La casta dei cappellani militari. Perché il governo continua a tacere?

di GIORGIO FRASCA POLARA 20 marzo 2017

Da più di tre anni (prima risposta ad una interrogazione dei Cinquestelle in senato, il 19 marzo 2014) il tuttora sottosegretario alla difesa, Domenico Rossi, aveva assicurato che avrebbe riferito al più presto in parlamento “sugli esiti finali dall’attività conoscitiva” a proposito dello scandaloso trattamento economico dei duecento cappellani inquadrati nelle forze armate. Attenzione: naturalmente lo Stato inquadra e paga solo cappellani cattolici; non è prevista alcuna “assistenza” per i militari appartenenti ad altre religioni (anche quelle per le quali lo Stato ha sottoscritto “intese” equivalenti ai concordati), quasi che quella cattolica fosse ancora, in Italia, la “religione di stato”, come fu dallo Statuto albertino nel 1848 e sino all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana.

Qual è il costo per lo Stato dei cappellani? Ogni anno lo Stato paga loro più di nove milioni e mezzo di euro, che nel triennio in corso fanno trenta milioni di euro, pari a (è bene ricordarlo ogni tanto) sessanta miliardi di lire. La cifra a oggi era stata rivelata da ytali nel dicembre scorso scorrendo la “nota integrativa” del ministero della difesa al bilancio triennale 2017-2019. Una cifra sbalorditiva cui si arriva dal momento che i cappellani sono assimilati sì ai militari, e tuttavia non alla bassa forza ma agli ufficiali, e inseriti nella gerarchia con criteri assai larghi, di spropositata generosità.

Da qui un primo passo parlamentare, all’inizio del 2014, per chieder conto dello stupefacente trattamento per i cappellani (solo cattolici, ripetiamo). Rispose quel sottosegretario Rossi che, ininterrottamente da allora, è rimasto sempre alla Difesa (tra l’altro è un ex generale di corpo d’armata) sotto la protezione del ministro Angelino Alfano, prima all’interno e ora agli esteri. E rivelò, il sottosegretario, che

risultano avviati [già allora] dei contatti esplorativi con l’ordinariato militare (…) al fine di rendere meno gravoso sul bilancio dello Stato il servizio dell’assistenza spirituale delle forze armate.

In particolare – aveva aggiunto – nel corso di un recente incontro avvenuto presso il dicastero [della difesa] è emersa la volontà dell’ordinariato militare di approfondire l’ipotesi di una modifica normativa che intervenga sulla vigente assimilazione del personale ecclesiastico ai gradi dalla gerarchia militare. Ulteriori approfondimenti sono tuttora in corso.

Infine la promessa di riferire presto sugli “esiti finali” della trattativa.

E invece siamo ancora al punto di prima. Quindi nuova interrogazione dei grillini, ora alla camera, per sapere quali siano, se ci sono, gli esiti degli incontri e della stessa “attività conoscitiva” con particolare riferimento all’eventualità che sia stato raggiunto un accordo per la riduzione di quella ciclopica spesa legata all’assimilazione del personale ecclesiastico ai gradi della gerarchia militare.

Un cappellano militare statunitense

Ed è proprio questo il punto che fa lievitare enormemente la spesa. Cominciamo dalla testa dell’ordinariato militare, cioè dal vescovo-capo della struttura religiosa di tutte le forze armate. Ebbene, come tale, anche lui, come il sottosegretario Rossi, è – nella qualità di ordinario militare – generale di corpo d’armata. Come tale, il cardinale-generale Bagnasco (sino a ieri il capo dei cappellani) percepisce dallo Stato una regolare pensione parametrata allo stipendio che gli è stato pagato dallo Stato sino a quando era ai più alti gradi non solo della gerarchia ecclesiale ma anche della gerarchia militare. E qual era questo stipendio? 9.500 euro lordi al mese. E giù gli altri: il vicario (che gode del grado di generale di divisione o maggiore generale, a secondo dell’arma) se ne becca ottomila lordi al mese. L’ispettore (=generale di brigata) percepisce seimila mensili. E poi ci sono il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo: assimilati ai colonnelli (sessanta-settantamila euro l’anno), mentre il primo cappellano è un maggiore, il cappellano-capo è capitano, e il cappellano semplice ha il grado di tenente e percepisce “solo” 2.500 euro al mese.

dal sito http://www.massimocesati.it/

Se dunque tutti i cappellani, dal più alto in grado al più modesto, sono automaticamente equiparati agli ufficiali, significativo può essere il paragone con le retribuzioni dei soldati (esercito, marina, aviazione, ecc.) che non hanno il vantaggio di essere anche preti. Ebbene, il soldo mensile medio netto è di 800 (ottocento) euro, che sale a 850 appena promosso caporale. Il graduato in servizio permanente effettivo becca la mirabolante cifra di 1.170 euro netti mensili. Facile il paragone tra chi veste la divisa, e chi ci mette sopra la tonaca…

La casta dei cappellani militari. Perché il governo continua a tacere? ultima modifica: 2017-03-20T19:10:30+00:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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