M5S, la nuova balena della politica italiana. Chi la corteggia, chi le dà la caccia

Il movimento di Grillo è ormai un partito grande, interclassista, pigliatutto. Occupa il centro della scena. Allearsi, come immagina Bersani, o contrastarlo? Già, ma come?
scritto da GUIDO MOLTEDO

Quando una forza politica diventa un grande partito o un partito grande, o tutt’e due, essa occupa, fisicamente, il centro della scena. E più cresce, più tende a spingere ai margini gli altri attori. In questo senso, una simile forza è e vuol essere, letteralmente, il partito centrale. Ma, perfino oltre la sua volontà, è anche centrista. Il che non vuol dire lo sia per dna politico, ma solo perché una forza di ragguardevoli dimensioni contiene diverse anime e orientamenti, che riflettono diversi settori elettorali. Devono coesistere e sentirsi rappresentati nello stesso contenitore.

Centrista non è per questo necessariamente sinonimo di moderato, anche se spesso i due termini sono usati come sinonimi, e anche se talvolta effettivamente lo sono. Certo è che un partito grande difficilmente può assumere connotati netti e radicali, di una parte, senza rischiare di perdere peso dall’altra parte, sul lato opposto, e anche al centro.

La Balena bianca era proprio questo, no? Era una confederazione di correnti organizzate che andavano dalle posizioni conservatrici, anche molto conservatrici, fino a quelle più avanzate, avendo al centro la corrente di maggioranza relativa, i dorotei, che erano il baricentro del sistema. Un sinedrio di capi la governava. Ed era, la Dc, un partito davvero nazionale ad ampio spettro che, localmente, ripeteva lo stesso schema multicorrentizio e trasversale, riflettendo così le aspirazioni e gli interessi di un elettorato variegato e interclassista. Era un partito nel quale, peraltro, il richiamo esibito all’identità cristiana non era neppure l’amalgama principale, essendo, la Dc, checché se ne dica e se ne sia detto, una forza soprattutto pragmatica e laica.

Le altre forze cristiano-democratiche europee hanno caratteristiche analoghe. Ma anche i partiti della socialdemocrazia sono altrettanto “plurali” e, sovente, il loro equilibrio interno è garantito dalla prevalenza di una corrente maggioritaria moderata, per non rischiare di finire nell’irrilevanza dell’estremismo.

Lo stesso Partito comunista italiano – diversamente dagli altri Pc, ed era anche questa la sua diversità – ha avuto sempre l’assillo di rappresentare la varietà della società italiana, non solo la classe lavoratrice, che pure era la sua prima ragione esistenziale. Al suo interno ha sempre prevalso il “centro”, possibilmente in alleanza con la “destra”, i miglioristi, con l’emarginazione sistematica delle posizioni massimaliste o estreme, anche con la loro espulsione.

Stesso discorso “inclusivo” e “trasversale” – i tratti precipui di una forza centrista – vale per i democratici americani. Come è definito il loro partito? The Big Tent. La grande tenda. Sotto la quale si radunano i rappresentanti delle diverse “tribù”.

Oggi il partito al centro dello scacchiere italiano è dunque il Movimento 5 Stelle. Ha fondate ragioni per diventare il primo partito e pertanto partito con responsabilità di governo.

È logico e legittimo, come fa Bersani, che ci si chieda come intenda esercitare questo suo prossimo ruolo, diciamo centrale, nella dinamica dei rapporti di forza e dei rapporti con le altre forze politiche.

È la nuova Balena che si muove nelle acque agitate e torbide della politica italiana. Come nelle coste atlantiche e pacifiche, lungo il Tevere si fa whale watching. Sembra che sia rimasto solo Matteo Renzi a dare la caccia a Moby Dick.

Battute a parte, fa bene Pier Luigi Bersani a porre il problema, anche in chiave di future alleanze, e ha ragione a definire “centrista” il Movimento 5 Stelle, sebbene la connotazione abbia provocato smorfie, mugugni, critiche e perfino dileggi. Obiettivamente, la tempistica è tatticamente disastrosa, ma forse anche questo rilievo può essere opinabile, se si dovesse rivelare la mossa azzeccata per stanare Grillo e costringerlo a mostrare le carte. Cosa che comunque sarà obbligato a fare. Come e quando lo farà, anche questo sarà un dato politico interessante. Se lo farà in seguito all’iniziativa di Bersani, sarà clamoroso. Più probabile essa lo porti invece a rinviare il momento, ammesso che sia già l’ora di dichiarare le future alleanze.

Agli interessati, certo, la definizione di centristi non può piacere, se non altro perché, comunque, è una definizione non meramente “tecnica”. È uno dei termini più ricorrenti nel gergo delle vituperate prima, seconda e attuale repubblica e del “commentariato” mediatico ad esse associata. Quindi una parolaccia, un insulto. Centrista a chi?

Non sarà centrista, se il termine non piace, usiamone un altro, certo è che M5S è un partito pigliatutto, ed è in una fase in cui ancora deve “pigliare” altri voti e sostegni, a destra, a manca e al centro. Non ha perciò alcun interesse a finire incapsulato in definizioni che suonino vecchio stile e che lo collochino in un recinto determinato da altri, nel momento scelto da altri. E siccome per “pigliar” tutti i voti che può, lo fa prevalentemente cavalcando la protesta contro i partiti, elude anche i temi “divisivi” – praticamente tutti i problemi rilevanti del momento – che costringono a schierarsi da una parte o dall’altra. Pure per questa ragione M5S è anche schiavo della coazione a esasperare i toni e i comportamenti, in un continuo sforzo di distrazione dai temi che contano davvero. Figurarsi se ha interesse a dichiarare con chi intende allearsi in caso di vittoria alle politiche.

La nuova Balena della politica italiana è post-ideologica per calcolo e convenienza (per diventare quello che è diventata, è e deve restare ancora per un po’ come il test di Rorschach, le macchie nelle quali ognuno vede quel che gli pare, a parte il disprezzo e il rifiuto della casta e dello status quo che accomuna tutti). Lo è, post-ideologica, anche perché è nata e si è sviluppata nel nuovo millennio. Più buon senso e “pancia” che gravitas ideologica. Fatte le debite differenze, anche enormi, non era anche il sale del pragmatismo doroteo? Per di più il sistema proporzionale rende ancora più plausibile l’analogia.

La sua classe dirigente – a parte Grillo, che però non è un politico di professione – se ne infischia dei testi sacri della politica. Ha più dimestichezza con la Rete e con la filosofia sistemica e orizzontale, reticolare, appunto, che la sottende. Condensare il fenomeno in una sola parola, “populisti”, a che serve? Sarà pure il populismo la loro chimica, ma non basta a spiegare perché è cresciuto fino a diventare un partito oggi accreditato al trenta per cento e oltre. Non è piuttosto interessante sapere e cercare di capire chi l’ha votato e chi potrebbe ancora votarlo e chi si aggiungerebbe a chi l’ha già votato (per eventualmente convincerlo/a a ripensarci) nonostante la loro evidente e rischiosa inadeguatezza a guidare il paese già ampiamente dimostrata in parlamento e nelle amministrazioni locali? È un elettorato definitivamente perduto o, come sostiene Bersani, riconquistabile almeno in parte?

Argomenta bene Enrico Letta quando, a sostegno di Bersani. dice a Federico Fubini del Corriere:

Il tema di fondo è che ormai il trenta per cento degli elettori guarda ai 5 Stelle e a quegli elettori bisogna parlare. Non ci si può limitare a dire che sono dei populisti e degli appestati. Non si può puntare solo a escluderli, radicalizzandoli ancora di più. Così si finisce solo per alimentare le frange di coloro che si sentono esclusi.

Renzi ha tentato operazioni da insider nel campo grillino, con il risultato di trovarsi spesso contro parti cospicue del suo partito, guidate dallo stesso Bersani oggi in posizione dialogante con quel campo… Il dilemma di Matteo è oggi se e come trovare una sua cifra per interagire con quel mondo, che comunque rappresenta una consistente realtà elettorale, un corpaccione che col tempo s’organizza e si struttura mentre tutto il resto si sfarina, il Pd per primo.

Le operazioni mimetiche non hanno funzionato? Ne può escogitare di nuove. Neppure l’approccio di Bersani palesemente funziona, men che meno se lo adottasse Matteo. Ma neanche l’attuale linea renziana, quello dello scontro frontale, della caccia alla balena, sembra portare frutti, anzi sembra avvantaggiare l’avversario.

Insomma la centralità conquistata da Grillo sembra oggi l’unico dato politico fuori discussione nella confusissima discussione in corso, essendo confermata proprio dalla fissazione nei suoi confronti dei suoi principali antagonisti (Silvio compreso, a destra) accompagnata da un balbuziente gioco di rimessa, sia nella versione bersaniana sia nell’attuale versione renziana.

Se continua così, anche grazie ai suoi avversari, il movimento di Grillo è davvero condannato a diventare la forza centrale della politica. E del potere. Dunque sicuramente anche centrista.

M5S, la nuova balena della politica italiana. Chi la corteggia, chi le dà la caccia ultima modifica: 2017-03-23T13:57:47+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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