Serve il centrosinistra? Un rebus s’aggira da Renzi a Pisapia

di ALDO GARZIA 12 marzo 2017

Centrosinistra sì o no e con quale perimetro di alleanze? Renzi al Lingotto in modo reticente non ha sciolto il rebus, rimandando la questione a una legge elettorale che per ora nessuno sa quale potrà essere. Un centrosinistra che guarda più al centro, come ha spiegato Franceschini alla riunione del Pd a Torino? O che coltiva con pazienza e rigore le sue componenti di sinistra senza dimenticare il centro – evitando però alleanze con Alfano e Verdini –, come ha chiesto Pisapia nel lanciare Campo progressista e come piace a Orlando e Orfini? E di quale “centrosinistra da ricostruire” parlano D’Alema e Bersani, motivando la loro scissione dal Pd? O del centrosinistra si può fare a meno, soprattutto se ne facesse parte Renzi in qualità di socio di maggioranza, come sembrano pensare Fratoianni (neosegretario di Sinistra italiana) e Rifondazione comunista?

Il tema non è assolutamente assodato. D’altra parte, siamo in un periodo di rimescolamento e di scissioni. I ricordi felici/infelici dell’Ulivo riaprono inoltre ferite o provocano attacchi di melanconica nostalgia.

Premessa non scontata: il centrosinistra senza la sinistra è un nonsense, come del resto il centrosinistra senza il centro è un anacoluto. A questo siamo condannati almeno dal 1992, quando il centrosinistra ha cessato di essere la stagione dei governi tra democristiani e socialisti più satelliti inaugurati nel 1963.

La storia italiana ha cozzato per decenni contro la conventio ad excludendum, poi ha pensato erroneamente di risolvere il rapporto tra cattolici democratici e sinistra post 1989 con la costruzione della gabbia di un partito unico e non di una federazione tra diversi uniti in una coalizione elettorale. Ora sembra di essere tornati al 1996, primo governo Prodi, con gli stessi problemi nel piatto ma con il rischio – ora come allora – che sia la destra (o oggi i 5 Stelle) ad approfittarne.

A questo punto, si può fare qualche previsione pragmatica. C’è più o meno un anno da qui alle elezioni politiche del 2018. Può piacere o non piacere, e lo si può pure detestare, ma Renzi è assai probabile che venga confermato segretario del Pd. E, allora, cosa si dovrà fare? Rinunciare a sedersi a un tavolo programmatico e di probabile coalizione perché c’è ancora chi non si è riusciti a far fuori (metaforicamente) del tutto?

Ridurre ogni rapporto politico tra Pd e parti della sinistra a un puro calcolo di seggi da distribuirsi per convenienze reciproche, qualora si approvi una legge elettorale in stile Mattarellum con il mix tra collegi uninominali e proporzionali? Discussione programmatica e sulle forme di alleanza dovrebbero invece andare di pari passo. Non ci sono alternative, se si vuole competere per il governo in una delicata fase che mette in crisi il progetto di Unione europea e ringalluzzisce la nuova destra made in Trump.

Certo, esiste pure un’altra possibilità. Quella di dedicarsi ai conflitti sociali, allo studio delle contraddizioni del capitalismo finanziario agendo in tutti i movimenti “anti” del caso aggiornando analisi e teoria. E’ una scelta rispettabile, utile, che rinuncia a ogni proiezione politica non perché la ritenga inutile ma perché ritenuta impossibile nel tempo attuale. La politica come mediazione, consenso, governo dei processi è ovviamente fuori da tale orizzonte.

Come si concluderà questa fase di rotture e riaggregazioni a sinistra, seguendo l’ammonimento del “filosofo” Mogol, lo vedremo solo vivendo. Auguriamoci che non sia un disastro collettivo.

Serve il centrosinistra? Un rebus s’aggira da Renzi a Pisapia ultima modifica: 2017-03-12T18:59:53+00:00 da ALDO GARZIA

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