Ma un Wilders avrebbe mai potuto conquistare un paese come l’Olanda?

scritto da GUIDO MOLTEDO

Un “grande partito” non era mai stato così piccolo. Parliamo del VVD il partito liberale del premier Mark Rutte, che ha vinto le elezioni politiche olandesi, raggiungendo il 21,2 per cento dei voti e conquistando 33 dei 150 seggi della camera bassa. Ha vinto perdendo il venti per cento dei seggi che aveva nella precedente legislatura. In altri tempi sarebbe stata considerata una sconfitta.

Altri tempi, appunto. Ovviamente, oggi si dà importanza al fatto che il risultato del VVD è bastato a contenere l’atteso e temuto tsunami populista ed è, in effetti, motivo di reale sollievo, anche se il PVV dello xenofobo Geert Wilders, con il 13,1 per cento e venti seggi resta comunque il secondo del paese.

Mark Rutte

La coalizione uscente ha perso la metà dei suoi deputati, ma Rutte ha beneficiato del ko subito dal suo alleato, il Partito laburista (PVDA), che esce quasi annientato dal voto. Da 38 a nove seggi. Mai, dall’instaurazione in Olanda del suffragio universale, una formazione importante aveva subito una sconfitta di tale ampiezza. Un partito con una grande tradizione, il PVDA, più volte alla guida del governo e delle principali città. Strettamente legato al movimento sindacale. E questa sconfitta è l’altro dato politico rilevante di questo voto, e deve far riflettere anche perché riguarda la “famiglia” socialista e socialdemocratica europea.

I risultati in seggi delle elezioni olandesi (fonte BBC)

 

Lo storico Jan Willem Brouwer, parlando con Le Monde, osserva che “la parola chiave delle elezioni olandesi è dispersione”. Frammentazione. È “sconcertante l’esplosione del paesaggio politico”. E la frammentazione “riguarda ormai anche i populisti, come dimostra l’apparizione sulla scena dell’euroscettico Forum voor Democratie, guidata dal rampante Thierry Baudet, quello della Nexit (Nederland Exit). E va anche osservata la crescita del partito dei pensionati, che non è esente da un discorso a tratti populista. “Sono queste formazioni che, secondo me, hanno soprattutto ostacolato l’avanzata della PVV”, dice Brouwer.

Una frammentazione alimentata in buona misura dall’elevata partecipazione al voto, sopra l’ottanta per cento, la più alta degli ultimi trent’anni, e che ha indubbiamente avvantaggiato le formazioni pro-Europa.

Come ormai accade in tutte le elezioni importanti, negli ultimi anni, la valutazione dell’esito del voto è direttamente connessa alle attese della vigilia, a loro volta condizionate da un senso di spaesamento che regna in Occidente. Uno spaesamento che sembra fornire ossigeno alle formazioni populiste di destra. Ma dietro questa sensazione di malessere diffuso, c’è anche il gioco perverso dei media, di ogni orientamento, che trovano nella paura un ottimo carburante, e di fatto l’alimentano, sia pure con l’intento di contrastarla.

La spiegazione data all’insieme di queste sensazioni di pancia è prevalentemente socio economica.

Quando Donald Trump ha vinto le presidenziali, si è detto che i razzistelli bianchi volevano prendersi la rivalsa sul presidente nero. Quando Brexit ha vinto, è stato detto che le classi popolari inglesi avevano rifatto proprio l’antico disprezzo imperiale verso gli stranieri. E ogni volta che il Fronte nazionale è andato avanti, si è spiegato che esso ereditato i residui della Francia di Vichy e della Francia che non ha mai digerito la guerra in Algeria.

Sarà anche vero, ma, nota il saggista conservatore francese Éric Zemmour, la spiegazione economica e sociale (disoccupazione di massa, crescenti disuguaglianze, classi emarginate) che di solito s’aggiunge a quell’ordine di considerazioni “in fondo è così rassicurante, ma non regge, cade a pezzi.” Infatti, a proposito dell’Olanda, Eric Zemmour osserva che essa “non ha nessuna delle tare di altri paesi europei, eppure ha lo stesso assillo identitario”. È un Paese irriconoscibile rispetto ai nostri consueti punti di riferimento Allora la domanda è: “Ma è l’Olanda che gira le spalle alla sua storia, o la sua storia che le volge le spalle”.

Già, ma di quale storia si parla? Di quella degli ultimi due decenni? O di una storia più lunga?

Con l’arrivo di sempre più immigrati – spiegava qualche tempo fa l’intellettuale Geert Mak – siamo entrati sempre più in attrito con i nostri stessi principi. Il principio della solidarietà, per esempio, ci ha dato il calore dello stato sociale. Ma se, sulla base di quello stesso principio, dovevamo condividere il nostro benessere con nuovi arrivati da altrove, avrebbe significato la fine di quello stesso welfare state. L’apertura, un’altra caratteristica di una nazione, la nostra, dedita al commercio marittimo, diventava esposta alla minaccia di un nuovo fondamentalismo che entrava nel nostro paese come effetto di quella stessa apertura. Allo stesso modo la nostra tolleranza. Un ex-sindaco di Amsterdam, Ed van Thijn, prevedeva anni fa che la tolleranza avrebbe ucciso la tolleranza. Erano difficili dilemmi, ma per anni potevano essere aggirati rendendo tabu la parola “immigrato”. Pur avendo cognizione di causa, politici e media non facevano che usare termini che alludevano all’immigrazione come fenomeno temporaneo, termini come “lavoratore migrante”, “nato all’estero”, “richiedente asilo”, sinonimi di “non ci pensiamo”, “rinviamo”, “meniamo il can per l’aia”. L’immigrato come vicino, un vicino qualsiasi, l’immigrazione come fenomeno inevitabile e perfino necessario, le richieste che qualsiasi società normale pone agli immigrati, il conflitto aperto che ne consegue – tutto questo non doveva esserci.

Come non essere d’accordo con Geert Mak? Ma questo si potrebbe dire anche di altre realtà europee.

In fondo, è più semplice considerare la realtà olandese alla stregua delle altre realtà nazionali occidentali, tutte da tempo spaccate in due, due parti che non riconoscono l’una all’altra la legittimità a rappresentare il paese, una guerra civile che può anche produrre esiti come quello delle presidenziali americane (dove però Clinton ha prevalso nel voto popolare) ma più prevedibilmente esiti, in Europa, come quello olandese.

Conviene sempre ricordare che l’Olanda è un piccolo paese, ma è stato un grande impero coloniale, nel bene (dunque paese multiculturale da secoli) e nel male (si ricordi solo il Sudafrica, con il suo apartheid, parola infatti d’origine olandese).

È sede di importanti multinazionali, come Shell, Unilever, Philips. Ha il porto più importante d’Europa, tra i più grande del mondo. Rotterdam.

Una witte fiets, la bicicletta bianca dei Provos

È il paese dei Provos, il movimento di controcultura, 1965, che fu il vero, primo incubatore del Sessantotto europeo.

Ad Amsterdam sono sorti i primi grandi locali alternativi, musica rock e luci psichedeliche, hashish e LSD: il Paradiso e il Fantasio Club (Pink Floyd 1968). Forse perfino più che Londra stessa, può essere considerata la città “beat” per eccellenza.

Un concerto di James Brown al Paradiso, 2006

È un paese che, negli ultimi anni, ha chiuso 19 penitenziari e altri è in procinto di chiudere, o di darli in affitto ad altri paesi col sovraffollamento delle prigioni, per il semplice fatto che la popolazione carceraria è diminuita in un decennio del 43 per cento. Questo per via del ricorso estensivo a pene alternative ma anche a una diminuzione della criminalità.

Un paese con una storia così, benestante, aperto, “multi”, e non esposto a particolari problemi di violenza e criminalità, ma perché mai avrebbe dovuto finire nella mani di un fanatico come Geert Wilders, il “Trump olandese” che giustamente The Intercept, considera “più tossico” dell’originale?

 

Ma un Wilders avrebbe mai potuto conquistare un paese come l’Olanda? ultima modifica: 2017-03-16T18:03:38+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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