Isis, Cina e uighuri, una guerra di propaganda

scritto da BENIAMINO NATALE

Un video di mezzora, di provenienza incerta ma attribuito allo Stato islamico in Iraq e Siria (Isis) è bastato per scatenare i titolisti di mezzo mondo: l’Isis sfida la Cina, la Cina dovrà cambiare la sua politica in Medio Oriente, “migliaia” di musulmani uighuri del Xinjiang (Turkestan Est secondo i nazionalisti uighuri). Un sito chiamato 21stCenturyWire parla addirittura di “mercenari” uiguri che formerebbero la guardia del corpo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, e cita “un turco uighuro che trasporta terroristi in Siria” secondo il quale sarebbero “più di cinquantamila” gli uighuri che si sono uniti allo Stato islamico.

La propaganda del governo cinese ha più volte cercato di legare la ribellione degli uighuri all’estremismo musulmano che ha avuto prima in al Qaeda e ora nell’Isis le sue punte di diamante. Prendendo al balzo la palla lanciata dal video dell’Isis, Li Shaoxian – intervistato dal britannico Sunday Express, che lo presenta come il “vicepresidente di un think tank legato al ministero della sicurezza cinese” – ha sostenuto che “molte centinaia o migliaia” di uighuri sarebbero emigrati in Turchia per raggiungere da le aree sotto il controllo dell’Isis.

Rian Thum, uno specialista dalla Loyola University di New Orleans interpellato dalla Reuters ha fatto uno dei rari commenti sensati che sono apparsi sulla stampa internazionale: “Secondo me – ha affermato – il video dice più sulla tattica, la propaganda e l’ ideologia dello Stato islamico che sulle relazioni tra gli uighuri e lo stato cinese”.

Lo Xinjiang è una vasta regione che occupa il nordovest della Cina, è ricco di materie prime e si trova in un’importante posizione strategica dato che confina con India, Pakistan, Afghanistan, Khazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Russia e Mongolia. I suoi abitanti originari sono gli uighuri, una popolazione turcofona e musulmana sunnita etnicamente, culturalmente e storicamente più legata all’Asia Centrale e in particolare alla Turchia che alla Cina. Gli uighuri oggi sono il quaranta-quarantacinque per cento dei circa venti milioni di abitanti della regione dove la maggioranza è formata da immigrati da altre regioni della Cina. Un milione circa degli abitanti dello Xinjiang appartengono ad altre etnie centroasiatiche.

Nel 2009 a Urumqi, la capitale di quella che ufficialmente si chiama Regione Autonoma Uighura dello Xinjiang, circa duecento persone, in maggioranza immigrati cinesi, furono uccisi in scontri interetnici. Da allora la regione è chiusa di fatto ai giornalisti – nel 2015 l’allora corrispondente del Nouvel Observateur è stata espulsa dalla Cina per i suoi articoli sullo Xinjiang – e teatro di una violenta repressione che ha prodotto migliaia di arresti e un numero imprecisato ma sicuramente alto di condanne a morte (almeno quaranta nel 2015, secondo un calcolo approssimativo basato sulle notizie pubblicate dai media cinesi, da quelli internazionali e sulle informazioni raccolte dalle organizzazione umanitarie), tutte inflitte dopo processi sommari.

Il Congresso Mondiale degli Uighuri (World Uyghur Congress o WUC), un’organizzazione pacifica di profughi basata in Europa, afferma in uno studio pubblicato l’ anno scorso che dal 2012 è partita una nuova “ondata” di profughi uighuri, senza specificarne il numero. Dalle informazioni reali che è possibile raccogliere risulta che possono essere alcune centinaia, forse un migliaio ma difficilmente di più. Gruppi di uighuri sono stati fermati in alcuni Paesi del sudest asiatico – la via scelta dai contrabbandieri di esseri umani perché le frontiere con l’Asia Centrale sono vigilate con estrema severità – in questi anni.

Quello più numeroso è quello di 109 uighuri che la Thailandia ha rispedito in Cina. In Cambogia ne sono stati bloccati venti, e cosi’ via. Insomma, siamo molto, molto lontani dai “cinquantamila” che evocano immagini di battaglioni che marciano verso Pechino sventolando le bandiere nere dell’Isis.

La maggior pare degli uighuri che espatriano “in cerca di uno spazio dove si possa respirare” – come ha dichiarato uno dei profughi intervistati per lo studio – non hanno il passaporto, e ne devono comprare uno falso. La Cina infatti difficilmente rilascia passaporti ai suoi cittadini uighuri e tibetani. Poi devono comprare il visto, oltre a pagare i trafficanti per ogni passaggio di frontiera, i biglietti aerei se vogliono raggiungere la Turchia, ecc. Il costo del viaggio è stato calcolato in circa 15mila dollari Usa a persona. Lo Xinjiang è una delle regioni più povere della Cina e non sono certo decine di migliaia gli uighuri che possono permettersi questo lusso – ammesso che vogliano rischiare tutti i risparmi e la loro stessa vita nell’ impresa.

La maggior parte degli uighuri – per ragioni storiche – non appartiene alle correnti integraliste che hanno alimentato i gruppi estremisti nel mondo arabo, in Pakistan e in Afghanistan. Per alcuni anni è esistito un movimento che si chiamava East Turkestan Islamic Movement (Etim), che mandò i suoi militanti in Afghanistan per il jihad contro gli invasori sovietici negli anni ottanta col consenso dell’allora numero uno cinese Deng Xiaoping, e che è stato quasi completamente distrutto nella guerra tra i Taliban afghani e la coalizione guidata dagli Usa nel 2001-2002. Il suo successore è il Turkestan Islamic Party (Tip), la cui consistenza all’ interno del Xinjiang è difficile da verificare.

Fino ad oggi tutti gli attentanti compiuti dagli uighuri contro le forze di sicurezza e anche contro i civili cinesi sono stati condotti con armi rudimentali: coltelli, bastoni, bottiglie molotov. Finora non ci sono stati attentati suicidi, che invece sono all’ordine del giorno nei Paesi nei quali l’ Isis sta combattendo veramente: oltre a Siria e Iraq, Libia, Turchia e le regioni orientali dell’Afghanistan.

Secondo la traduzione dallo uighuro della Reuters, uno degli estremisti che compare nel video parla con l’ accento di Yarkand, una città nel sud del Xinjiang abitata in prevalenza da uighuri. Uno di loro esorta i “fratelli uighuri” a non essere “compiacenti” e li informa che l’Isis sta “combattendo gli infedeli in tutto il mondo”. Un altro canta “la nostra terra di legge islamica è stata costruita col sangue”; un terzo aggiunge che “sicuramente pianteremo le nostre bandiere in America, Cina e Russia…”.

Il tentativo di trovare nuove reclute tra i giovani uighuri è abbastanza evidente. Non è affatto detto che nei prossimi mesi e anni non abbia successo. Le autorità cinesi, seguendo quello che hanno fatto i governi in molti Paesi del Medio Oriente e quello indiano nel Kashmir, hanno infatti eliminato sistematicamente l’opposizione laica e moderata: il professore di economia Ilam Tohti è stato condannato all’ergastolo nel 2014, per alcuni frasi pronunciate nel corso delle sue lezioni all’ Università delle minoranze di Pechino e altre che ha scritto sul suo blog; Rebiya Kadeer, imprenditrice una volta esaltata come modello per le donne della Nuova Cina dallo stesso governo di Pechino, è in esilio dal 2005 dopo aver trascorso sei anni in galera.

Aggravando ulteriormente la situazione, Pechino ha vietato negli ultimi anni tutte le manifestazioni esteriori di religiosità – il velo, le barbe lunghe, il digiuno nel mese sacro del Ramadan – che, proprio perché vietate dal regime, coincidono sempre più chiaramente con la difesa di un’identità diversa da quella dei cinesi i etnia han che sono buddhisti, taoisti o atei. La strada per gli estremisti è aperta.

Isis, Cina e uighuri, una guerra di propaganda ultima modifica: 2017-03-07T18:02:38+00:00 da BENIAMINO NATALE

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