Toscanini. La bacchetta che il Duce voleva piegare. Ma era magica

Si celebrano i centocinquant’anni dalla nascita del Maestro, e in queste giornate è utile ricordare un episodio – lo schiaffo dei fascisti a Bologna, nel ’31 – che segnò da allora un mutamento profondo della vita del grande direttore
scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

Ora che si celebrano i centocinquant’anni dalla nascita di Arturo Toscanini, sarà utile ricordare un episodio – lo schiaffo dei fascisti a Bologna, nel ’31 – che segnò da allora un mutamento profondo della vita del grande direttore (grande e incazzosissimo, come testimonia anche una celebre registrazione delle prove di una Traviata) che è già un “irriducibile” avversario di Mussolini. Tutto accade e si consuma in pochi istanti, la sera del 14 maggio del 1931. Toscanini sta entrando al Teatro Comunale per dirigere musiche di Giuseppe Martucci, vecchio direttore del conservatorio della città.

Un gruppo di squadristi assale il maestro che ha già 64 anni: prima uno schiaffo, poi una gragnuola di pugni, “producendogli – cito da un telegramma cifrato spedito dai carabinieri al ministero degli Interni – ecchimosi varie al viso et al collo”. Il concerto viene annullato. Il celebre direttore fa le valige, torna in nottata nella sua Milano. Non dirigerà più in Italia (anzi vivrà quasi sempre negli Stati Uniti, fatte salve le tournée in tutto il mondo) sino all’11 maggio 1946 quando, quasi ottantenne ma ancora vigoroso, gli verrà reso l’onore di dirigere il concerto con cui riapre la Scala ricostruita dopo il terribile bombardamento della notte tra il 14 e il 15 agosto di tre anni prima.

Il Maestro al pianoforte (http://www.fondazionetoscanini.it/arturo-toscanini-storia-di-un-genio/)

Perché l’aggressione, sulla quale il governo, e Mussolini in persona, cercheranno invano di stendere un velo di imbarazzato silenzio mobilitando il Minculpop per imporre ai giornali italiani di non scriverne e sequestrando quelli stranieri che ne avevano menato grande scandalo? È necessario un passo indietro con l’ausilio della documentazione (su quella sera e anche sui soprusi patiti successivamente da Toscanini) rinvenuta nell’Archivio centrale dello Stato da Franco Serpa, musicologo e accademico di Santa Cecilia, ma anche latinista di fama.

Il concerto dunque doveva coincidere con l’inaugurazione di un’esposizione fascista per la quale si erano mossi da Roma nientemeno che Costanzo Ciano (ministro delle Comunicazioni, “in rappresentanza del Duce” suo consuocero) e il sottosegretario agli Interni, Leandro Arpinati, ras del fascismo bolognese.

La copertina di “Time”, 23 gennaio 1926

Toscanini, che pure era notoriamente uomo di fortissimo carattere, aveva accettato persino di rinviare l’inizio del concerto per dar tempo a Ciano e agli altri gerarchi di concludere una cena di gala. Ma alle ripetute sollecitazioni, prima melliflue e poi energiche, di far precedere le musiche di Martucci dalla esecuzione della marcia reale e di “giovinezza”, il maestro aveva risposto con un no secco: a nessun costo avrebbe diretto marce e marcette monarco-fasciste, né permesso che altri lo facesse in vece sua. E infatti il vice podestà di Bologna aveva proposto che, solo per gl’inni, Toscanini fosse sostituito dal primo violino dell’orchestra del Comunale. E fu Arpinati a bloccare un’altra, stiracchiata, soluzione: che i famosi inni fossero suonati, fuori del teatro, dalla banda municipale al momento dell’arrivo dei gararchi. Insomma: o Toscanini dirige tutto o…

La copertina di “Time” 1948

La tempesta insomma era nell’aria, e preparata accuratamente fu, come s’è visto, la provocazione. Quando infatti, poco dopo le nove e mezza, Toscanini fece per entrare in teatro accompagnato dalla figlia Wally e dal suo autista, la truppa fascista lo aggredì. Non scalmanati isolati ma un vero e proprio manipolo (più tardi Leo Longanesi si vantò di averne fatto parte) guidato e incitato dal segretario federale Mario Ghinelli. Altro che il solo schiaffo diventato più tardi famoso. Ci furono anche i pugni di cui subito riferirono non solo i carabinieri ma anche il prefetto Guadagnini. Altro messaggio cifrato inviato a Roma: “Non si conoscono giorni guarigione perché maestro, ritiratosi subito albergo Brun non volle farsi visitare” e ripartì nella notte per Milano mentre i fascisti continuavano la gazzarra davanti al teatro.

La vicenda non si chiuse qui, tutt’altro. Vero è che l’agenzia di regime, la “Stefani” si era fatta premuta di diramare un breve report con una ricostruzione minimalista dello “incidente”, ma si trattò con tutta evidenza di un eccesso di zelo. Tant’è che il prefetto di Bologna già due ore dopo la bravata telegrafò al capo ufficio stampa di Mussolini:

Prego compiacersi di disporre che la stampa non pubblichi incidente occorso maestro Toscanini ingresso Teatro Comunale et cause rinvio concerto stop Ho provveduto per giornali locali.

E puntualmente tutti i giornali italiani, che pure avevano spedito a Bologna inviati e critici musicali furono costretti a rinunciare ai loro servizi ché invece del concerto annullato avrebbero dovuto scrivere dell’aggressione. Quanto alla stampa estera, che dell’accaduto aveva invece riferito, e ampiamente, fu tutta sequestrata o ai confini dalla polizia, o presso i distributori dai prefetti. Il prefetto di Roma si meritò un elogio particolare: era riuscito a fare intercettare e bloccare all’ufficio postale centrale di San Silvestro il telegramma con cui un corrispondente della stampa estera (i cui uffici per un secolo e sino a ieri erano a due passi, nell’attigua via della Mercede) cercava di sfondare il muro di omertà. Chi riuscì a far sapere gli eventi bolognesi? Un gruppo di studenti del liceo milanese Berchet. Guidati da Aldo Valcarenghi (il padre era agente generale di casa Ricordi e quindi intimo di Toscanini) si erano fatti mandare dalla Francia e distribuirono un volantino in carta velina di “Giustizia e Libertà” in cui si raccontava per filo e per segno l’aggressione. Il capo della polizia Arturo Bocchini (che aveva già tra le sue benemerenze l’arresto illegale di Antonio Gramsci) allertò prefetti e questori di tutt’Italia:

“Impedire introduzione Regno e diffusione detto manifestino, et riferire prontamente”

Ma non finirono lì le grane per una così scomoda celebrità. Tornando all’alba a Milano, Toscanini si avvide che la sua casa di via Durini era già sottoposta a sorveglianza (ma questo non impedì ai ragazzi del Berchet di correre al mattino per quella elegante strada al grido di “Viva Toscanini”); non immaginò invece che il telefono fosse e restasse intercettato, la corrispondenza controllata, schedati i visitatori. Si preparò a partire per Bayreuth, dove di lì a pochi giorni concertò e diresse con scontato successo due opere wagneriane (ma dal 1933, con l’avvento di Hitler al potere, rinuncerà anche al famoso festival e alla Germania). Già, e il passaporto? “Tergiversare” è l’ordine di Bocchini. Poi il timore di un nuovo scandalo suggerì al capo della polizia – morì per indigestione nel ’40, dopo aver mangiato una diecina di aragoste – di inviare al prefetto di Milano un parziale contrordine, il 3 giugno:

“Al solo Toscanini può essere rilasciato passaporto. Componenti sua famiglia invece non (ripetesi: non) debbono avere passaporto. Assicuri.” E il prefetto lo stesso giorno “assicurò”, salvo che per la figlia Wally “perché medesima trovasi attualmente estero” dove più tardi sposerà il celebre pianista Vladimir Horowitz. Ma lo stato confusionale doveva essere ben alto se appena il 4 giugno, l’indomani, Bocchini si rimangiò l’ordine, certo su disposizione di Mussolini: “Passaporto anche al resto famiglia Toscanini”.

Arturo Toscanini dirige la Scala, 11 maggio 1946 (http://www.fondazionetoscanini.it/arturo-toscanini-storia-di-un-genio/)

Toscanini non farà più musica in Italia sino al dopoguerra, per quindici anni. Ma sempre, dopo Bologna, i tentacoli dell’Ovra avvilupperanno il maestro. I documenti trovati dal prof. Franco Sterpa forniscono un vivido squarcio del clima creato intorno a lui dal regime e da Mussolini in persona. Nell’ottobre del ’35, per esempio intercettano una telefonata di Toscanini:

Non vedo l’ora di andar via…già non ne posso più…Proibiti i giornali esteri? E’ una vera porcheria mettere un paese in queste condizioni! È inaudito che il popolo sia tenuto nell’ignoranza completa…

Registrata, trascritta e spedita a “quella testa là” come gaddianamente Toscanini definiva il duce, sulla trascrizione qualcuno annoterà a matita: “dal che si prova ciò che sapevamo: che Toscanini è irriducibile.”

Nel ’38 altro passaggio da Milano, altre intercettazione telefonica, nuovo ritiro del passaporto: erano state appena promulgate le leggi contro gli ebrei e lui era sbottato come al solito: “Roba da medio evo!”. Galeazzo Ciano (figlio di Costanzo e marito di Edda Mussolini) annoterà nei suoi diari che “il duce monta su tutte le furie se sente parlare di Toscanini”. Ma il passaporto gli viene restituito: il maestro deve dirigere a New York, scoppierebbe un nuovo caso. Eppure qualcuno (Alceo Toni, compositore e direttore d’orchestra di tutto rispetto) ci provò a far tornare Toscanini in Italia per dirigere, suggerendo per vie traverse al duce di assumere un tono più conciliante. Proposta bocciata dal dittatore: “Dire a Toni che lasci stare: abbiamo De Sabata”, cioè Victor De Sabata che in effetti era già un grande direttore ancorché fedelissimo al regime.

Toscanini con la nipote Emanuela (http://www.fondazionetoscanini.it/arturo-toscanini-storia-di-un-genio/)

 

E quel che, giusto alla Scala, non aveva voluto fare De Sabata, fece Toscanini alla prima prova dell’emozionante ritorno sul podio della Scala, nel maggio del ’46: dispose che fossero reintegrati nei loro posti i musicisti e i coristi ebrei che erano stati cacciati in base alle leggi razziali, primo tra tutti il grande direttore del coro, Vittore Veneziani. Onore a Toscanini, all’eccelso musicista, al tenace antifascista.

Toscanini. La bacchetta che il Duce voleva piegare. Ma era magica ultima modifica: 2017-03-25T19:57:53+00:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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