The Rock o El Peñón? La Brexit riapre la vicenda di Gibilterra

L'uscita del Regno Unito dalla Ue dà nuova attualità alla questione della rocca contesa tra Londra e Madrid. Ma questa volta la Spagna vede i suoi interessi avvicinarsi a quelli dei residenti del territorio britannico
scritto da ETTORE SINISCALCHI

La sovranità della Rocca (the Rock, come la chiamano gli inglesi) è stata più volte rivendicata negli anni da parte di Madrid. Il lembo di terra, che affaccia sullo stretto di Gibilterra che ne prende il nome e collega l’Atlantico col Mediterraneo, è un territorio d’oltremare della Corona d’Inghilterra, diventato proprietà britannica col Trattato di Utrecht del 1713, conseguente alla Guerra di successione spagnola. La proprietà però non esplicitava la sovranità e su questo si sono poggiate le rivendicazioni spagnole.

La mappa di Gibilterra e delle sue fortificazioni disegnata nel 1799 da Jean-Denis Barbié du Bocage

Durante il franchismo la vicenda venne inalberata a fini propagandistici, ben sapendo che la dittatura tollerata dall’Occidente già aveva avuto molto, la sopravvivenza di un regime ottuso e feroce grazie alle necessità della guerra fredda. Nel ’69, mentre imperversava una grave crisi economica e le fabbriche licenziavano gli operai a migliaia, la Spagna giunse a chiudere le frontiere, impedendo a oltre 5 mila lavoratori che quotidianamente le attraversavano di svolgere le loro attività.

Alla fine degli anni ‘70, dopo la morte di Franco e la nascita della democrazia, Madrid divenne più flessibile. La scelta dei principi di Galles di iniziare la loro luna di miele nel 1981 proprio a El Peñón, come lo chiamano gli spagnoli, riacutizzò le tensioni – toccò a Felipe González cavalcarle per distrarre gli spagnoli dalla politica economica. Solo nel 1986 la frontiera venne riaperta e i governi cominciarono a confrontarsi nella ricerca di una soluzione. La volontà degli abitanti di non sottomettersi all’amministrazione spagnola è stata confermata chiaramente con due referendum, nell’ultimo, del 2002, addirittura col 98,48 per cento dei voti.

Immagine aerea di Gibilterra, 2011

Nel 2002 si tennero negoziati  riservati tra Tony Blair e José María Aznar. I rapporti erano ottimi e si stava tessendo la tela che portò all’accordo delle Azzorre con George W. Bush, che sancì la rottura del fronte europeo davanti alla volontà di Washington di iniziare la seconda Guerra del Golfo, con Berlusconi e il premier portoghese di complemento. Il referendum venne indetto proprio per i timori che Londra abbandonasse Gibilterra. Peter Hain, ai tempi ministro britannico per l’Europa, in un libro di memoria del 2012 scrisse che lui e Blair erano arrivati alla conclusione che Gibilterra andasse ceduta, confermando indirettamente le voci che hanno parlato addirittura di un accordo segreto stipulato tra i due leader – insinuato in seguito anche da Aznar ma che comunque non ebbe mai seguito.

Gibilterra e lo stretto omonimo visti dal satellite

Nel 2013 vi fu una nuova vampata di tensione, con la decisione delle autorità della Rocca di posizionare dei blocchi di cemento nelle acque di competenza per impedire l’accesso ai pescherecci spagnoli. Dalla pesca dipendono centinaia di famiglie spagnole, soprattutto de La Linea de la Concepción, ultimo municipio spagnolo prima del confine britannico, che hanno sempre avuto accesso a questo pescoso tratto di mare, la cui sovranità è però contesa tra le autorità di Spagna e Gibilterra. Madrid rispose infittendo i controlli alla frontiera, determinando alla dogana che separa Avenida Principe de Asturias con la Winston Curchill Avenue attese superiori alle otto ore. Non mancò l’offensiva diplomatica con un fitto carteggio di “note verbali” – nel linguaggio diplomatico le comunicazioni scritte tra paesi diversi – e un’ondata di dichiarazioni pubbliche, dall’allora premier britannico, David Cameron,  al tuttora omologo spagnolo Mariano Rajoy.

Manifestazione a sostegno della sovranità britannica

Gibilterra costituisce per la Spagna soprattutto un problema fiscale. Molte società si sono insediate nel Peñon, che è di fatto un piccolo territorio off shore, dove si pagano imposte societarie del dieci per cento contro il trenta di quelle spagnole. Per il fisco spagnolo nel lembo di terra risiedono almeno trentamila società, che scendono a 18 mila per le autorità di Gibilterra e salgono a ottantamila nei rapporti della polizia iberica. Poi ci sono le società di scommesse on-line. Godevano di un regime speciale di tassazione all’un per cento entro i 500 mila euro di fatturato ma, poco prima della posa dei blocchi di cemento, Londra lo alzò al quindici, con il pagamento presso lo stato dove risiede fisicamente lo scommettitore, contando di incassare almeno 350 milioni di euro. Una decisione che colpì duramente le casse di Gibilterra, forse non estranea alla decisione di posare gli ostacoli di cemento per i pescherecci spagnoli.

Poi ci sono gli affari illeciti – nella trama amministrativa del Peñon si arenano regolarmente le inchieste della magistratura spagnola sulla criminalità organizzata, sul riciclaggio e sulla creazione di fondi neri – e il contrabbando. Il ministero dell’Interno spagnolo denunciava che Gibilterra importava oltre 140 milioni di stecche di sigarette all’anno, 725 mila delle quali sequestrate alla frontiera nel 2012. Un pacchetto che in Spagna si paga in media 4,45 euro ne costa 2,1 a Gibilterra, i guadagni sono quindi altissimi. Nel settembre del 2013 Rajoy riportò il contenzioso sulla ribalta internazionale in un discorso alle Nazioni unite nel quale definiva “un’anacronismo coloniale” lo status di Gibilterra.

La cosa sembrava finita lì, fino al 2016, col referendum per la Brexit, strettamente legato alle vicende spagnole.

Gibraltar House of Assembly, il parlamento di Gibilterra, fondato nel 1969

Il primo legame era casuale, la coincidenza tra il referendum, tenutosi il 23 giugno, e le elezioni politiche spagnole, del 26. Non così gli altri due: che gli abitanti della Rocca avessero votato al 95 per cento per il Remain e che la borsa spagnola fu in Europa quella che in maggior misura e più a lungo subì l’impatto negativo della vittoria della Brexit.

La Rocca dipende infatti dagli scambi commerciali con la Spagna. Attorno ai 700 milioni di euro l’anno, una cifra ridotta ma significativa per la popolazione spagnola prossima al territorio britannico. Ma è il contesto delle relazioni economiche tra i due paesi a essere fitto e ramificato. A partire dagli investimenti finanziari, oltre 62 miliardi di euro investiti dalla Spagna in Gran Bretagna e solo 24 nel flusso inverso, entrambi in crescita nei tre anni precedenti a Brexit. La bilancia commerciale vede invece Madrid esportare prodotti per oltre 18 miliardi di euro e importarne da Londra per circa 12,5.

Se si aggiunge il fatto che più di 300mila britannici vivono stabilmente in Spagna – in maggior parte pensionati che si godono il riposo al sole di Spagna, nella Comunità Valenziana e nelle Baleari le “colonie” più numerose – si capisce meglio perché la Borsa di Madrid sia stata la più colpita dal risultato del referendum. Eppure quello stesso voto cambiava di molto le carte in tavola per quanto riguardava la questione di Gibilterra, e non a sfavore di Madrid, anche se non tutti se ne sono accorti subito.

La Grande Flotta Bianca degli Stati Uniti nella rada di Gibilterra, febbraio 1909

Madrid lo ha capito presto e ha fatto sapere che, essendo la situazione profondamente mutata con la Brexit, bisognava rimettersi a trattare. Recentemente ha ventilato la possibilità di opporre il veto ai negoziati tra Bruxelles e Londra se Gibilterra non venisse messa negli accordi. Si fa riferimento a una non meglio specificata “sovranità compartita”, che rimonta alla trattativa tra Blair e Aznar. Per la Rocca uscire dall’Unione europea sarebbe un grave problema. Tenendo conto che Londra concesse a Gibilterra ben due volte di tenere un referendum sulla permanenza al Regno unito o l’adesione alla Spagna, nulla impedisce che ne venga chiesto un altro, questa volta per non uscire dall’Ue. Theresa May si troverebbe davanti all’alternativa se concederlo sicura di perderlo o se negarlo, contraddicendo la politica sin qui tenuta sul tema. Questo riapre la questione per Madrid in termini del tutto nuovi che configurano, per la prima volta, una possibile confluenza di interessi col territorio perduto nel 1713.

La novità è tale da fare all’apparenza abbandonare la consueta contrarietà spagnola rispetto alle rivendicazioni di sovranità all’interno del Ue. In relazione alle questioni basca e catalana, Madrid ha sempre negato ogni passo che presupponesse l’inizio di rapporti diretti tra l’Ue e territori all’interno di stati nazionali che rivendicassero maggiore autonomia se non addirittura la sovranità.

Sul fronte opposto, per Londra c’è un inatteso possibile problema. Una divaricazione d’interessi certamente meno importante di quella scozzese ma che a quella si aggiunge e che, soprattutto, a differenza della Scozia, potrebbe avere una sponda in uno stato dell’Unione.

 

Si spiegano così, forse, da un lato l’apertura alle istanze scozzesi arrivate in sede europea da parte di Madrid, dall’altro la durezza dell’intervento di Theresa May sulla vicenda del documento presentato la scorsa settimana dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Una durezza motivata, visto che il testo prevede che la Spagna dovrà dare il suo assenso per consentire l’applicazione della Brexit a Gibilterra. Un nervosismo giunto fino all’evocazione della vicenda delle Malvinas da parte di Lord Michael Howard, pezzo grosso dei conservatori inglesi. Brexit sarà una storia lunga e agitata. A partire da Gibilterra.

The Rock o El Peñón? La Brexit riapre la vicenda di Gibilterra ultima modifica: 2017-04-05T22:38:43+00:00 da ETTORE SINISCALCHI

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