Siria. Scenario e retroscena della guerra di Trump

scritto da JOHN JAY DEER

Venti e quarantacinque (ora di Washington) del giorno numero settantasette della presidenza Trump. Cinquantanove i missili Tomahawk lanciati da due cacciatorpediniere Usa nel Mediterraneo orientale contro la base aerea di Shayrat, nel centro della Siria, la stessa da cui secondo fonti di intelligence sarebbero partiti i jet che martedì hanno scaricato agenti chimici sulla provincia di Idlib, fatali per oltre settanta persone tra cui almeno trenta bambini.

Quanti elettori di Trump si saranno chiesti se The Donald non sia altro che la maschera della vituperata Hillary Clinton? Non era lei la guerrafondaia e Trump il non interventista? E quanti saranno gli elettori democratici, che Hillary non l’hanno votata, ma in cuor loro si consolavano di aver sì agevolato con la loro astensione la vittoria di Trump nell’idea però che almeno lui non aveva il dito costantemente sul grilletto, non come Hillary?

E i parlamentari repubblicani che contestavano la facoltà del presidente Obama di condurre azioni di guerra senza previa autorizzazione del Congresso? Adesso plaudono al presidente che, senza consultarli, bombarda un paese distante decine di migliaia di chilometri dall’America in nome del “vitale interesse della sicurezza nazionale” statunitense.

Ma a che serve infilarsi nel gioco delle contraddizioni? Certo è un gioco che può tentare chiunque osservi l’assenza di una sia pure apparente logica e coerenza nella politica di Trump e, soprattutto, in chi l’ha sostenuto elettoralmente, in modo attivo o passivo, e in chi oggi pur non avendolo votato considera comunque appropriata, in chiave umanitaria, l’operazione militare della notte scorsa.

Può essere invece più produttivo volgere l’attenzione verso le ragioni più di fondo che hanno condotto l’amministrazione nella direzione di un intervento bellico e focalizzarsi sulle conseguenze che esso potrà avere.

L’attacco avviene in contemporanea con la presenza negli Usa del presidente cinese Xi Jinpeng e a una settimana di distanza dal primo incontro ad alto livello Usa-Russia, a Mosca, tra il presidente russo Vladimir Putin e il segretario di stato Rex Tillerson.

L’incontro al Cremlino – non ci fosse stata la sequenza di rivelazioni sull’attività russa nelle presidenziali a sostegno dei repubblicani – avrebbe avuto tutt’altro segno. Tillerson stesso, come ex numero uno dei Exxon, ha un ottimo rapporto personale con il leader russo, e anche per questa ragione fu scelto da Trump per guidare la diplomazia della sua amministrazione.

Se la missione di Tillerson sarà confermata, servirà, dal punto di vista americano, ad avere diretta assicurazione dal numero uno russo di un intervento teso a contenere e a controllare Assad, dentro uno scenario di liquidazione del suo regime.

Diversamente, se Tillerson non andrà più a Mosca e/o se Putin non offrisse qualche motivo a Trump per “vendersi” la sua azione militare in Siria anche come un’operazione politica mirata a mettere in linea la Russia, il bombardamento missilistico si rivelerebbe un’iniziativa carica di conseguenze negative per la Casa Bianca su diversi fronti, su quello delle relazioni con Mosca innanzitutto.

Nell’estate 2013 Barack Obama tracciò una “linea rossa” sul possesso e sull’impiego di armi chimiche che Assad non avrebbe dovuto oltrepassare e che invece, come si sa, oltrepassò, con la conseguenza che il presidente democratico arrivò sull’orlo dell’intervento armato, scongiurato grazie al coinvolgimento della Russia nello smantellamento e nel trasferimento dell’arsenale chimico siriano. Obama, in seguito, si disse “molto orgoglioso” della sua scelta, assunta contro il parere di molti dei suoi consiglieri, ma quella scelta divenne uno dei cavalli di battaglia del suo futuro successore, che in campagna elettorale la descrisse più volte come il simbolo della debolezza americana, un errore che lui non avrebbe ripetuto se eletto presidente.

La sua azione di giovedì notte può anche essere  considerata una scelta in linea con la sua retorica elettorale. Il fatto è che essa entra in collisione con un’altra evidente promessa, la più importante, quella di mettere alle corde l’Isis, non con una guerra americana ma con operazioni di coalizioni, con l’inclusione innanzitutto della Russia.

Sulla pista del Bassel al-Assad International Airport un Syrianair Airbus A320 e sullo sfondo un Sukhoi Su-24 nell’adiacente base militare russa

Non c’è analista di cose mediorientali che non veda come la disgregazione provocata dall’escalation militare americana del regime siriano e della nazione siriana che resta possa avere come effetto la creazione di un caotico vuoto di potere. Sarebbero proprio i terroristi islamici a riempirlo, facendo del paese mediorientale il loro paradiso. Dalla Siria di Assad alla Siria dell’Isis.

La lezione irachena non è bastata agli strateghi washingtoniani?

C’è un altro rischio che segnala opportunamente David E. Sanger sul New York Times quando scrive che

Trump non ha un vero e proprio piano per portare la pace in Siria. I negoziati condotti dagli americani per creare un qualche tipo di accordo politico – che era la missione di John Kerry negli ultimi diciotto mesi da segretario di stato – sono finiti nel nulla. Tillerson, da parte sua, non ha mostrato alcun desiderio di riprenderli. E il bilancio proposto da Trump va a tagliare proprio quei programmi che dovrebbero dare soccorso ai siriani sfollati, martoriati da sei anni di guerra civile.

Osserva ancora Sanger che

in campagna elettorale Trump contestò l’idea stessa di aiuti umanitari [ed evitò di] definire le condizioni entro le quali la forza militare americana sarebbe intervenuta per difendere una popolazione straniera da un dittatore malvagio. Semplicemente non rientrava nella sua definizione di come difendere America First.

Ma l’aspetto più rischioso dell’azione militare contro la Siria riguarda, come si diceva, la Russia, anche, ovviamente, come potenza regionale e protettrice del regime siriano.

Forze navali statunitensi e russe nelle acque siriane https://syrianfreepress.wordpress.com/2015/07/03/russian-warships-tartus/

Non va dimenticato che la Russia ha in Siria, fin dal 1971, la sua principale base militare fuori dei suoi confini, la base navale di Tartus, e il contratto è stato rinnovato proprio lo scorso gennaio per altri 49 anni. Inoltre dispone anche di una base aerea, a Khmeimim, anche in questo caso con un contratto rinnovato lo scorso gennaio per altri 49 anni. La base di Khmeimim è di recente costruzione, nel 2015, è adiacente all’aeroporto internazionale Bassel al Assad di Latakia e serve come “il centro strategico delle operazioni militari russe contro lo Stato Islamico”.

Evidente come “il problema”, per Washington, sia la Russia ancor più che il regime siriano, di cui sarebbe perfino semplice liberarsi, se non fosse che ormai la sua sorte è intimamente intrecciata con quella della presenza russa e viceversa.

Il primo effetto del bombardamento americano è stato infatti la decisione annunciata da Mosca – che pure ne era stata preventivamente informata – di uscire dal patto con Washington sulla condivisione delle informazioni sugli aerei in volo sulla Siria, siglato per scongiurare incidenti tra l’aviazione russa e quella della coalizione anti-Isis guidata dagli americani e che coinvolge anche gli israeliani.

Sullo sfondo lo scenario, in caso di escalation militare, dell’invio di truppe di terra. In realtà, sono già presenti militari americani in Siria, come consiglieri dei combattenti siriani in procinto di attaccare Raqqa, la “capitale” dello Stato islamico.

Per l’America Trump, s’aprirebbe un paesaggio catastrofico, e non solo per l’America. Se i Tomahawk dovevano servire come armi di distrazione di massa dalla sequenza di fallimenti di quest’avvio di nuova presidenza e da sondaggi sempre più negativi – e nell’immediato stanno funzionando egregiamente – l’assenza di una qualsiasi pianificazione del dopo lascia aperto il campo a ogni tipo di sviluppo.

Siria. Scenario e retroscena della guerra di Trump ultima modifica: 2017-04-07T16:55:11+00:00 da JOHN JAY DEER

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