Le primarie del Pd, il maggioritario e Checco Zalone

di GIOVANNI INNAMORATI 14 marzo 2017

Dopo lo tsunami del 4 dicembre scorso, le residue possibilità di non precipitare di nuovo nel proporzionale puro, con tutto quello che ciò implica per l’assetto della nostra democrazia, si giocano il 30 aprile prossimo, alle primarie del Pd. E non dipenderà in prima battuta da chi dei tre contendenti uscirà vincente dalle urne, ma da quante persone si recheranno ai gazebo per votare. Più alto sarà il loro numero e più lontana si farà la prospettiva del proporzionale puro.

Ma perché poi dovremmo temere – si potrà obiettare – un ritorno al proporzionale puro? In fin dei conti gli italiani, con il loro netto No alle riforme costituzionali, hanno dato una chiara indicazione di prediligere un esito del genere. La risposta è che le attuali condizioni di sistema rischiano di condurci non ad uno scenario “alla tedesca” – anche lì c’è un sistema proporzionale – bensì ad uno scenario di democrazia bloccata, come è stato quello italiano dal 1948 al 1992. Cerchiamo di capire.

Proprio un parallelismo con la Germania ci può essere utile per comprendere la nostra situazione, attraverso una rapida memoria della nostra storia nel Secondo Dopoguerra. Entrambe i Paesi si sono dotati di una democrazia parlamentare, benché la Repubblica Federale avesse nel cancellierato un modello nettamente più stabile. Entrambi avevano un sistema proporzionale, sebbene l’alta soglia di sbarramento (cinque per cento) presente in Germania tendesse a favorire i partiti più grandi, e quindi rendeva “un po’ maggioritario” il sistema. Ma la differenza fondamentale risiedeva proprio in questi partiti.

Tanto in Italia che in Germania c’erano due fortissimi partiti democristiani, assai affini anche ideologicamente, che svolgevano il ruolo di “partito della nazione”. Tuttavia in Germania la Spd, a Bad Godesberg nel novembre 1959, ha adottato un programma che le ha fatto abbracciare il sistema capitalistico (soziale Marktwirtschaft) e il campo Occidentale, mentre in Italia il Pci non ha mai fatto nulla di questo ed è rimasto legato all’Internazionale Comunista, a Mosca e al Patto di Varsavia. Detto in termini attuali era un “partito antisistema”. Non avrebbe mai potuto vincere le elezioni: non glielo permettevano gli elettori, ma non glielo avrebbero mai permesso gli Alleati. Se il Pci avesse rotto con Mosca, per esempio al momento l’invasione dell’Ungheria nel 1956 o della Cecoslovacchia nel 1968, o nel 1976 con le prime elezioni del Parlamento Europeo, allora sarebbe potuto diventare, con gli anni, un partito di sistema che avrebbe potuto ambire a governare. Nessuno dei suoi segretari ebbe il coraggio e la lungimiranza di condurre il Partito a questa scelta (si dovette attendere Achille Occhetto quando il Patto di Varsavia era finito) e così l’Italia rimase una democrazia bloccata. Uno solo dei due grandi partiti poteva vincere le elezioni, la Dc. Nella Repubblica Federale la Spd, l’1 dicembre 1966 entrava in un governo di Große Koalition con la Cdu/Csu, e tre anni dopo, il 21 ottobre 1969, Willy Brandt varcava la soglia della Cancelleria.

Il combinato disposto di un sistema proporzionale puro e di una democrazia bloccata – oltre, naturalmente, al forte livello ideologico di quel frangente storico – hanno impedito quella competizione tra i partiti che possono aspirare al governo, assolutamente necessaria per tenere viva la democrazia e per migliorare i programmi dei partiti stessi. Il proporzionale puro ha favorito anche una ulteriore frammentazione, per esempio nel campo laico e socialista, con la presenza di diverse sigle: se, ad esempio, tutti i laici fossero stati assieme in un unico partito (Pri, Pli e poi Pr) avrebbero avuto una dimensione parlamentare e di elaborazione politica più incisiva, che magari avrebbero avviato una competizione anche verso l’area socialista (Psi e Psdi), che a sua volta sarebbe stata costretta ad attrezzarsi per reggere questa competizione e, magari, portarla a sinistra al Pci, ecc.

Ma il proporzionale puro – privo di qualsiasi soglia – ha “impigrito” i vari partiti, certi di potersi offrire alla Dc come partner di governo. La Dc, seppur in costante calo di consensi dal 1953 al 1992, è stata a sua volta sempre costretta a governare, sviluppando quindi la competizione politica al proprio interno, tra le correnti. Con le conseguenze che tutti conosciamo. Il passaggio di fase, iniziato con il referendum del 1991, non sarebbe stato possibile senza Mani Pulite.

Venendo all’oggi, possiamo osservare diversi elementi paralleli con quella situazione. Dopo che il referendum del 4 dicembre scorso ha bocciato la riforma del bicameralismo perfetto, la Corte costituzionale – con la sentenza 35/2017 – ha cassato dall’Italicum il ballottaggio, impraticabile con due Camere. Il sistema che rimane è un proporzionale con un premio di maggioranza alla lista che supera il quaranta per cento. Qualora nessuna lista superasse tale asticella, si passerebbe ad un riparto proporzionale puro dei 630 seggi della Camera. Uno scenario tutt’altro che remoto e che anzi i sondaggi – almeno in questo momento – danno come assai probabile.

Anche il sistema dei partiti, ricorda quello degli anni 1953-1992. Abbiamo due soggetti forti, il Pd e M5S, un paio medi, Fi e Lega, che si attestano tra il dieci e il quindici per cento e svariati partiti piccoli. E come nella cosiddetta Prima repubblica, uno dei due partiti più grandi che teoricamente potrebbe aspirare al governo del Paese, è antisistema. Oggi la faglia sistema/antisistema non si gioca più sull’appartenenza alla Nato o sulla lealtà al Patto di Varsavia, bensì sull’appartenenza all’Ue o, meglio ancora, all’Euro. È realisticamente pensabile che l’Italia – la terza economia della zona Euro, il cui debito sovrano è in una buona percentuale nella “pancia” della Bce – possa essere guidata da una forza, M5s, nel cui programma c’è il referendum per fare uscire il Paese dall’Euro?

Mi sia permesso qui un brevissimo inciso. Che follia andare alle elezioni nel febbraio 2018, vale a dire arrivare nel pieno della nostra campagna elettorale (”Euro sì, Euro no) quando Draghi e la Bce dovrebbero interrompere il Quantitative Easing, previsto per il 31 dicembre 2017. Il rialzo dell’inflazione dei primi mesi di quest’anno non può farci illudere che il “bazooka” di Draghi duri oltre. Che miopia l’intera classe dirigente italiana!

Ma torniamo all’oggi, anzi, facendo un passo indietro, torniamo al 4 dicembre. I profeti della palude che si sono impegnati per il No al referendum, dai professori del Comitato del prof. Pace a Massimo D’Alema, ai Comitati per il No all’Italicum, hanno teorizzato l’approdo al proporzionale puro giustificandolo proprio con la possibilità di M5s di vincere le elezioni. Essendo il Movimento di Beppe Grillo un soggetto che non si è alleato mai con nessuno – è il succo del ragionamento – solo il proporzionale puro gli impedirebbe di accedere al governo. Potrà magari risultare il primo partito, in termini di voto, ma non potrà ottenere l’incarico dal presidente della Repubblica di formare il nuovo governo. Un po’ quello che potrebbe accadere in Olanda al PVV di Geert Wilders.

Il governo – è quanto teorizzano D’Alema, Pierluigi Bersani, ecc – sarebbe appannaggio di una grande coalizione dei “partiti di sistema”, che governano anche l’Ue, Popolari e Socialisti; in Italia dalla sinistra riformista a Berlusconi (che improvvisamente non è più un giaguaro da smacchiare), passando per i centristi di Alfano e anche di Verdini. Sorvolo le obiezioni che potrebbero essere sollevate (esemplarmente esposte da Angelo Panebianco sul Corriere della sera lunedì 13 marzo), a cominciare dalla principale: chi ci assicura che i “partiti di sistema” ottengano il cinquanta per cento + 1 dei seggi in parlamento, e che invece non lo raggiungano tutte le forze antisistema (M5S, Lega e Fdi), aprendo quindi lo scenario a una loro alleanza post-elettorale?

La scissione dal Pd di “Articolo 1 – Movimento Democratici e Progressisti” (questo il nome ufficiale, giornalisticamente sintetizzato nella sigla Mdp), nasce sicuramente per le ragioni indicate da Adriana Vigneri nel lucido articolo su ytali del 21 febbraio scorso, ma anche programmaticamente dalla visione proporzionalistica del sistema dei partiti. L’indebolimento politico del Pd renderebbe più difficili due passaggi nei prossimi mesi: in primo luogo il formarsi di una coalizione elettoralmente competitiva attorno al Pd; e in secondo luogo un ritocco alla legge elettorale per renderla più maggioritaria, per esempio abbassando dal quaranta al 38 per cento l’asticella per ottenere il premio di maggioranza. La scissione a sinistra, poi risultata un mezzo flop o un parziale successo, avrebbe dovuto trasformare il Pd in una “Margheritona”, un forte partito di centro nel campo del centrosinistra, analogamente a quanto è Forza Italia nel centrodestra. E allora sì il proporzionale sarebbe l’unico esito possibile vista la eccessiva frammentazione.

Questo pericolo però non è scongiurato. Già la competizione alle primarie di personalità diverse per profilo da Renzi, come il ministro Andrea Orlando e il governatore Michele Emiliano, allontana in parte tale pericolo. Sarà una competizione vera, e questo promuoverà la discussione, il confronto e quindi partecipazione. Ma questa è a sua volta minacciata dall’eco mediatiche delle inchieste su Consip, per le quali è stato evocato il “non poteva non sapere” di dipietresca memoria non solo da M5S, ma anche da alcuni dei maggiori quotidiani. Il notista di Repubblica, Stefano Folli ha infatti scritto il 2 marzo che Matteo Renzi deve “chiarire” i comportamenti del padre.

Tuttavia solo la massiccia partecipazione alle primarie del popolo del centrosinistra potrà legittimare la permanenza di un grande partito perno del centrosinistra, che mantenga viva la prospettiva di una democrazia competitiva e maggioritaria. Anche chi predilige la prospettiva di una alleanza di centrosinistra deve auspicare la permanenza di un Pd forte e competitivo; un Pd ridimensionato renderebbe più complicata la nascita di una coalizione, spingendo verso il proporzionale. Non a caso che i parlamentari di Mdp, parlando con noi giornalisti in Transatlantico, preconizzano primarie Dem poco partecipate, con un milione di persone ai gazebo, rispetto ai due delle precedenti. Come direbbe Renzi “gufano” contro le primarie!

Sta dunque al popolo del centrosinistra tenere alta la bandiera di una democrazia competitiva e maggioritaria, innalzata con i referendum del 1991 e del 1993, ed ora a metà del pennone dopo il 4 dicembre. Se ai gazebo il numero finale dei votanti sarà vicino ai due milioni, questi venticinque anni non saranno passati invano. Se la cifra sarà vicina al milione potremo ripiegare quella bandiera e sostituire l’Inno di Mameli con la colonna sonora di “Quo vado” di Checco Zalone

La prima Repubblica non si scorda mai

La prima Repubblica, tu cosa ne sai?

Dei cosmetici mutuabili, le verande condonabili

I castelli medievali ad equo canone

Di un concorso per allievo maresciallo

Seimila posti a Mazara del Vallo

 

Ed i debiti pubblici s’ammucchiavano

Come i conigli

Tanto poi eran cazzi dei nostri figli

 

Le primarie del Pd, il maggioritario e Checco Zalone ultima modifica: 2017-03-14T15:17:33+00:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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