scongiurare l’uscita di Speranza, Rossi, Emiliano, Bersani.

“Un partito del tutto nuovo” deve avere come riferimento sociale la Cgil e/o la Cisl, ecc? In questo contributo vorrei spiegare che “un partito del tutto nuovo” richiede anche delle interlocuzioni sociali nuove, ed anche una forma partito nuova, che paradossalmente il Pd si è data nel suo statuto ma che non ha mai messo in pratica, forse anche per la prematura fuoriuscita di Veltroni dalla segreteria dei Dem. Probabilmente questa ambiguità ha spinto alcuni dirigenti (Speranza, Rossi, D’Alema, Bersani) – in un momento di difficoltà del Partito – a rifugiarsi nella nostalgia verso un passato che non esiste più.

Un rigido modello di produzione fordista in Italia non è mai esistito, cioè un modello con confini chiari tra capitale e lavoro dipendente. O per lo meno non è stato predominante. Le grandi imprese, anche nel settore manifatturiero, non sono mai state predominanti da un punto di vista numerico. Anche in settori ad alto tenore di investimenti e impianti, come quello meccanico, le aziende più grandi (esempio, la Fiat) si sono sempre avvalse di imprese medie o piccole come fornitrici di beni e servizi. Nel corso dei decenni molte delle piccole imprese sono nate spesso dall’intraprendenza di operai specializzati che si sono messi in proprio, dando appunto vita a quel tessuto diffuso di piccole aziende tipiche dell’Italia. In questo contesto è ovvio che i sindacati dei lavoratori dipendenti non potevano esaurire la rappresentanza del “lavoro”.

Sì, perché i titolari di piccole officine che lavorano fianco a fianco dei loro venti, trenta o cinquanta dipendenti, fanno parte del mondo del lavoro, piuttosto che del mondo del capitale. Poi è vero che i sindacati confederali hanno iniziato a vivere una crisi della rappresentanza sin dagli anni Settanta (allora nascono lo Snals e gli altri sindacati “autonomi”) in parte per loro inadeguatezza; ma tale crisi ha investito anche le altre associazioni di categoria per esempio nel mondo dell’impresa, tanto da portare a una moltiplicazione di sigle in tutti i settori produttivi (agricoltura, industria, commercio-artigianato, ecc). Il punto di fondo è stato la disarticolazione ulteriore del modello di produzione tradizionale: il lavoro dipendente si è contratto, e si è allargata l’area variamente articolata del lavoro in proprio, che magari impiega il risparmio o la liquidazione come piccolo capitale di rischio; oppure che non richiede nemmeno un capitale iniziale.

Negli anni Novanta esplose il fenomeno delle “partite Iva”, di baristi che lavoravano con partita Iva, e comunque di una serie di “contratti atipici”, cioè che non rientravano nelle fattispecie classiche del lavoro dipendente o della prestazione professionale (avvocato, ingegnere, ecc). In più la scolarizzazione di massa iniziata con la riforma del 1963, e l’accesso di massa all’università nel decennio successivo, hanno dato vita ad una generazione di giovani con un tasso di competenze tali da spingerli a “mettersi” in proprio, anche perché la nostra economia ha visto una terziarizzazione che favorisce la nascita di nuove piccole imprese o di studi professionali che offrono servizi innovativi. In questo contesto, con il passare degli anni, è cresciuto il numero di soggetti che rimaneva via via fuori dalle tradizionali associazioni di categoria. Certamente qui va fatta una critica alla miopia dei tradizionali sindacati dei lavoratori dipendenti, che si sono chiusi nella difesa dei diritti dei loro associati, mentre i giovani che si affacciavano al mondo del lavoro restavano esclusi dai loro interessi. Ma se guardiamo altri settori osserviamo comunque una faglia generazionale. Cito un solo esempio: i giovani avvocati hanno dato vita ad una loro associazione, la vivacissima Aiga. Se poi consideriamo che con la globalizzazione (convenzionalmente con vertice di Seattle del 1999 che diede vita al Wto), la finanziarizzazione dell’economia ha ridisegnato anche il profilo dell’imprenditore/capitalista, capiamo che anche il mondo del “padronato” è completamente cambiato.

Visto che la politica, nel bene e nel male, è sempre legata al mondo reale, è interessante ricordare che nel 1996 il governo dell’Ulivo di Romano Prodi, con la Finanziaria e altri provvedimenti, tentò di interpretare questo nuovo modello produttivo: cito i famosi patti territoriali, che favorivano la messa in rete di piccole imprese legate tra loro territorialmente e produttivamente; ma cito anche il prestito d’onore, vale a dire un prestito ai giovani desiderosi di mettersi in proprio, senza la necessità di garanzie reali. Insomma un governo innovativo, che nasceva da una formula politica innovativa (l’Ulivo), creava delle interlocuzioni sociali innovative con soggetti esclusi dalle tradizionali rappresentanze sociali.

Quell’esperienza politico/governativa aveva capito un punto essenziale: se la sinistra deve avere come interlocutori sociali i soggetti che compongono il “mondo del lavoro”, era bene entrare nell’ottica di un “mondo dei lavori”. Come è noto nell’ottobre 1998 il governo Prodi perì, così come l’Ulivo, sostituito da un governo e una formula politica tradizionale: un patto tra i partiti in qualche modo figli del Novecento e del modello di produzione fordista.

Ma torniamo al 2007, al Pd, al discorso di Veltroni al Lingotto e allo statuto del nuovo partito. A Torino l’allora sindaco (rimpianto!) di Roma, citò i giovani precari, i giovani ricercatori, gli artigiani, i piccoli imprenditori, ecc, cioè una serie di soggetti finora non richiamati dalla Sinistra come soggetti sociali di riferimento. Anche l’evocazione di un calo della pressione fiscale – che all’epoca fece rumore mediatico – era un tema nuovo per la sinistra, ma che “parlava” a molti nuovi protagonisti del “mondo dei lavori”. Veltroni coniò la formula del “partito a vocazione maggioritaria”: un partito cioè capace di interpretare una fascia di soggetti sociali ampia, e quindi in grado di avere un’interlocuzione con tutta questa fascia, benché differenziata.

Ma il Pd del Lingotto e delle primarie del 14 ottobre 2007 era un “partito completamente nuovo” anche per le modalità di partecipazione alla propria vita, scolpite nello statuto. E le due cose si tengono: interlocutori sociali nuovi chiedono dei modelli di partecipazione nuovi, la maggior parte dei quali, però, non sono mai stati attivati. L’innovazione più vistosa del Pd sono le primarie, che nascono dall’intuizione di Arturo Parisi: la vita di un partito, il suo indirizzo politico, non devono essere decisi solo dagli iscritti (cioè quei militanti più disponibili ad un impegno costante, anche a livello di volontariato) ma anche dagli elettori: e infatti all’articolo 1 dello statuto del Pd vengono entrambi indicati come soggetti con diritti e doveri, in parte uguali ma in parte diversificati. Tuttavia, al netto delle primarie, lo statuto indicava forme di partecipazione molto innovative che avrebbero potuto mettere in raccordo il partito con quei soggetti con cui ha perso l’interlocuzione sociale. Ne ricordo alcuni.

Oltre ai circoli territoriali e di ambiente (cioè costituiti sui luoghi di lavoro o di studio) , l’articolo 14 dello statuto contempla i circoli on-line, che possono nascere su base tematica: durante il dibattito in commissione statuto si disse che sarebbero potuti nascere circoli on-line non solo su tematiche generali (esempio, ambiente) ma anche specifiche (esempio, nuove tecnologie applicate all’ambiente). Vorrei ricordare che siamo nel 2007-2008, quando Grillo nemmeno aveva fondato il proprio Movimento. Questi circoli on-line tematici avrebbero potuto aggregare moltissime persone e avrebbero potuto dare un contributo rilevante all’elaborazione programmatica sia a livello nazionale che locale. Ma la cosa più incredibile è che lo statuto – ripeto, scritto dieci anni fa – prevedeva l’attivazione di un sistema informativo per la partecipazione, cioè quello a cui oggi sta lavorando il Movimento 5 Stelle, con la sua piattaforma Rousseau. Riporto integralmente l’articolo 1 comma 10 dello statuto del Pd:

Il Partito Democratico assicura un sistema informativo per la partecipazione basato sulle tecnologie telematiche adeguato a favorire il dibattito interno e a far circolare rapidamente tutte le informazioni necessarie a tale scopo. Il sistema informativo per la partecipazione consente ad elettori ed iscritti, tramite l’accesso alla rete internet, di essere informati, di partecipare al dibattito interno e di fare proposte. Il partito rende liberamente accessibili per questa via tutte le informazioni sulla sua vita interna, ivi compreso il bilancio, e sulle riunioni e le deliberazioni degli organismi dirigenti. I dirigenti e gli eletti del partito sono tenuti a rendere pubbliche le proprie attività attraverso il sistema informativo per la partecipazione.

Questo sistema, se attivato, avrebbe incentivato la nascita di circoli on-line legati magari a singole istanze, ma comunque degne di avere una rappresentanza politica. E avrebbe potuto supportare un’altra forma di partecipazione prevista dallo statuto: i referendum. L’articolo 27 prevede referendum riservati ai soli iscritti e aperti agli elettori, referendum deliberativi e consultivi. Non occorre spendere troppe parole per far comprendere come un referendum, anche consultivo, è uno straordinario strumento di partecipazione, non solo perché gli elettori sono chiamati a pronunciarsi, ma soprattutto perché promuove il dibattito: è il dibattito il primo motore della partecipazione. Nella discussione sorta nella Commissione che poi ha redatto lo statuto fu proposto anche un altro strumento di partecipazione, che poi non entrò nella Magna Charta del nuovo partito, ma che è tutt’oggi un’idea molto interessante: l’iscrizione non al partito bensì l’adesione, anche formale, a sue singole iniziative, a loro volta un minimo formalizzate in una struttura leggera. Per esempio una campagna a livello locale o nazionale con un coordinamento.

La domanda allora è perché, dopo le dimissioni di Veltroni nel febbraio 2009, i nuovi strumenti di partecipazione previsti dallo statuto, che avrebbero creato delle nuove interlocuzioni sociali, non sono stati attivati? La risposta sta nelle scelte politiche della segreteria Bersani. Un po’ per paura dell’ignoto, al Pd modello Lingotto (Partito completamente nuovo, con strumenti di partecipazione nuova, con interlocutori nuovi), si è preferito il modello Ds+Margherita. Bersani ha preferito puntare alla semplice fusione tra i dirigenti dei due partiti conferenti, che ha portato il Pd ad essere una federazione di correnti (alle elezioni del 2013 se ne contavano 14), con tanto di “consiglio dei ministri” dei capicorrente, il cosiddetto “caminetto”, non a caso organo assente nello statuto.

Probabilmente questa linea è stata determinata da una lettura tradizionale, “non veltroniana” (nel senso del Lingotto) della realtà del “mondo del lavoro”, da una concezione tradizionale della sua rappresentanza, a cui corrisponde un modello tradizionale di partecipazione politica: il circolo territoriale, la tessera. Un modello comunque in crisi perché la forma-partito “federazione di correnti” si è traslata anche nelle regioni e nelle citta, così che i circoli sono stati semplicemente i luoghi fisici dove gestire le candidature nelle diverse realtà amministrative. In tale ottica si sono rarefatte anche le attività tradizionali (incontri con parlamentari, ecc) non essendo necessarie al nuovo scopo dei circoli.

L’aspetto paradossale è però un altro. Matteo Renzi, che sul piano dei contenuti evocava il Pd del Lingotto (con la formula del “partito della Nazione”), ha fatto anche peggio di Bersani per quanto riguarda la cura verso il partito, inteso come motore per favorire l’interlocuzione sociale e la partecipazione: non ha minimamente attuato quelle parti dello statuto che avrebbero fatto del Pd “un partito completamente nuovo” e non ha nemmeno usato il Pd come un partito tradizionale. Il suo modello di interlocuzione sociale è stato quello di Silvio Berlusconi: cioè un rapporto diretto con il capo del governo che, risponde alle domande emergenti dalla società attraverso l’azione di governo. Un modello che sin dall’ascesa dell’ex Cavaliere gli studiosi hanno descritto come “populista”, perché rispondeva alla crisi della rappresentanza (di partiti, sindacati, ecc) aggirando la rappresentanza stessa. Un modello che, anche in caso di buon governo, non risolveva la questione della partecipazione nell’era della crisi della rappresentanza.

Dopo tre anni di “vuoto” della vita di partito (del tutto assorbita da quella del segretario-premier e dei gruppi parlamentari), D’Alema, Bersani, Speranza e Rossi dicono di prendere atto del fallimento del progetto Pd e rilanciano la formula politica della coalizione di centrosinistra e dell’Ulivo, in cui ogni Partito “si specializza” a rappresentare un pezzo di società. Alla sinistra toccherà il compito di rappresentare il lavoro dipendente, ad un centro alleato spetterà la rappresentanza dei “ceti produttivi”, ecc. Un mondo che non c’è più, ma rassicurante e consolatorio, specie in una fase di incertezza. Se l’Inno dell’Ulivo di Prodi era la Canzone popolare di Ivano Fossati, quello dell’Ulivo di D’Alema, Bersani, Speranza e Rossi potrebbe essere “Nostalgia canaglia” di Albano e Romina:

Nostalgia, nostalgia canaglia

che ti prende proprio quando non vuoi

Ti ritrovi con un cuore di paglia

e un incendio che non spegni mai.

Nostalgia canaglia. Il Pd dopo la scissione: rappresentanza sociale e forma partito ultima modifica: 2017-02-27T16:53:44+00:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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