Dylan. Molto più che un guru. Un artista da #Nobel

scritto da BENIAMINO NATALE

Bob Dylan (Robert Allen Zimmerman) è il vincitore del Premio Nobel 2016 della Letteratura. Il riconoscimento dell’Accademia di Svezia è ”per aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione musicale americana”. Dylan ritirerà la medaglia e il diploma del Premio Nobel per la Letteratura sabato o domenica a Stoccolma. Ad annunciarlo è stata la segretaria dell’Accademia svedese, Sara Danius. “L’Accademia svedese e Bob Dylan hanno convenuto di incontrarsi questo fine settimana” a Stoccolma, dove il cantante americano deve tenere un concerto, ha scritto Danius sul suo blog. “La cosa si farà in cerchia ristretta e non ci saranno rappresentanti dei media”, ha aggiunto. [articolo pubblicato il 15 ottobre 2016]

Nel 2011, quando Bob Dylan tenne un concerto a Pechino, si diffuse la voce che gli era stato vietato dalle autorità di eseguire “Blowin’ in the wind” (a mio parere un buon pezzo ma certo non il migliore di Dylan). Non era vero, come spiegò lo stesso musicista sul suo sito.

Ma la non-notizia suscitò lo stesso un vespaio e Dylan, poveraccio, fu accusato di essersi piegato al regime. Il concerto – che si svolgeva a pochi passi dalla casa nella quale abitavo in quel periodo – fu ottimo e abbondante. Dylan, come fa abitualmente, svario’ tra pezzi antichi e pezzi recenti. Tra l’ altro, mi ricordo un’ interessante versione di “It’s all over now, baby blue”, che negli anni sessanta veniva spesso cantata dai giovani che bruciavano le cartoline militari rifiutandosi di andare in Vietnam. Un pezzo, quindi, altrettanto e forse più pacifista e sovversivo di “Blowin’”. Ma i critici che gli si sono scagliati contro per il supposto cedimento ai dittatori cinesi questo non lo sanno.

Il problema di Bob Dylan è tutto qua.

È che per qualche ragione tanta gente ne parla a vanvera. Gli è rimasta appiccicata l’ etichetta di “menestrello” , che va bene per fare i titoli – confesso, anche io l’ ho usata nel pezzo sul concerto che scrissi per l’ANSA, per la quale ero corrispondente da Pechino – ma che non significa un tubo.

Nel corso della sua lunga e ricca carriera, Dylan ha frequentato una quantità spaventosa di generi musicali: folk, rock, country, blues, gospel e chi più ne ha più ne metta. Ha pubblicato 66 album, di 10-20 pezzi ciascuno.

Una produzione mostruosa e tutta di qualità altissima.

Ma per i soliti rompiballe è condannato a cantare “Blowin’’” ogni volta che appare in pubblico.

Quella di Pechino non è stata la prima volta che Dylan è stato crocefisso per colpe immaginarie. La sua colpa vera è stata quella di essersi rifiutato di essere dipinto come un leader politico dai soliti frustrati in cerca di un “guru” da seguire e all’ombra del quale farsi grandi.

L’ha fatto anche nel concerto di Pechino. All’uscita, un amico anglosassone mi disse che il concerto non gli era piaciuto perché “he doesn’t give a fuck” (non gliene frega niente). E, se mi concedete l’ espressione “what the fuck” deve fare un musicista oltre a un concerto della Madonna? Un musicista che a 75 anni suonati sta sul palco un giorno si è un giorno no?

Bob, come tutti i grandi artisti, è avanti rispetto al periodo nel quale vive. Nel 1970 pubblicò un album che chiamò ironicamente “Selfportrait” nel quale cantava tutti pezzi di altri musicisti. A me piacque un sacco ma la critica lo stroncò. Oggi, quello stesso album è considerato un capolavoro – in alcuni casi dagli stessi grilli parlanti che in gioventù lo avevano massacrato. Sarebbe bastato ascoltarlo con calma e senza pregiudizi, senza attese basate sulle proprie illusioni per capire che si trattava di un ottimo lavoro.

Allo stesso modo, basterebbe dare un’ occhiata, ogni tanto al suo sito web per evitare di dire le castronerie che ho letto nel corso degli anni su uno dei più grandi artisti contemporanei. In questi giorni, alcuni esperti hanno citato molti dei suoi pezzi meno conosciuti, ma quanti nel cosiddetto “grande pubblico” conoscono qualcosa di Dylan che sia “Blowin’ in the wind” o “Like a rolling stone”?

Questo è il problema di Dylan. Che, chissà perché tanta gente ama parlarne – o è costretta a parlarne, dopo che gli hanno dato il premio Nobel per la letteratura – senza in realtà saperne niente, o molto poco. Tutto qui. A chi come lo scrittore Alessandro Baricco ha affermato che la musica di Dylan non c’entra niente con la letteratura, suggerisco di spendere un’oretta o due a leggersi i suoi testi (anche in italiano, splendidamente tradotti dal nostro Alessandro Carrera). Vi assicuro che ne vale la pena.

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Dylan. Molto più che un guru. Un artista da #Nobel ultima modifica: 2017-03-29T18:22:16+00:00 da BENIAMINO NATALE

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2 commenti

carlo magaldi 15 ottobre 2016 a 19:13

grande beniamino tu sei uno che qualcuno potrebbe scegliere di trasformare in guru per farsi bello alla sua ombra . e poi , quando un uomo sa parlare di self portrait ascende alle altezze di quel disco a cui la maggior parte della gente non è riuscita ad arrivare .

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Pierluigi Gatteschi 15 ottobre 2016 a 19:51

Ben detto, condivido, un grandissimo artista spesso frainteso da chi cerca di strumentalizzare…premio meritatissimo per me uno dei maggiori poeti contemporanei…

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