#Brexit. UK in “terra incognita”. Ma la UE non è “terra felix”

La giornata di oggi segna anche formalmente l’avvio del negoziato per l’uscita di Londra dall’Unione. Le celebrazioni per i 60 anni dei Trattati di Roma a distanza di pochi giorni dal concretizzarsi di un evento impensabile solo pochi anni fa evidenziano la profonda crisi che attraversano le Istituzioni europee
scritto da GIANPAOLO SCARANTE

La giornata di mercoledì 29 marzo segna anche formalmente l’avvio del negoziato per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Con un simbolismo, credo involontario, le celebrazioni per i 60 anni dei Trattati di Roma avvengono a distanza di pochi giorni dal concretizzarsi di un evento giudicato solo pochi anni fa impensabile e che evidenzia in maniera visibile la profonda crisi che attraversano le Istituzioni europee

Non era mai accaduto che uno Stato membro decidesse di uscire dall’Unione, anche se il recesso è un diritto previsto dal Trattato di Lisbona. Casi particolari sono stati la Groenlandia nel 1958, che peraltro non era uno Stato ma una dipendenza della Danimarca, e l’Algeria divenuta indipendente nel 1962 e staccatasi quindi dal territorio metropolitano francese. Tutti eventi non comparabili in alcun modo a quello odierno.

Abbiamo conosciuto lunghi negoziati per entrare nella famiglia europea, alcuni conclusisi felicemente, i Paesi ex comunisti, altri tuttora in corso e dall’esito incerto, come la Turchia. Se sappiamo più o meno come si entra nell’Unione, ben poco sappiamo di come se ne esce.

La giornata del 29 marzo segnerà quindi l’ingresso in una sorta di terra incognita, che durerà secondo le previsioni ben 700 giorni, dove non mancheranno problemi e complessità.

Ma già da ora questo evento straordinario per la vita dell’Europa produce significative conseguenze, forse non molto visibili e apprezzabili, ma non meno importanti.

La volontà britannica di abbandono dell’Unione ha ferito infatti l’immagine molto positiva che l’Europa ha sempre avuto nel mondo. Nei molti Paesi in cui ho prestato servizio come rappresentante dell’Italia ho sempre riscontrato grande e incondizionata ammirazione per i risultati raggiunti negli anni dall’Unione Europea, considerata l’area al mondo dai maggiori diritti e dal più consolidato benessere. Un’area nella quale tutti sarebbero voluti entrare ed era inimmaginabile che qualcuno ne volesse uscire.

Brexit segna una cesura profonda in questa percezione esterna dell’Europa, che già la gestione del caso greco aveva in qualche modo anticipato. Se Londra decide che il proprio presente e il proprio futuro saranno migliori fuori dall’Unione sorge il dubbio che l’Unione non sia la terra felix che si credeva.

Ma vi è qualcosa di più profondo nell’abbandono britannico. Come ha detto efficacemente un parlamentare europeo, Esteban Gonzales Pons, Londra ha deciso “non solo di lasciare un mercato, ma di abbandonare i sogni condivisi dagli europei”.

La premier britannica Theresa May firma l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, la norma per la secessione di uno Stato membro dall’Unione, 29 marzo 2017

Quali sono questi sogni condivisi? Non pochi e importanti. Un continente europeo senza guerre da quasi settant’anni, Francia e Germania non più nemici irriducibili, il ritorno alla libertà di Spagna, Grecia e Portogallo, la caduta del muro di Berlino, la fine del comunismo, la democrazia, i diritti fondamentali per tutti i cittadini europei e molto altro.

Nel mondo globale e interdipendente in cui viviamo, l’Europa non è più una scelta, ma una necessità. Il referendum britannico ci dice qualcosa su cui riflettere: che si può anche tornare indietro, che il nastro della storia può riavvolgersi all’incontrario.

Sul piano economico e finanziario bisognerà attendere qualche anno per valutare con cognizione di causa quali saranno state le effettive conseguenze della decisione britannica e come esse si rifletteranno sulla vita quotidiana di britannici ed europei.

In principio tutto è possibile: che la GB stia meglio e l’Europa peggio, o viceversa. Certo che se, per ipotesi a dire il vero improbabile, la Gran Bretagna vedrà tutti i propri parametri migliorare fuori dall’Unione, si porrà un problema ulteriore che amplificherà la negatività dell’uscita.

Su quello sociale e culturale, che è altrettanto importante, già si vedono le prime conseguenze. Mi riferisco al senso di insicurezza che tanti italiani che studiano o lavorano in Gran Bretagna provano. Penso ad esempio ai docenti delle Università italiane che intrattengono relazioni e progetti comuni con Università britanniche: essi si pongono la domanda se resterà tutto come prima o se qualcosa cambierà, magari in peggio.

Già il formarsi di questa incertezza è di per sé un elemento negativo della Brexit e rappresenta un oggettivo arretramento rispetto alle conquiste del passato. Tra queste vi era il sentimento di sentirsi in qualche modo a casa nei paesi membri dell’Unione, inclusa la Gran Bretagna, che pure non aveva aderito a Schengen.

La prima pagina del Guardian, 29 marzo 2017. “Un passo verso l’ignoto”

Ma vi è anche una conseguenza più ampia e profonda, storica e politica. Perché l’uscita di Londra non è solo un problema intraeuropeo ma è anche un importante avvenimento di politica internazionale.

Uno degli stati più importanti e rappresentativi di tutto il disegno europeo sbatte la porta e se ne va, quando il suo ingresso nella famiglia europea era stato forse il più importante successo della storia recente del continente.

Pensiamo al senso profondo della politica estera britannica degli ultimi due secoli. La linea conduttrice è stata quella di tenacemente osteggiare ogni tentativo di unificazione continentale, da Napoleone a Hitler. Possiamo quindi comprendere il profondo mutamento di rotta che la scelta europea ha comportato. La scelta di non più osteggiare l’unificazione continentale ma di farne parte, di condividere i sogni comuni di un continente uscito devastato dalla guerra.

L’Europa deve ovviamente andare vanti e andrà avanti, come le celebrazioni dei giorni scorsi per i 60 anni dei Trattati di Roma hanno indicato. Ma perderà qualcosa. Una certa autorevolezza e apertura su alcune aree del mondo che la Gran Bretagna grazie alla sua lunga e importante storia aveva e che a volte aiutava sotterraneamente l’Europa nei suoi rapporti internazionali, in Asia ma anche nel Vicino Oriente.

Mancherà, e va detto, una voce autorevole e costante contro l’eccessiva burocratizzazione delle istituzioni di Bruxelles. Ricordo come quasi in ogni Consiglio europeo al quale ho partecipato questa voce si levasse tenacemente per chiedere un freno all’espandersi della burocrazia brussellese. Non dimentichiamo che il futuro dell’Europa passa inevitabilmente anche attraverso una sua sburocratizzazione e una riduzione del cosiddetto deficit democratico, che allontana le istituzioni dai cittadini europei.

Non vi è dubbio che attraversiamo momenti difficili e complessi. Non pochi sostengono che la Brexit potrebbe svolgere il ruolo di stimolo positivo al cambiamento. Essere cioè l’evento che rende improcrastinabile porre mano alla ridefinizione della costruzione europea.

Forse funziona. A Roma sembra effettivamente che sia avvenuto qualcosa di nuovo e di atteso. Il riconoscimento esplicito e corale, anche se faticoso, espresso nella Dichiarazione approvata nell’occasione, che afferma che bisogna cambiare, molto e presto e che bisogna –fatto nuovo e atteso- ascoltare i cittadini. .

Ma non vorrei che si dicessero cose nuove avendo in mente i vecchi mezzi, il libro bianco, i tecnicismi quei metodi espressi dall’alto che hanno sinora prodotto poco e che sono invisi ai cittadini europei. Il rapporto dell’ISPI sull’Europa riporta un dato significativo: solo nove cittadini su cento hanno fiducia nelle istituzioni comunitarie. La stessa concezione di un’Unione a più velocità, non è nuova, ma anzi piuttosto vecchia.

Si ha in definitiva l’impressione che continui a prevalere una certa idea, cara agli eurocrati, che tutto sia riconducibile a un problema di funzionamento della macchina comunitaria. Qualche ritocco che ne migliori l’efficienza tecnica e tutto può ripartire.

Purtroppo non è così, in questa valutazione manca un fattore fondamentale. Mancano “I sogni”, quelli dell’eurodeputato Pons, quei sogni che ho elencato poco fa e che hanno accompagnato felicemente i primi 60 anni di Europa. Dobbiamo trovare urgentemente i nuovi sogni che accompagnino la nostra Europa nei prossimi 60 anni e che siano coerenti con le straordinarie novità, presenti e future, portate dal XXI secolo. E di questi nuovi “sogni” purtroppo non se ne vede traccia.

Da molte parti invece si alza un coro che dice che la soluzione è semplice e unica: bisogna introdurre “più Europa”, nel senso di ulteriori progressi sulla via della costruzione europea in tutti i campi, fiscalità, difesa, politica estera, anche in termini di significative cessioni di sovranità.

Ma in questa situazione innestare “più Europa” senza sostanziali riforme del contesto burocratico, democratico e politico, senza cioè rimuovere le barriere che separano oggi in maniera drammatica istituzioni europee e cittadini, potrebbe non produrre i miglioramenti attesi, ma addirittura provocare il risultato opposto: accelerane la disgregazione.

In definitiva, le riforme sono necessarie, ma lo sono -e prima-di esse- i sogni, o meglio la visione del futuro che si desidera per l’Europa dei prossimi decenni, di quella che sarà la vita dei cittadini europei, in definitiva della direzione verso la quale si vuole dirigere la nostra Unione. Senza sogni e senza riforme questa Europa non si cambia.

#Brexit. UK in “terra incognita”. Ma la UE non è “terra felix” ultima modifica: 2017-03-29T12:10:00+02:00 da GIANPAOLO SCARANTE

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