Incontro a Roma con Gallina, grande veneziano spesso dimenticato

In viaggio tra Roma e Venezia, tra passato e presente per riscoprire un autore che dedicò la sua intera vita e tutte le sue forze alla “bella impresa” di mantenere viva la nobile tradizione del teatro veneziano
di MARCO MILINI 18 marzo 2017

Camminavo per le strade del centro di Roma quando dalle parti di piazza Venezia, in via Quattro Novembre, mi sono imbattuto in una targa che recita:

Giacinto Gallina, erede pensoso di Carlo Goldoni, abitò in questa casa dove nell’inverno del 1891 compì “Serenissima”, la commedia che ravviva ed onora la retta anima antica del popolo veneziano.

Fu una scoperta, soprattutto perché, l’ammetto, io, Giacinto Gallina non lo conoscevo.

Giacinto Gallina, incisione

A Venezia gli sono intitolate una scuola primaria, una fondamenta e la calle larga che da campo San Giovanni e Paolo porta verso la chiesa di Santa Maria dei Miracoli. A Mestre, Carpenedo, è intitolata a lui una via, subito dopo via Goldoni. A Rialto una lapide commemorativa lo ricorda. Perché Giacinto Gallina fu tra i maggiori letterati della seconda metà dell’Ottocento italiano e tra i più importanti autori di teatro in dialetto veneziano.

Ho scoperto un curioso rincorrersi di date: siamo nel 2017 e trecentodieci anni fa, era il 1707, nasceva Carlo Goldoni; centoventi anni fa, il tredici febbraio del 1897, moriva Giacinto Gallina; e il 13 aprile dello stesso anno nasceva Cesco Baseggio, che del teatro in dialetto veneziano è stato uno dei massimi interpreti. Su youtube si può vedere quello che è considerato forse il capolavoro di Giacinto Gallina, La famegia del santolo, con una grandissima interpretazione proprio di Baseggio, in una trasmissione Rai degli anni sessanta.

Cesco Baseggio

Ho scoperto un’altra cosa: di non essere stato il solo a imbattermi nella targa dedicata a Gallina. Da una ricerca in rete è saltato fuori nell’archivio online di Repubblica un articolo di qualche anno fa di Emanuele Trevi, scrittore e critico letterario, che proprio dalla stessa targa era partito per scoprire, anche lui, questo autore quasi dimenticato. L’articolo è molto interessante e Trevi vi analizza due delle maggiori opere di Gallina.

Ne prendo due estratti, che aiutano a capire la natura del suo teatro e le ragioni del successo della rappresentazione romana di Serenissima. Parlando de La famegia del santolo Trevi scrive:

Questa borghesia in cui l’utile conta più dell’onore, purché le apparenze siano salve, è molto più universale di quanto l’ambientazione veneziana lasci intendere a prima vista. È un’epica del buonsenso, quella che esprime Gallina (…) Anche quando diventa sentimentale, questo teatro resta profondamente ancorato a un senso pratico della realtà che finisce per spuntarla su ogni altra aspirazione.

E riguardo a Serenissima:

Più larghi orizzonti, e un senso più nobile e autentico dell’esistenza, Gallina attribuisce agli ultimi superstiti di epoche ormai tramontate per sempre. (…) Non credo che il pubblico romano, la sera della prima di “Serenissima”, abbia stentato a identificarsi, a comprendere le ragioni e le inquietudini dei personaggi. Gallina parla di gondole e vaporetti, ma potrebbe parlare di carrozzelle ed automobili, e il veneziano dei suoi personaggi suonava alle orecchie di qualunque pubblico come la lingua di tutti i giorni.

Il pubblico, in quelle serate, affollava il Teatro Drammatico Nazionale, che si trovava proprio in via Quattro Novembre, vicino a dove soggiornava Gallina e adesso c’è la targa. Oggi purtroppo il teatro non c’è più: fu chiuso e demolito negli anni Venti e al suo posto ora c’è il palazzo sede dell’INAIL (anche solo architettonicamente fu un peccato). Ma nel 1891 il teatro era ancora in piena attività e durante una delle serate in cui si rappresentava Serenissima Ugo Ojetti, scrittore e giornalista (che fu anche direttore del Corriere) vi si recò per parlare con Gallina.

Il Teatro Drammatico Nazionale a Roma

Il colloquio fu inserito nella raccolta Alla scoperta dei letterati, dove Gallina è in compagnia, tra gli altri, di Verga, Carducci, Pascoli, Fogazzaro. Così Ojetti descrive l’uomo che incontrò quella sera, in un salotto del teatro, mentre andava in scena la commedia:

Giacinto Gallina è basso, appena pingue, ha l’aspetto franco, bonario, borghese; ha baffi neri spioventi, occhiali d’oro, capelli corti, brizzolati, appena radi sul sommo del capo. Io lo interrogavo, ed egli mi rispondeva con la consueta onesta bonomia che le sue opere teatrali dimostrano a chi non lo conosce di persona. Parlava italiano con un puro accento veneto (…) Spesso, nella foga del discutere, diceva un motto dialettale incisivo, e un acume ironico gli accendeva gli occhi.

Sembra di vederlo mentre risponde apertamente alle domande che gli vengono fatte sulla situazione del teatro italiano di quei tempi, sugli autori, gli attori, le compagnie. E non si tira indietro Gallina, se deve dire la sua opinione la dice. Ad esempio, quando critica gli attori: di buoni, dice, ce ne sono pochissimi. O quando critica la mancanza di “coscienza dell’arte loro” di molti autori suoi contemporanei che seguono le mode, cercano di compiacere il pubblico, e alla fine “non tendono a creare qualcosa (…) che sorpassi l’età presente, che racchiuda qualche cosa di umano, di eterno”.

Gallina spiega perché scrive le sue commedie in dialetto. Primo, perché a quei tempi per riprodurre la vita quotidiana a teatro era necessario farlo in dialetto. Ma c’era poi una ragione tutta sentimentale:

per me era doloroso il vedere il teatro veneziano, la tradizione goldoniana nobilissima decadere, come è decaduto il teatro piemontese, milanese, napoletano, e alla bella impresa ho dato tutte le mie forze.

È interessante che La famegia del Santolo, commedia più psicologica, Gallina l’avesse originariamente scritta in italiano, ma dovette – con non poche difficoltà – tradurla in dialetto per dare alla sua compagnia una novità da rappresentare.

Quando Ojetti gli chiese del teatro sociale e di Ibsen (che proprio in quell’anno 1891 lascerà per sempre Roma, dove aveva a lungo soggiornato e scritto) Gallina rispose:

Io so bene quello che il simbolo valga, in un’opera d’arte, ma sul teatro (e credo anche fuori) ci deve prima di tutto essere un fatto reale, drammatico, chiaro, che interessi il pubblico e lo avvinca.

E il pubblico rispose calorosamente al lavoro di Gallina. Il colloquio con Ojetti si chiude con Gallina chiamato alla ribalta a raccogliere gli applausi scroscianti del pubblico.

Ma perché Giacinto Gallina si trovava a Roma? Non era un giramondo, visse quasi sempre a Venezia, ma soggiornò alcuni mesi nella capitale perché l’allora ministro dell’istruzione gli aveva elargito una somma per dedicarsi alla scrittura. Nella sua vita che non fu lunga – morì infatti a quarantasette anni – Gallina affrontò sempre difficoltà economiche e negli ultimi anni l’allora sindaco di Venezia, Riccardo Selvatico, altro scrittore e suo amico, gli concesse una pensione. Qualcosa di simile alla legge Bacchelli di oggi.

Come disse Gallina: “vorrei sapere quando ci si sia ingrassati col teatro in Italia.” Era vero allora come oggi, e credo che le amministrazioni potrebbero fare qualche sforzo in più per sostenere il teatro e la cultura in generale. La buona volontà e i sacrifici di chi lavora nel settore non bastano. Mi viene da pensare alla chiusura recente del Teatro Fondamenta Nuove a Venezia, che tanto contribuiva a vivacizzare la scena culturale di Venezia.

Penso anche a una petizione di qualche settimana fa, rivolta alla Regione Veneto, per richiedere un rifinanziamento del Fondo Regionale per il Cinema in Veneto, tagliato drasticamente: si parla di centomila euro contro i sei milioni del Piemonte, i tre della Puglia, i quattordici del Lazio. Bisognerebbe fare di più, anche poco, ma almeno quel poco farlo. Perché, come disse Gallina a Ojetti: “qualche migliaio di lire fa sempre comodo”.

Incontro a Roma con Gallina, grande veneziano spesso dimenticato ultima modifica: 2017-03-18T13:05:09+00:00 da MARCO MILINI

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1 commento

Stefania Colecchia 19 marzo 2017 a 20:08

Interessante, grazie!

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