La regia: dei suoi disastri e delle sue manie

scritto da IDALBERTO FEI
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Quando il regista prova un nuovo spettacolo o prepara un film o una trasmissione, spesso viene intervistato.

Dice delle cose intelligenti, almeno secondo lui – il complesso del genio è molto diffuso nella categoria. Spiega con variegati argomenti perché lavora a quel progetto, e perché lo realizzerà in quel modo. Non dice quasi mai la verità. Con questo non voglio dire che sia bugiardo. Ma ha ragione Garcia Marquez quando scrive che l’intervista fa parte del mondo della fiction non della realtà.

Certo il regista parla di motivazioni culturali, niente da dire, quasi mai di soldi, ma quello è facile da immaginare, né del bisogno di comparire, del timore di essere tagliati fuori, anche questo comprensibile e comunque comune a tutti gli esseri umani. Il vero, inconfessato – ma non inconfessabile, per carità – motivo per cui ha scelto quel progetto spesso è molto esile, fragile, quasi infantile.

Leggendo quel testo ha intravisto la possibilità, che so, di sperimentare quell’effetto scenico che ha in mente da anni, quell’arcobaleno fatto con strisce di seta colorata che ha visto bambino, oppure di mettere finalmente nella colonna sonora quell’assurdo cha-cha-cha che gli è caro dall’adolescenza e gli ricorda quell’estate al mare.

Certo se la commedia è ambientata in una caverna russa l’uso dell’arcobaleno sarà duro a giustificare, né inserire un cha-cha in un dramma cinese sarà facile. Ragione di più per insistere. Difenderà questi esperimenti con puntiglio, con capriccio, quasi sempre contro il buon senso: ha ragione lui, perché se il gioco della regia è catturare il pubblico nella follia dell’autore, la scommessa si gioca proprio su questi punti paradossali. Certo, la capriola non sempre riesce, qualche volta si cade, ma se funziona diventa uno stile, un modo di raccontare, di vedere il mondo.

Sarà dunque quello il momento dello spettacolo che il regista aspetterà con maggiore trepidazione, quando la caverna crolla ed appare l’arcobaleno, oppure la vezzosa Le-U tira un calcio alle tradizioni e si dà ai ritmi latini. Altre parti del lavoro, anche se a lungo provate e curate le seguirà con alterna attenzione, ma all’apparire dell’arcobaleno il primo oh! di meraviglia sarà il suo, sua la prima risata al sentire quell’assurda canzone fuori moda.

Non sempre però le cose vanno lisce, magari la caverna si apre a metà o Le-U inciampa e finisce lunga, e qui inizia una sterminata aneddotica che spesso alimenta leggende metropolitane e che costituisce il piatto forte delle cene dopo teatro. Certo, non bisogna mai dimenticare – e succede invece di continuo – quello che scriveva Alberto Arbasino:”Tosca può anche buttarsi dal Duomo di Milano, sotto la Madunina, invece che dagli spalti di Castel Sant’Angelo: però è cretino”.

È chiaro infatti che l’arcobaleno fra i minatori russi o i saltelli della cortigiana del XIII secolo sono un esempio estremo. Ma adesso vorrei raccontarvi qualcosa di meno eccessivo , un fatto che è successo proprio a me quando mi invitarono pochi anni fa in Canada, al Festival di Stratford.

Nel 1999 furono ritrovati i testi che Federico Fellini aveva scritto negli anni Quaranta per la radio. Erano scenette, brevi commedie che già contenevano in nuce tutto il mondo poetico e patetico del suo primo cinema, scritte dall’autore riminese fra il 1940 ed il 1943, quando era solo ventenne. Me ne affidarono la regia, riuscii a radunare un cast stellare, come si dice adesso in modo un po’ stupido (da Maurizio Micheli a Paolo Poli, da Sandra Milo a Milena Vukotic , a Mirabella e Garrani) e vincemmo il Prix Italia. Successivamente mi chiesero di realizzare a Budapest la versione ungherese e a Lubiana quella slovena.

Dopo la radio, l’idea di portare alcuni di questi testi in palcoscenico mi stuzzicava. Feci la proposta ad alcune compagnie italiane che neanche mi restituirono i testi; conobbi il direttore artistico del Festival di Stratford, in America, volle vedere il materiale ed accettò subito. Dunque scelsi tre episodi, li legai con un filo sottile, soprattutto musicale, e partii entusiasta per il nuovo mondo.

Mi piaceva particolarmente l’episodio centrale:Lettere d’amore. Ambientato in un paesino dell’Italietta anni ’30, era la storia di due giovani, Mario e Adrianella, poveri ed innamorati. Un giorno lui è costretto ad andare in città in cerca di fortuna, ma come rimanere in contatto se tutti e due sono analfabeti? Sconforto. Poi, l’idea, una delicata intuizione poetica. Si spediranno una lettera ogni giorno, conterrà solo un foglio bianco, ma ognuno dei due potrà leggerci i sogni e i pensieri dell’altro. Passano gli anni. Per Adrianella non cambia nulla. Mario invece studia, si fa una posizione ed una famiglia, ma non ha il coraggio di interrompere quella strana corrispondenza.

Sua moglie, che ogni tanto intercetta quelle assurde missive, vuole addirittura chiamare la polizia, convinta che un pazzo li perseguiti. Finché un giorno l’uomo, che sta andando ad imbucare la sua ennesima lettera, decide di farla finita: va al balcone e la lacera in mille pezzetti.

Intanto, mentre il pianoforte suonava Love letters, una canzone di quegli anni, la luce dissolveva lentamente su di lui, in alto sul terrazzino, ed assolveva invece su Adrianella, in basso, su cui cadevano questi frammenti di lettera. Era il momento dello spettacolo che amavo di più; la dissolvenza incrociata delle luci, la musica, la povera Adrianella, così vicina a Gelsomina e a Cabiria, che lentamente scivolava al suolo. Mi piaceva pensare che lo stesso Fellini, che non amava il teatro, ne sarebbe stato contento. Ma forse ci voleva ancora qualcosa di più. E fu qui che mi venne l’idea pericolosa. Pensai di moltiplicare questa pioggia di carta, come se tutte le lettere ormai senza senso, scritte nel corso degli anni, fossero strappate e piovessero sulla povera ragazza, che adagio cadeva a terra, sepolta dal crollo delle sue lunghe illusioni.

Andai allora dall’assistente di scena. Benché ampiamente provato dalla recente colluttazione con l’altra attrice dello spettacolo – lei pretendeva che lui le cucinasse tutte le sere spaghetti al sugo con olio d’oliva , perché c’era una scena in cui li mangiava – accettò di buon grado. Avrebbe preparato una cassettina di legno con uno sportello. Applicata in alto, al momento giusto lui stesso avrebbe tirato uno spago, aprendo lo sportello, così i bianchi pezzettini di carta sarebbero piovuti giù. Ottima soluzione, bellissimo effetto.

Quando funzionava. Perché dovete sapere che Stratford è attraversata da un fiume, che come potete immaginare si chiama Avon, ed è anche vicina al grande lago Ontario. Questo vuol dire che è molto umida. E allora? Allora certe sere i pezzetti di carta rimanevano incollati al fondo della scatola, e mentre io me ne stavo col naso all’insù aspettando una bianca pioggia, se ne scendevano quattro o cinque era già tanto. Ma il peggio fu un giorno di pioggia, quando si incollarono tutti fra loro, e vennero giù con un tonfo sordo, quasi fossero un mattone, schiantandosi ad un centimetro dalla testa di Tracy Michailidis, l’attrice, che fece appena in tempo a scansarsi per non prendere il colpo in piena nuca.

Va detto, a consolazione, che a soffrire, e poi a ridere, in questi casi sono soprattutto gli addetti ai lavori e che il pubblico di rado se ne accorge. Ma se andate in camerino a salutare un attore dopo lo spettacolo, sarà ben difficile parlargli di fatti artistici, non farà che tediarvi sugli errori di battuta, sulla parrucca messa male (proprio a Stratford, si narra di un Amleto che, nel togliersi il cappello al passaggio di Ofelia, si accorse troppo tardi che c’era rimasta attaccata la parrucca…) e sul tecnico cambiato all’ultimo momento.

Ci sono però anche casi meno fortunati, quando gli errori sono madornali, ed allora si che il pubblico non può non capire il disastro. Esemplare quello che accadde ad un grande Maestro.

Correvano gli anni Settanta. Un grande teatro americano gli offre la regia di un melodramma poco conosciuto, una Cleopatra o qualcosa del genere. L’opera non gli dice molto ma accetta perché per la prima volta può sperimentare un sistema di cambio scene e luci totalmente computerizzato, una novità che da una possibilità di cambi scena senza precedenti. Il capo tecnico è una donna, un ingegnere israeliano famosa per la sua grande preparazione. Si scatena il Maestro: templi che diventano scalinate, scalinate che si trasformano in obelischi, alte torri, oscure prigioni, luci per tutte le ore del giorno.

Clima celestiale alle prove dello spettacolo, che è in due tempi – questo è molto importante per capire quello che succederà dopo. La sera della prima c’est la catastrophe. Il tenore canta qualcosa tipo Oh Sole che illumini l’Egitto e cala la notte, lei corre verso di lui per abbracciarlo e una voragine improvvisa li divide, entra un cocchio trainato da bianchi cavalli ma una scalinata adorna di sfingi gli si erge dinnanzi… potete immaginare cosa successe in sala e quali drammi dietro le quinte, tanto più che l’ingegnere al di sopra di ogni sospetto continuava a giurare che era tutto a posto mentre il Maestro cercava di strangolarla.

Solo il giorno dopo si scoprì la tragicomica verità. Lo spettacolo, come dicevo, era in due parti. Ogni parte aveva la sua scheda computerizzata.

E il tecnico addetto alla macchina aveva scambiato la scheda del primo tempo con quella del secondo.

 

La regia: dei suoi disastri e delle sue manie ultima modifica: 2017-03-02T19:54:32+01:00 da IDALBERTO FEI

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