Torto marcio. E mica per dire… Il noir “sociale” di Alessandro Robecchi

Avvincente nella costruzione di storie parallele inizialmente separate e poi destinate ad incrociarsi. L'ultimo libro (per Sellerio) dello scrittore ed editorialista del "Fatto"
di ROBERTO ELLERO 22 marzo 2017

Quando dal figurato, di cui è ricchissimo il nostro gergale, si passa al letterale di solito son dolori. Riflettete bene sui sassi che accompagnano – uno per ciascuno – i morti ammazzati del romanzo di Alessandro Robecchi Torto marcio (Sellerio, 2017) e capirete perché, ancora una volta, nei misteri di un simbolo possa nascondersi la verità. E tanto per cominciare lasciate pure perdere l’antica usanza mafiosa di mettere un sasso in bocca a chi ha parlato troppo (Il sasso in bocca era il titolo di un memorabile film del compianto Giuseppe Ferrara, girato nel 1969, fra i primi ad aggredire sugli schermi le tresche di Cosa Nostra). Intanto perché qui il sasso è posto gentilmente a lato, non nella bocca, dei cari estinti e poi perché siamo nella Milano di un passato assai prossimo (fine 2016), non più da bere ma ancora pimpante, con le speculazioni immobiliari in bella vista e le mazzette neanche più sottobanco, i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, il centro in spolvero e le periferie (i casermoni “occupati” intorno a San Siro) ad esclusivo appannaggio degli ultimi: proletari nazionali sotto la soglia di povertà, migranti senza diritti, calabresi che dirigono lo spaccio, qualche giovane alternativo che ancora ci crede, buono per le manganellate quando l’ordine reclama una parvenza di pulizia.

Alessandro Robecchi

Un bel noir a suo modo “sociale”, questo di Robecchi, già editorialista de il manifesto e oggi al Fatto quotidiano, autore televisivo (Crozza) e scrittore affermato. Un po’ canonico magari eppure avvincente nella costruzione di storie parallele inizialmente separate e poi destinate ad incrociarsi, con tre cadaveri – tutti pistolettati – in apparenza senza legami tra loro e con altrettante indagini per capire che cosa sia veramente successo. Mentre le autorità, con tanto di profiler israeliano profumatamente retribuito, brancolano, com’è ovvio, nel buio (intente a grattare la pancia dei media e della cosiddetta opinione pubblica, sposando dunque immotivatamente la tesi del fondamentalismo islamico, giusto per non sbagliare e in realtà sbagliando tutto),  il compito di scavare e infine “scoprire” spetta ad un nucleo di poliziotti formalmente in vacanza (del tipo: se sbagliano, affari loro) e, per altro verso, ad un paio di improvvisati ma non sprovveduti detective, uno dei quali – Carlo Monterossi, già protagonista di precedenti lavori – anche lui  autore televisivo, ma suo malgrado, perché consapevole ideatore di bolse cazzate di successo.

E la verità? Senza naturalmente dire troppo, è pur sempre un giallo, più d’una: la principale con radici che affondano lontano nel tempo, in quegli anni di piombo che tornano per interposta persona, e l’accessoria  a ridosso di depravazioni alla moda  e di inganni borghesi mal riusciti. Ingiustizie, impunità, vendette, sensi di colpa: il copione di disgrazie e di privilegi sembra destinato a ripetersi, accentuando sempre più le distanze di un vivere sociale disgregato.

Diceva tempo fa Petros Markaris, papà dell’umanissimo commissario Charitos di stanza ad Atene, che il noir poliziesco è l’erede del romanzo sociale in ragione del marcio ormai dilagante nelle nostre società, complici le ricette neoliberiste, tutt’altro che neutre in proposito. Alla figura letteraria del poliziotto, debitamente umanizzato e pensante, il compito – in qualche misura “catartico” – di accertare la verità, anche la più scomoda, restituendoci almeno un briciolo di fiducia. Quella fiducia che altre rappresentanze, a cominciare dalla politica, sono sempre meno in grado di ispirare perché esse stesse espressione del medesimo marciume. Così Montalbano, per dire, e così anche Torto marcio, che ci porta ai piani alti del genere per la sua capacità di umanizzare senza giustificare, non privo della giusta e mai cinica ironia, rendendo la complessità di un racconto che è anche spaccato del nostro Paese,  tra passato e presente. Fra i molti personaggi, due su tutti: il vicesovrintendente di polizia Tarcisio Ghezzi, che ha sempre fatto di testa sua infischiandosene della carriera (una beffarda nemesi per lui in agguato) e la povera signora Antonia, che vive nel casermone occupato, proletaria invalida senza più (nessuna possibile) rivoluzione.

Torto marcio. E mica per dire… Il noir “sociale” di Alessandro Robecchi ultima modifica: 2017-03-22T16:58:03+00:00 da ROBERTO ELLERO

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