Derek Walcott. Il teatro di un grande poeta

scritto da ANGELICA FEI BARBERINI

Addio Derek Walcott. Il premio Nobel per la letteratura 1992 è morto venerdì a Cap Estate, sull’isola di Santa Lucia. Il lavoro che l’ha reso famoso, Omeros, è un poema epico di trecento pagine pubblicato nel 1990, che traspone la storia e i personaggi dell’Odissea di Omero a Santa Lucia. Derek Walcott era nato il 23 gennaio 1930, nella città di Castries. Era cresciuto in quella piccola isola vulcanica, sentendosi sempre un essere di frontiera, un meticcio dagli occhi verdi, “né abbastanza nero, né abbastanza povero. Walcott ha pubblicato molte opere in versi, tra cui “In a Green Night. Poems 1948-1960” (1962), “The Castaway and Other Poems” (1965), “The Gulf” (1970), fino all’opera epica “Omeros”. In italiano le sue opere sono nel catalogo Adelphi: “Mappa del Mondo Nuovo” (1992), “Ti-Jean e i suoi fratelli – Sogno sul Monte della Scimmia” (1993), “Prima luce” (2001), “Omeros” (2003), “Il levriero di Tiepolo” (2005), “Isole. Poesie scelte (1948-2004)” (2009), “La voce del crepuscolo” (2013), “Egrette bianche” (2015). Meno nota la sua attività drammaturgica, ma non meno rilevante. Ne parla qui di seguito la studiosa Angelica Fei Barberini

Derek Walcott, per un caso assolutamente fortuito, era seduto a poche sedie di distanza da me. Concentrato, comprensibilmente nervoso, trasmetteva quella tensione che è normale a teatro; ce l’aveva anche lui e in qualche modo era rassicurante. Certo, i suoi occhi non erano azzurri, erano proprio del colore del mare dei Caraibi, quasi ne avesse staccato un pezzetto per portarselo sempre appresso. Avrei voluto dirglielo. Forza ed energia doveva averne in quantità, ma fu “cipiglio” la parola che mi venne in mente quando, ancora per caso, lo incontrai al ristornate del teatro la sera dopo e parlammo un po’. (Quest’uomo fa tutto con “cipiglio”, pensai; mangiare, ascoltare, persino darmi il suo biglietto da visita). Non avevo gran bisogno di aggiungere altro, visto che era con me di fatto ogni giorno.

Lo spettacolo andava in scena nel giugno 2014 al Globe Theatre di Londra, più esattamente nella Sam Wanamaker Playhouse, una sala inaugurata poche settimane prima e che ripropone la stessa pianta del Globe ma in versione ridotta, al chiuso e che viene interamente illuminata a lume di candela.

Joseph Marcell in Omeros

In un luogo simbolo del teatro europeo, in un’atmosfera suggestiva Walcott e il regista Bill Buckhurst ricreano il mondo di Omeros: in scena solo due attori, Joseph Marcell (originario di Saint Lucia e conosciuto al pubblico televisivo internazionale per la sua partecipazione al telefilm degli anni Novanta “Willy il principe di Bel Air”) e la giovane e bella Jade Anouka che interpretano vari ruoli, cambiano accento (passando dall’inglese di Saint Lucia al British English) e s’alternano anche nella veste di narratore in scena. Più che un reading, una vera e propria poesia recitata che riesce a trasmettere agli spettatori il gusto della polifonia del poema originale – con tutte le voci e i suoni dei Caraibi che questo contiene – e che riduce al minimo la scenografia, accontentandosi di un bastone, di una sedia e di una cassetta per la frutta come unici oggetti di scena.

Contributo fondamentale nel tentativo di dar corpo al poema è poi dato dalla musica dal vivo di Tayo Akinbode (chitarra e percussioni) e dai suoi effetti sonori che – come il frangersi delle onde – ritmano la vicenda e accompagnano gli attori mentre nel corso della serata cambiano ruoli, raccontano storie e poi spengono lentamente, ed una ad una tutte le candele presenti sul palcoscenico.

Trinidad Theatre Workshop

Negli ultimi quattro anni ho passato gran parte del mio tempo a pensare al teatro di Derek Walcott. A chi mi chiedeva di lui, lo presentavo come il più importante poeta caraibico di lingua inglese; un meticcio con la pelle scura e fieri occhi blu nato nel 1930 a Saint Lucia; ricordavo che aveva vinto il Nobel nel 1992. Sottolineavo che il mio studio si concentrava sull’attività drammaturgica di Walcott, un ambito meno noto e poco studiato a livello internazionale eppure importantissimo, perché prima forma artistica di elezione del giovane Walcott quando, ancora adolescente, inizia a scrivere le prime pièces. E soprattutto quando, nel 1965, fonda The Trinidad Theatre Workshop, la compagnia di attori che dirige fino al 1975.

Ne parlavo poco; prima come delle persone cui vogliamo bene e che stiamo imparando a conoscere; poi come di coloro che fanno talmente parte della nostra quotidianità che non sappiamo proprio più che dire. Dai primi mesi passati a leggere alcuni suoi saggi e opere teatrali senza capirci granché, fino a interi pomeriggi passati solo con lui o con lui in mezzo agli altri. È scivolato dentro tutto; ha rappresentato un interrogativo costante.

Walcott e il figlio Peter sul set di Moon on a Rainbow Shawl di Errol John, una produzione del Trinidad Theatre Workshop (http://caribbean-beat.com/issue-5/)

Non poteva essere altrimenti, perché Walcott era un mondo che oltre l’analisi dei testi richiedeva di aprirsi a una realtà così distante da meritare rispetto e dedizioni pressoché assoluti. Si trattava di immaginare questo giovane uomo che negli anni cinquanta di una minuscola isola caraibica – ancora colonia britannica – crea senza mezzi la più importante compagnia teatrale dell’arcipelago, la prima che andrà in tournée negli Stati Uniti e in America; mentre scrive opere teatrali per buona parte illuminate dalla stessa arte poetica che lo rende famoso in tutto il mondo.

Si trattava di capire la realtà multiculturale caraibica aldilà delle definizioni più agili ma senza voler strafare; e poi di leggere tutti gli autori che ne avevano influenzato lo stile e che quindi erano pure loro parte del suo mondo. è stato grazie a lui che ho letto Auden e Brodskij, Cervantes, Büchner, Brecht e Strindberg; Chamoiseau; e poi Soynka, il teatro africano e quello giapponese Nō e Kabuki; ho riletto Shakespeare Césaire e Defoe; ho scoperto pittori scrittori e musicisti caraibici giusto per dirne alcuni. Mi sono divertita moltissimo; ho viaggiato stando seduta alla scrivania e, mentre la mia libreria cresceva di giorno in giorno, anche il mio mondo è diventato più grande.

Gli oltre venti lavori drammaturgici scritti da Walcott negli anni sono molto diversi fra loro per struttura, intreccio, ambientazione, scelta dei personaggi e spaziano fra opere di ambientazione caraibica con protagonisti pescatori e carbonai ma anche re e guerrieri; sono tratti da racconti ispirati al folklore locale o da fatti realmente accaduti come la rivoluzione haitiana di inizi ottocento; ci sono drammi che ruotano intorno alle vicende della piccola e media borghesia locale degli anni Settanta e Ottanta; musicals prodotti a Broadway e musicati del celebre compositore canadese Galt MacDarmot. Troviamo plays ambientate negli Stati Uniti del XIX secolo; un adattamento dell’Odissea e la messa in scena dell’incontro fra Vincent Van Gogh e Paul Gauguin avvenuto ad Arles nel 1888.

Per quanto appartenenti a generi differenti, tutte queste opere – dai primi scritti teatrali fino ai lavori più maturi rappresentati in vari teatri del mondo – hanno una necessità che le accomuna: quella di dar corpo all’identità artistica del mondo caraibico; di conferirle la dignità che merita presentandola e rappresentandola sul palcoscenico.

Walcott a St Lucia. Photograph by Bruce Paddington (http://caribbean-beat.com/issue-5/)

Walcott legge la Storia e la vita quotidiana di queste popolazioni; trascrive racconti folklorici e inserisce pezzi di danza tradizionale; fa uso del dialetto creolo, dell’umorismo locale, dei suoi canti, dei suoi traumi. Tutto questo senza dimenticare che le tradizioni delle Antille sono fatte anche di eredità provenienti dalla cultura africana come da quella di matrice europea ed occidentale. È ciò che intende quando parla di «uso creativo della propria schizofrenia» e che contraddistingue la sua poetica – per la capacità di accettazione di taluni aspetti dell’educazione coloniale – da quella di altri autori caraibici contemporanei, come Edward Kamau Brathwaite (1930-) e V. S. Naipaul (1932-). I suoi saggi, veri esempi di poesia in prosa, di questo ci parlano:

Io accetto questo arcipelago delle Americhe. All’antenato che mi ha venduto, all’antenato che mi ha comprato dico: io non ho padre, e non voglio un simile padre, anche se vi capisco, fantasma nero, fantasma bianco […] e non sta a me perdonare […] e io non ho né il desiderio di perdonare. […] Io vi dico un grazie strano e amaro eppure nobilitante, grazie per il gemito e la saldatura monumentali di due grandi mondi, come le due metà di un frutto unite dal suo succo amaro: perché voi, esiliati dai vostri Eden, mi avete posto nella meraviglia di un altro, e questo è il mio retaggio e il vostro dono.

Derek Walcott, “La musa della storia”

Peraltro, l’arte di cui parla è ben lontana dall’essere un mero gioco intellettuale o un esercizio di stile. Per Walcott il termine “arte” s’identifica con quello di “artigianato” al punto che ripropone il termine craft in tutte le sue opere: è l’arte nel senso etimologico della parola, come industria manuale, disciplina applicata [Bergam, Marija. Verso l’Itaca antillana. “Omeros” di Derek Walcott. Aracne editrice, Roma 2011]. La sua scommessa sul ruolo dell’arte e degli artisti in una società ha un aspetto decisamente concreto e tangibile: “Work and hope- afferma – It is out of this that the New World, or the Third World should begin“.

Casa Walcott a Castries, primi anni Sessanta, in un acquerello di Noel Vaucrosson (http://caribbean-beat.com/issue-5/)

Nelle interviste Walcott sottolinea la portata “rivoluzionaria” del Trinidad Theatre Workshop, capace, non solo di insegnare un mestiere a persone spesso quasi analfabete, ma anche di penetrare nella società, di favorire lo scambio, il dialogo, a dispetto delle manifestazioni e della retorica politica che non fanno che accentuare le divisioni interne al paese. Pur senza il sostegno economico del governo, la compagnia si sposta per le isole delle Antille – a volte portando il teatro dove prima non c’era nulla – e crea un’occasione di incontro, una diversa forma di comunicazione: “eravamo convinti”, avrebbe poi ricordato in un saggio, “di creare non solo un’opera teatrale ma un teatro, e non solo un teatro ma il suo contesto”.

Il teatro, luogo per eccellenza di scambi, conflitti, interconnessioni di idee ed emozioni si presta per sua natura a rappresentare l’eterogenea realtà caraibica e viene prediletto da Walcott per la capacità di unire, di creare qualcosa di nuovo frutto di uno «sforzo comune». E fin dall’inizio l’obiettivo di Walcott è quello di creare e dirigere una compagnia teatrale nazionale, equivalente dell’Abbey Theatre di Dublino, ma con un suo specifico West Indian acting style, per mettere in scena le sue opere e quelle del panorama internazionale. Un teatro nel quale si fa ampio uso del dialetto e del folklore di Saint Lucia ma anche ispirato ai drammi nazionalisti irlandesi di John Millington Synge (1871-1909); un teatro fondato sulla forza delle immagini, della gestualità e della danza caraibica ed allo stesso tempo una compagnia moderna diretta da un registra-drammaturgo sul modello del Berlin Ensemble di Bertold Brecht, che conosce tanto le avanguardie quanto le tecniche di recitazione dell’Actor Studio; una compagnia di professionisti che non deve nascondere il proprio dialetto creolo ma in grado allo stesso tempo di confrontarsi con i versi di William Shakespeare e il Teatro dell’Assurdo. Walcott considera la compagnia una sua creatura e si occupa di tutto, dalla regia alla produzione, dall’organizzazione all’ufficio stampa ed alle scenografie.

È una concentrazione di poteri tale che alimenta alcuni dissapori interni e che a seguito di aspre discussioni lo spinge a dar le dimissioni nel 1975. Le strade si dividono (si riuniranno per un periodo negli anni Novanta) ma Walcott continuerà sempre ad occuparsi di teatro, arrivando persino a mettere in scena una riduzione del suo celebre poema Omeros (1990) che tanto ha contribuito a valergli il Nobel.

Walcott faceva bozzetti dettagliati delle su produzioni teatrali Photograph by Bruce Paddington (http://caribbean-beat.com/issue-5/)

Derek Walcott mi ha dato il sostegno della poesia e l’energia un po’ confusa del teatro; mi ha insegnato il significato più puro del termine “accettazione”, quello solido di “rinascita”; ha incarnato l’onestà della parola “arte”. Ha dato senso all’espressione altrimenti un po’ brutta di “decolonizzazione culturale”. Mi piace salutarlo così, come nelle sere di studio più intenso, con gli occhi stanchi davanti al computer, ma proiettati in avanti, con la sensazione che il mondo è più pieno.

Rompete un vaso, e l’amore che ricompone i frammenti sarà più forte dell’amore che, quand’era intatto, ne dava per scontata la simmetria. La colla che rimette insieme i pezzi sigilla la sua forma originaria. È questo genere di amore che ricompone i nostri frammenti africani e asiatici, i cimeli crepati che dopo il restauro mostrano le loro cicatrici bianche. Raccogliere questi pezzi è l’impegno e il dolore delle Antille, e quando non combaciano contengono più dolore delle opere originali, le icone e i recipienti sacri dati per scontati nei loro luoghi ancestrali. L’arte antillana è questo restauro delle nostre storie frantumate, i nostri cocci di lessico, il nostro arcipelago che diventa sinonimo di pezzi staccati dal continente originario.

Derek Walcott, “Le Antille:frammenti di memoria epica”. Discorso tenuto in occasione del ricevimento del Premio Nobel (Stoccolma 7 dicembre 1992).

Derek Walcott. Il teatro di un grande poeta ultima modifica: 2017-03-18T16:20:54+00:00 da ANGELICA FEI BARBERINI

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1 commento

Antonio Bruni 19 marzo 2017 a 19:03

Ottima introduzione alla figura artistica di Walcott; ci sono tutti i tratti essenziali dell’autore. Dal racconto della ricercatrice emerge la sensazione di fascino che la sconosciuta cultura caraibica emana, il senso di un mondo nuovo da scoprire. Attendiamo la continuazione e l’approfondimento di questo viaggio. Congratulazioni.
Antonio Bruni

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