I voucher, Jimmy Fontana e la post-democrazia

Come il cantautore, anch'io ho riso per non piangere, vedendo leader politici che avevano votato per i voucher indignarsi e pretenderne la cancellazione, come fossero appena atterrati da Marte. Il problema non è solo la loro coerenza ma la capacità del giornalismo di fare da voce critica della società
scritto da GIOVANNI INNAMORATI

Chi ride per non piangere, è made in Italy”, cantava nel 1973 Jimmy Fontana. Ed effettivamente questa tecnica di sopravvivenza ha permesso a milioni di cittadini di andare avanti nonostante le contraddizioni del nostro Paese. Ma questo atteggiamento poi sfocia nel cinismo e impedisce la presa di coscienza collettiva dei nostri mali, impedisce il formarsi di una opinione pubblica matura e critica.

Ho pensato all’indimenticato cantautore di Camerino e al suo hit in questi mesi di dibattito sui voucher, culminati nella decisione del governo Gentiloni di emanare un decreto che li abroga, così da evitare il referendum su cui la Cgil aveva raccolto le firme necessarie. Anche io ho riso per non piangere, vedendo alcuni leader politici che negli anni passati avevano votato per i voucher (nella loro attuale forma), indignarsi e pretendere oggi la loro cancellazione e schierarsi con la Cgil, come fossero appena atterrati da Marte. È un po’ come se Matteo Renzi tuonasse contro gli ottanta Euro, oppure come se Mario Monti si scagliasse contro il rigore imposto dall’Ue o se Giovanardi strepitasse contro il proibizionismo per gli stupefacenti.

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Il problema non è solo la coerenza (o l’onestà intellettuale) di alcuni nostri politici. Quanto accaduto mette in discussione la capacità del mondo del giornalismo di fare da voce critica della società, uno degli elementi essenziali del formarsi di una opinione pubblica matura. Questa, a sua volta, è il perno centrale di una democrazia matura, come ha sottolineato Jurgen Habermas nel suo lavoro del lontano 1963.

Un po’ di memoria

Il voucher fu introdotto con la cosiddetta legge Biagi, la numero 30 del 2003, e in particolare col decreto legislativo che attuò la legge, il 276 del 2003, agli articoli 70-74. L’idea era far emergere dal nero o dall’economia informale, una serie di lavoretti svolti occasionalmente in genere a favore delle famiglie e per lo più da studenti. I casi più citati erano le prestazioni da baby-sitter o le ripetizioni di materie scolastiche.

“Per prestazioni di lavoro accessorio – si leggeva all’articolo 70 – si intendono attività lavorative di natura meramente occasionale rese da soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro, ovvero in procinto di uscirne”. Queste prestazioni venivano retribuite, appunto, con i voucher, dei buoni il cui importo allora ammontava a 7,5 euro, di cui 5,8 finivano in tasca al lavoratore e i restanti per i contribuiti Inps e Inail (dal 2005 il valore è salito a dieci euro, di cui 7,5 al lavoratore, due all’Inps e uno all’Inail).

Venivano posti dei limiti oggettivi, vale a dire riguardanti il tipo di lavoro per i quali si potevano usare i voucher, dei limiti soggettivi, che concernevano chi poteva svolgere questo tipo di attività, nonché un tetto quantitativo annuo all’utilizzo dei buoni. Dunque si poteva ricorrere ai voucher per: a) piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa la assistenza domiciliare ai bambini e alle persone anziane, ammalate o con handicap; b) insegnamento privato supplementare; c) piccoli lavori di giardinaggio, nonché di pulizia e manutenzione di edifici e monumenti; d) realizzazione di manifestazioni sociali, sportive, culturali o caritatevoli; e) collaborazione con enti pubblici e associazioni di volontariato per lo svolgimento di lavori di emergenza, come quelli dovuti a calamità o eventi naturali improvvisi, o di solidarietà. Queste attività dovevano essere effettivamente occasionali, nel senso che esse dovevano “coinvolgere il lavoratore per una durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell’anno solare” e, in ogni caso, con “compensi non superiori a tremila euro sempre nel corso di un anno solare”.

Quanto ai limiti soggettivi, l’articolo 71 specificava che “Possono svolgere attività di lavoro accessorio: a) disoccupati da oltre un anno; b) casalinghe, studenti e pensionati; c) disabili e soggetti in comunità di recupero; d) lavoratori extracomunitari, regolarmente soggiornanti in Italia, nei sei mesi successivi alla perdita del lavoro”.

Negli anni successivi, ma sempre sotto i due governi Berlusconi (2001-2006 e 2008-2011), sono stati approvati altri provvedimenti che progressivamente hanno ampliato l’ambito applicativo dei buoni-lavoro. Ne faccio ora un elenco un po’ puntiglioso che, chi non ama i dettagli, può anche saltare per andare al successivo paragrafo, laddove si parla della legge Fornero del 2012. 1) il DLgs. 251/2004 ha elevato il limite economico da 3.000 a 5.000 euro, ed ha abrogato l’articolo 71 del DLgs. 276/2003, che individuava i prestatori di lavoro accessorio; 2) il D.L. 35/2005, ha esteso l’applicazione all’impresa familiare (limitatamente al commercio, al turismo e ai servizi). Inoltre ha eliminato ogni riferimento al limite temporale di 30 giorni, per anno solare; infine il tetto dei 5.000 euro di compenso era riferito ad ogni singolo committente; 3) il D.L. 203/2005 ha ammesso l’uso dei voucher per pagare studenti e pensionati impiegati nelle vendemmie; 4) il D.L. 112/2008, ha allargato la possibilità di ricorrere ai buoni nell’ agricoltura e nei lavori domestici, e nelle attività lavorative rese durante le vacanze da parte dei giovani con meno di 25 anni, iscritti a un ciclo di studi, nonché nell’ambito della consegna porta a porta e della vendita ambulante di stampa periodica; 5) D.L. 5/2009 ha incluso le Fiere nell’ambito oggettivo di riferimento del lavoro accessorio, ed ha ammesso i committenti pubblici nei casi di lavori di emergenza e solidarietà; inoltre sono stati inseriti i week-end tra i periodi in cui gli studenti under 25 potevano essere pagati con i voucher, specificando che le prestazioni riguardavano tutti i settori produttivi; ancora, questo decreto ha incluso tra i soggetti che potevano essere pagati con i voucher le casalinghe impiegate nei lavori agricoli stagionali, i pensionati in tutte le attività produttive, nonché (in via sperimentale fino a tutto il 2012) i lavoratori in cassa integrazione, entro il limite di 3.000 euro l’anno, impiegati in tutti i settori; 6) il D.L. 78/2009 ha permesso anche alle amministrazioni pubbliche di ricorrere ai buoni lavoro in caso di esigenze temporanee ed eccezionali; 7) la legge di Stabilità 2010, cioè la L 191/2009 all’articolo 2, commi 148-149, ha ulteriormente ampliato la possibilità di ricorrere al lavoro accessorio a tutti i settori. In sostanza il centrodestra ha ampliato largamente i tre limiti inizialmente previsti, soggettivo, oggettivo e quantitativo.

Entra in gioco il Centrosinistra: la legge Fornero

Ma non è finita qui e, per quanto riguarda il ragionamento che voglio sviluppare, arriviamo anzi alla parte più rilevante. Siamo nel 2012, con il governo di Mario Monti, sostenuto da Forza Italia, Pd e Centristi, con i famosi vertici ABC (Alfano, Bersani e Casini) a Palazzo Chigi, immortalati dai selfie del leader dell’Udc. La legge Fornero di riforma del Mercato del Lavoro (n. 92 del 28 giugno 2012) ha introdotto il licenziamento individuale per motivi economici (articolo 1 commi 37-41) mantenendo formalmente l’articolo 18 ma prevedendo una serie di deroghe, senza una sola ora di sciopero, e – per quanto ci riguarda – ha ridefinito (art 1 commi 32 e 33) l’ambito di applicazione dei buoni-lavoro, tenendo in vita solo il tetto quantitativo annuo: “Per prestazioni di lavoro accessorio – recita l’art 1 comma 32 – si intendono attività lavorative di natura meramente occasionale che non danno luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 5.000 euro nel corso di un anno solare”. Scompaiono dunque i limiti oggettivi, cioè gli ambiti produttivi entro i quali si può ricorrere al lavoro accessorio. Anzi, si esplicita che vi possono ricorrere commercianti e professionisti: fermo restando il tetto dei 5.000 euro, le attività svolte a favore di questi ultimi non possono eccedere i 2.000 euro per committente. La Legge Fornero cancellò le norme sperimentali che consentivano prestazioni di lavoro accessorio da parte di titolari di contratti part-time e dei lavoratori in Cassa Integrazione; poi però si cambiò idea dopo appena un mese e nella legge 134 del 2012 (di conversione del cosiddetto decreto sviluppo, 83/2012) si permise di nuovo per il 2013 che i cassaintegrati potessero svolgere prestazioni di lavoro accessorio in tutti i settori produttivi (compresi gli enti locali) nel limite massimo di 3.000 euro all’anno. Questo permesso fu poi prorogato per il 2014 dal Governo di Enrico Letta nel decreto Milleproroghe, il 150 del 30 dicembre 2013.

Ma il governo Letta aveva fatto anche altro con il famoso (o famigerato nel caso dei voucher) Decreto Lavoro del 28 giugno 2013, il DL 76/2013. L’ambito di applicazione è ampliato a dismisura escludendo che le prestazioni debbano avere “natura meramente occasionale” (art7, comma 2 lettere e) ed f)). Tolta l’occasionalità, esteso il ricorso ai buoni a tutti i settori produttivi, ed eliminati i limiti soggettivi, si aprono praterie.

E il Jobs Act? La riforma del mercato del lavoro del governo Renzi, con il decreto legislativo 81 del 2015, ha alzato il tetto quantitativo a 7.000 euro, ma ha anche posto dei paletti ai “committenti imprenditori e professionali”: questi possono acquistare i voucher solo per via telematica, così da permetterne la tracciabilità (le famiglie possono continuare ad acquistarli nelle tabaccherie o nei concessionari autorizzati) in vista di una verifica di questo strumento, che infatti è avvenuta a fine 2016.

 

Gli imprenditori o i professionisti che ricorrono ai voucher (art 49, comma 3) “sono tenuti, prima dell’inizio della prestazione, a comunicare alla direzione territoriale del lavoro competente, attraverso modalità telematiche, ivi compresi sms o posta elettronica, i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore, indicando, altresì, il luogo della prestazione con riferimento ad un arco temporale non superiore ai trenta giorni successivi”.

Nel Report dell’Inps sui voucher utilizzati nel 2016, pubblicato il 19 gennaio 2017, si spiegava che dall’entrata in vigore della tracciabilità dei buoni, si è assistito a un netto stop all’incremento del loro utilizzo. Nel 2015 erano stati venduti 115,07 milioni di voucher, saliti a 133,8 l’anno successivo, ma tale aumento si era fermato a ottobre 2016, quando sono entrate in vigore le norme sulla tracciabilità. Trend confermato dai dati Inps dei mesi successivi resi noti.

Volendo sintetizzare il lungo processo di modifiche normative, il centrodestra ha sempre puntato all’ampliamento del ricorso ai buoni lavoro. Il Pd sotto la segreteria Bersani (il responsabile Economia e Lavoro era Stefano Fassina) ha approvato un ulteriore allentamento dei limiti dei voucher (Legge Fornero) quando ha sostenuto il governo tecnico di Monti; inoltre quando ha guidato il governo di Grande Coalizione con il suo vicesegretario, Enrico Letta, ha eliminato qualsiasi paletto, abrogando la “natura occasionale” di questa prestazione lavorativa. Va ricordato che al momento del varo del decreto 76/2013, il capogruppo alla Camera del Pd era Roberto Speranza, Stefano Fassina era viceministro dell’Economia, mentre il segretario era Guglielmo Epifani, eletto dall’Assemblea nazionale Dem l’11 maggio, dopo le dimissioni di Bersani il 23 aprile. Con la segreteria e il Governo Renzi c’è stata una parziale inversione di tendenza, con l’introduzione della tracciabilità.

Il rider per non piangere

Nel 2012, al momento dell’esame e dell’approvazione della legge Fornero, i voucher non turbarono i sonni degli allora dirigenti del Pd. L’unico momento di tensione quando si discusse sull’estensione del ricorso ai buoni in agricoltura, su cui insisteva anche il ministro Catania. Il 16 maggio Stefano Fassina attaccò: “E’ inaccettabile l’ostinazione del ministro Catania sull’estensione selvaggia del voucher in agricoltura”. Posizione questa condivisa dall’ex ministro del lavoro Cesare Damiano. Poi i relatori in Senato, Tiziano Treu (Pd) e Maurizio Castro (Pdl) presentarono un emendamento che mise d’accordo tutti e la polemica finì. Anche da parte delle sigle sindacali le polemiche ci furono unicamente per l’eventuale estensione del ricorso ai buoni-lavoro in vari settori del lavoro agricolo, anche con minaccia di sciopero, poi rientrata dopo l’emendamento dei relatori.

Stesso scenario nel 2013, quando il decreto 76 del Governo Letta spalancò le porte all’uso indiscriminato dei buoni-lavoro. Compulsando l’Archivio elettronico dell’Ansa (Dea), non emergono dichiarazioni contrarie, per altro nemmeno dal fronte sindacale. L’unica voce critica quella di Maurizio Sacconi, ma per ragioni opposte: il 24 luglio, durante le ultime battute del passaggio parlamentare del decreto 76, chiedeva l’ampliamento delle possibilità di ricorso al lavoro accessorio in agricoltura.

Come è noto nel 2017 molti di quelli che votarono la legge Fornero (Fassina, Bersani) o il decreto 76 di Letta (Speranza, Epifani, i bersaniani) hanno criticato in modo incisivo i voucher nella loro attuale versione, specie dopo che la Corte costituzionale ha approvato il referendum che li cancella. Del solo Speranza risultano sull’Archivio dell’Ansa ben 14 interventi da inizio anno: in essi l’ex capogruppo Pd addossa al Jobs act la responsabilità del ricorso abnorme a queste prestazioni di lavoro. Ovviamente tutti a favore del sì al referendum della Cgil, la quale a sua volta – secondo i dati Inps – è ricorsa essa stessa ai voucher per pagare i propri associati pensionati per una serie di prestazioni di lavoro.

Qui non interessa polemizzare con Speranza, Fassina o i bersaniani. Al di là dell’incoerenza e della strumentalità delle loro prese di posizione, il tema è l’inquinamento del dibattito politico e la prevalenza dell’istanza populista su quella riformista. Nello specifico il cocciuto riformismo di Cesare Damiano che ha presentato una proposta di legge (AC 3601) per riformare i voucher e riportarli alla versione originale del 2003, è dovuta soccombere di fronte al populismo di sinistra: il timore di un referendum che venisse strumentalizzato in chiave anti Pd e anti-Renzi, imputando ad esso l’abuso dei voucher, ha spaventato lo stesso Renzi e ha indotto il governo Gentiloni a emanare un decreto che ha abrogato i voucher.

L’elemento patologico del nostro dibattito pubblico è che la mia categoria, quella dei giornalisti professionisti, non è stata in grado di adempiere al suo compito: nessuno ha rinfacciato ai “marziani” Fassina, Speranza, ecc di aver votato il decreto 76 del governo Letta, e nessuno ha fatto il “fact checking” sulle loro affermazioni. Se i due “formatori” principali dell’opinione pubblica – opinion leader (in questo caso i politici) e i giornalisti – non assolvono ai loro compiti, viene meno la possibilità di una opinione pubblica matura e critica, che è alla base della possibilità dei cittadini di farsi una propria idea e di deliberare in favore dell’uno o dell’altro partito. In sostanza viene meno un pilastro della democrazia. Per certi versi, se si è parlato di post-verità nel caso delle fake-news ritenute vere per il semplice fatto che sono condivise milioni di volte sui social, potremmo parlare anche di post-democrazia in uno scenario in cui i formatori dell’opinione pubblica la abbandonano – o per calcolo o per imbroglio – ai flutti delle impressioni generate dalle urla dei populisti.

Ma i voucher non hanno rappresentato l’unico caso in cui l’istanza populista ha inquinato il dibattito impedendo la scelta più razionale, con i riformisti che si sono piegati a questa logica. Vanno ricordati alcuni di essi. Il reato di immigrazione clandestina, hanno osservato molti magistrati, andrebbe cancellato perché non solo non ha avuto un effetto deterrente, ma è stato di ostacolo all’identificazione degli scafisti, perché l’immigrato non può essere testimone, essendo a sua volta imputato in reato connesso.

Ebbene il Governo Renzi a fine 2015 – sollecitato anche dal Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti – annunciò l’intenzione di abolirlo, ma a inizio 2016, vi fu una improvvisa inversione di rotta: “secondo i magistrati – disse Renzi al Tg1 delle 20 il 10 gennaio – il reato non serve ed anzi intasa i tribunali, ma è anche vero che c’è una percezione di insicurezza per cui questo percorso di cambiamento delle regole lo faremo tutti insieme senza fretta”. Concetto ribadito il 12 a Repubblica.Tv: “Non possiamo immaginare che in un momento in cui l’opinione pubblica avverte l’insicurezza legata all’immigrazione, anche se per molti aspetti non e’ cosi’ ed i reati sono diminuiti, ci sia un intervento del genere. Compito del governo non e’ quello di calare schemi dall’alto ma governare i processi”. L’approccio riformista non ha avuto la forza di spiegare la realtà all’opinione pubblica, contrastando le affermazioni di Salvini o di Meloni, contro l’abrogazione del reato, ed ha preso la scorciatoia più facile, quella di incamminarsi sul terreno populista. Non se ne è fatto più nulla.

Analoghi schemi si sono ripetuti per esempio sulla riforma del catasto, sia nel 2014 subito dopo l’approvazione della delega fiscale, che impegnava il governo a mettere mano a questo settore, sia in questi giorni. Anche qui l’equità vorrebbe una riforma che facesse pagare di più ai proprietari di case accatastate con vecchi metodi (ad esempio come case popolari abitazioni oggi nel centro storico delle città) così da far pagare di meno altri (la delega era a saldo zero). Il Governo rinunciò, spaventato dalla polemica politica della destra che paventava un aumento delle tasse generalizzato. Ed anche oggi la riforma del catasto, ritornata nel dibattito politico, sembra rispedita in cantina proprio dal Pd che dovrebbe essere il paladino del riformismo.

Per certi versi anche la polemica con la Commissione Ue contro il rigore e in nome della “flessibilità” da parte di Renzi ha risposto alla stessa logica. Quando un Salvini o un Grillo attaccano la Ue “serva della Merkel”, se si vuole essere riformisti occorre avere gli strumenti – anche polemici – per spiegare che i Conti pubblici in ordine sono una tutela delle generazioni più giovani, su cui ricadono i debiti.

Anche in Germania ci sono forze populiste sia di destra (Afd) che di sinistra (Die Linke), ma lì la Spd tiene salda la barra del timone, e le battaglie vengono portate avanti su giuste istanze, e magari anche vinte, come è stato per l’aumento del salario minimo orario. Non è un caso che al di là della crescita della destra xenofoba di Afd, in Germania la democrazia è assai più salda che da noi.

“Certo non si può nascondere – cantava ancora Jimmy Fontana – che a sopravvivere ci vuole abilità / e convincersi che i tuoi difetti al limite sono qualità”. Forse è giunto il momento di non accontentarsi più di sopravvivere né di convincersi illusoriamente che i nostri difetti sono qualità.

I voucher, Jimmy Fontana e la post-democrazia ultima modifica: 2017-04-10T23:41:08+02:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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