L’enigma di Manet, pittore della modernità. Mostra a Milano

Da mercoledì 8 marzo al Palazzo Reale fino al 2 luglio l'artista ostracizzato e a volte deriso in vita, oggi acclamato ma ancora erroneamente considerato un impressionista, o pre-impressionista a pieno titolo.
scritto da MARIO GAZZERI

Ostracizzato e a volte deriso in vita, oggi acclamato ma ancora erroneamente considerato un impressionista, o pre-impressionista a pieno titolo, Édouard Manet è il pittore della modernità al pari e forse più di altri Maestri che lo precedettero di pochi decenni: il sognante e visionario Turner e, ancor di più, il tragico Goya sicuramente più “impressionista” del francese in molte sue tele (vedasi “La fucilazione dei patrioti del 3 maggio” 1808 da parte degli invasori francesi del Bonaparte, uno dei maggiori capolavori del pittore spagnolo). Da mercoledì 8 marzo, sbarca a Milano (Palazzo Reale fino al 2 luglio) una attesissima mostra (a cura di Guy Cogeval, Caroline Mathieu, Isolde Pludermacher) del pittore rifiutato più volte, in vita, dal Salon de l’Académie des beaux arts di Parigi e ridicolizzato dalla critica del tempo ma confortato dall’ammirazione e dall’assoluta stima di Baudelaire, Zola, Gautier ed altri nomi del gran mondo delle lettere francese che polemicamente, assieme allo stesso Manet e ad altri artisti, organizzarono un Salon des Refusés.

Il balcone (Le balcon), dipinto a olio su tela (170xcm 124 cm) realizzato nel 1868-1869 da Édouard Manet. È conservato nel Musée d’Orsay di Parigi.

 

L’enigma di Manet

Gli sguardi smarriti e remoti delle tre figure sul “Balcone”, uno dei quadri più celebri e celebrati di Manet (“tre fantocci” li definì un critico di allora) sembrano rimandare ad un mondo parallelo, ai prototipi della “figura” umana, a quel qualcosa che, a differenza dei contemporanei del pittore, possiamo capire appieno solo oggi. E questo perché dopo Manet venne il positivismo e poi l’antitesi spirituale di Bergson ed infine la sintesi freudiana che ha reso “conscio l’inconscio”. Ed allora per tutti noi è più agevole capire anche un quadro come “La fucilazione dell’Imperatore Massimiliano” in Messico, un soggetto chiaramente ispirato dalle “Fucilazioni del 3 maggio” di Francisco Goya. Una tela sì, quella dello spagnolo, già “impressionista” per le pennellate piatte e grondanti colore e per la violenza del contrasto tra i colori cupi e, al centro, il candore della camicia del patriota che sta per cadere sotto il piombo dell’invasore francese.

L’esecuzione di Massimiliano (1868), 252×305 cm è esposto a Mannheimnel Kunsthalle

Come Antonioni

Nel concepire il quadro dell’esecuzione dello sfortunato fratello dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, Manet sembra invece rifuggire da ogni tentazione di drammatica plasticità pittorica, da ogni richiamo alla tragicità di un episodio che fece inorridire il mondo di allora. Massimiliano e gli altri due condannati sono immobili, quasi assenti, al pari dei soldati del plotone d’esecuzione. Una immagine di staticità priva di ogni concessione al figurativismo impressionista e che trova proprio nell’immobilità un senso di distaccata ma profonda drammaticità. Unica concessione, i bambini che, quasi sorridendo, sono testimoni della fucilazione seminascosti dal muro e, dietro a loro, alcune verdi colline. Manet sembra aver capito che il senso del tragico, così come nelle statue dell’antichità, prescinde dalla condizione umana e si identifica nella storia, nelle strutture culturali, religiose e politiche che predeterminano il destino dell’uomo. La mente va anche ad un modernissimo regista italiano, il ferrarese Michelangelo Antonioni, narratore del silenzio e dell’incomunicabilità, i cui personaggi vivono i loro drammi spesso quasi immobili e senza parole.

Il filo rosso che lega Manet all’arte contemporanea

C’e’ chi si è spinto a cercare una chiave nello strutturalismo. Questo non lo sappiamo. E’ certo tuttavia che l'”enigma Manet” può trovare alcune segrete chiavi di soluzione nell’arte del passato, come l’arte etrusca (che ha influenzato molti artisti moderni come lo scultore britannico Henry Moore o, in Italia, Massimo Campigli) o contemporanea, come nelle silenziose tele metafisiche di Carrà o De Chirico. E proprio i “manichini” di De Chirico richiamano alla memoria i “tre fantocci” de “Il Balcone”, in realtà tre persone colte nella loro essenza, nel loro “esser persona”. Comunque e per sempre.

Da Baudelaire a Gamboni

Come scrive Dario Gamboni, storico dell’arte svizzero, una delle più interessanti voci della critica contemporanea, “al di là della immensa importanza storica che certo le va riconosciuta, l’opera di Manet è stata ed è tuttora, assai fertile d’ambiguità e fonte di malintesi. Ma se la visione formalistica di un Manet attento esclusivamente ai valori pittorici continua a dominare su manuali e monografie, ciò è anche dovuto alla mancanza di un’interpretazione coerente che renda conto dell’insieme della sua opera”. O come più sinteticamente scrisse Charles Baudelaire nel suo “Pittore della vita moderna”, l’artista “deve estrarre l’eterno dal transitorio”.

Olympia, 1863, Parigi, Musée d’Orsay

La Mostra di Milano

La mostra “Manet e la Parigi moderna” (8 marzo-2 luglio al piano nobile di Palazzo Reale a Milano) presenta un centinaio di opere tra cui 55 dipinti – di cui 17 capolavori di Manet e circa quaranta altre splendide opere di grandi maestri coevi, tra cui Boldini, Cézanne, Degas, Fantin-Latour, Gauguin, Monet, Renoir, Signac, Tissot. Alle opere su tela si aggiungono dieci tra disegni e acquerelli di Manet, una ventina di disegni degli altri artisti e sette tra “maquettes” (piccoli modelli generalmente in creta) e sculture.

L’enigma di Manet, pittore della modernità. Mostra a Milano ultima modifica: 2017-03-06T16:43:18+00:00 da MARIO GAZZERI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento