#Nobel. Bob Dylan, un eroe del nostro tempo

scritto da MARIO GAZZERI

Bob Dylan (Robert Allen Zimmerman) è il vincitore del Premio Nobel 2016 della Letteratura. Il riconoscimento dell’Accademia di Svezia è ”per aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione musicale americana”. Dylan ritirerà la medaglia e il diploma del Premio Nobel per la Letteratura sabato o domenica a Stoccolma. Ad annunciarlo è stata la segretaria dell’Accademia svedese, Sara Danius. “L’Accademia svedese e Bob Dylan hanno convenuto di incontrarsi questo fine settimana” a Stoccolma, dove il cantante americano deve tenere un concerto, ha scritto Danius sul suo blog. “La cosa si farà in cerchia ristretta e non ci saranno rappresentanti dei media”, ha aggiunto.

La poesia era già nel nome d’arte che aveva scelto in onore del poeta gallese Dylan Thomas. Ma le radici letterarie di Robert Zimmerman, ebreo americano di Duluth, Minensota, diventato poi Bob Dylan e insignito infine del Nobel per la Letteratura per il 2016, affondano nell’America della Grande depressione, nella ripresa delle grandi opere, nel Grand Coulee Dam cantato da Woody Guthrie, suo mentore e padre, cantore dell’America profonda. Un percorso poetico-musicale straordinario, risultato di una geniale contaminazione letteraria tra William Faulkner, lo Steinbeck di Furore (The grapes of wrath) e l’Urlo di Allen Ginsberg, tra la musica country “hillybilly“, il folk americano di Guthrie e Pete Seeger e il soul e il blues afroamericano di Leadbelly.

Uomo travagliato, vittima di incidenti motociclistici, di amori impossibili e di crisi mistiche, ebreo del freddo nord, non amato ma apprezzato fin dall’inizio da un’America ancora persa nel rock di Elvis Presley e nei prodotti che sfornavano a getto continuo gli studios musicali di Nashville, Tennessee, Bob acquistò fama mondiale con Blowing in the wind, Mr. Tambourine man e Like a rolling stone. Canzoni bellissime, manifesti di una protesta di fine anni sessanta che diventarono inni internazionali in un momento in cui la gioventù americana si ribellava alla guerra del Vietnam e cominciava a imporre i propri gusti e le proprie scelte.

Canzoni bellissime, ma non le più belle in assoluto, non le più dylaniane. È la nota intimistica, è la cifra del dolore privato, del confronto perdente con il mondo ad ispirare pezzi come Maggie’s farm, The time when the ships come in, Tangled up in blue fino a Knocking on Heaven’s door, dalla struggente colonna sonora del film Pat Garrett e Billy the Kid, in cui appare anche il piccolo menestrello nella parte secondaria di Alias.  È la stessa solitudine dell’uomo americano che scorgiamo nelle tele di Hopper, nei racconti di Carver, nella disperazione dei criminali di A sangue freddo di Truman Capote o nelle poesie di Lawrence Ferlinghetti e Gregory Corso.  È la solitudine degli eroi dei Western, di Alan Ladd, di Gary Cooper. L’America di Dylan non e’ l’America dei film di Frank Capra, non è l’America delle rassicuranti illustrazioni di Norman Rockwell sul Saturday Evening Post. E grazie a Dio.

Dylan è unico perché è stato il primo a fondere, in America, musica e poesia al massimo livello. Il dolore solidale con le vittime della Grande depressione che proviamo ammirando le fotografie in bianco e nero di Dorothea Lange, è lo stesso che proviamo ascoltando Dylan. Alcune sue canzoni ci trafiggono come gli epitaffi poetici della Antologia di Spoon river. The lonesome death of Hattie Carroll ne è un esempio lampante:

…But you who philosophize disgrace and criticize all fears

take the rag away from your face

now ain’t the time for your tears.

La rabbia e il dolore vengono trasfigurati da Bob Dylan in qualcosa che ha a che vedere con l’ultraterreno, col giudizio finale. Forse la sua matrice israelita riesce a renderlo così vicino e al tempo stesso così distaccato dagli errori umani. Dalla condizione di noi comuni mortali.

Oggi Dylan è entrato nell’Olimpo degli “immortali” della letteratura mondiale e di questo non si può che ringraziare l’Accademia svedese. Non sappiamo come il 75enne poeta della polare Duluth, abbia reagito alla notizia. Certo è che con lui l’America ha svelato la sua dimensione più profonda, il suo profilo più nascosto. Con lui l’America è diventata più umana, più vera. Più amata.

#Nobel. Bob Dylan, un eroe del nostro tempo ultima modifica: 2017-03-29T18:00:41+02:00 da MARIO GAZZERI

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