Modigliani oltre la leggenda

La retrospettiva sul pittore livornese al Palazzo Ducale di Genova è un'occasione per fare pulizia di alcune delle tante, troppe leggende nate intorno all'artista dopo la sua morte
scritto da MARIO GAZZERI

Per aver cominciato a studiare solo da tre o quattro mesi, devo dire che Dedo non dipinge troppo male e disegna benissimo”. Così Eugenia Garsin, madre italo-francese di Amedeo Modigliani, scriveva nel suo diario quando il figliolo adolescente, che fin da bambino aveva mostrato una forte inclinazione per la pittura, cominciò a pensare di abbandonare la scuola per andare a studio da Guglielmo Micheli, allievo tra i migliori di Giovanni Fattori.

La bella retrospettiva del grande pittore livornese nel Palazzo Ducale di Genova (Modigliani sarà aperta fino al 16 luglio prossimo) ci offre il destro, indirettamente, per fare piazza pulita delle troppe leggende fiorite dopo la sua morte all’ospedale della Charité a Parigi, nel 1920, all’età di trentacinque anni. A partire dalla facile assonanza francese “Modì-maudit” si costruì, consolidandosi negli anni, un’immagine che solo in piccola parte corrisponde alla verità vera e che, nell’ormai lontano 1958, sua figlia Jeanne per prima si curò di ridimensionare nel suo bel libro Modigliani senza leggenda, dedicato al “padre sconosciuto”.

Jeanne, che fu per una vita insegnante d’arte e d’italiano in una scuola parigina, rimase orfana nel 1920 in tenerissima età quando il padre morì di tisi (forse una conseguenza di una forma leggera della micidiale “influenza spagnola”) e la madre Jeanne Hébuterne si suicidò, gettandosi nel vuoto dal quinto piano della casa dei genitori, con un figlio in grembo, appena quarantott’ore dopo la morte del suo amato Amedeo.

Fortemente legato alla cultura classica e alla letteratura italiana, Modigliani soleva spesso intrattenere i suoi amici declamando nello studio del Bateau Lavoir versi di Dante, Petrarca, Carducci e D’Annunzio, nell’ordine i poeti che più amava. Il suo percorso pittorico fin dai primi anni di attività fu in parte ispirato dall’arte etrusca, dai senesi del due-trecento e da Cézanne. Nel periodo che dedicò alla scultura, sotto l’influenza di Brancusi, sono invece palesi i riferimenti all’arte primitiva e alla scultura africana. Apprezzava Baudelaire ma non si integrò mai completamente nella vita culturale francese.

La fama di pittore maledetto si diffuse soprattutto dopo l’inaugurazione della sua prima mostra a Parigi, fatta chiudere nel giro di poche ore dalla polizia a causa dei suoi “nudi” giudicati osceni, e per via del suo sodalizio col pittore bielorusso Chaim Soutine, israelita come lui, alcolizzato e più simile a un vero e proprio clochard che non a un artista. Ma anche a causa dell’uso di stupefacenti a cui, peraltro, Modigliani ricorreva saltuariamente e soprattutto in funzione terapeutica. L’assenzio che beveva o l’hashish che fumava servivano soprattutto a dargli sollievo e a dimenticare i problemi di salute. Soutine, che doveva la sua stessa vita alla generosità del suo amico italiano, sopravvisse a Modigliani diventando famoso e ricco, ma tradì poi la memoria del suo benefattore affermando in un’intervista: “se ho avuto problemi di alcool è stata tutta colpa di quell’ubriacone italiano”.


È vero tuttavia che alcuni comportamenti, come i frequenti scatti di collera e le numerose amanti, contribuirono alla fama di pittore intrattabile e dissoluto. “Litigammo furiosamente, lui mi tirò una bottiglia e io lo aggredii con una scopa, ce le demmo di santa ragione. Però, se ora ci ripenso, che bei tempi erano quelli!”, ricordava negli anni ’30 Beatrice Hastings, poetessa inglese più volte ritratta da Modì e che fu per anni sua amante.

Come ricorda l’esperta inglese Meryle Secrest, nella sua biografia Modigliani, a life, quello era il periodo, proseguito anche nel secondo dopoguerra, in cui andavano di moda les vies romancées e les vies imaginaires, biografie romanzate che “erano di gran lunga preferibili alla realtà prosaica”. Ad esempio La vie passionnée de Modigliani, scritta da André Salmon nel 1957, era in realtà un vero e proprio romanzo “spacciato poi come un’opera fattuale nel 1961 con il titolo Modigliani, a memoir. Nel libro, presentato come una biografia, l’autore dedica ben dieci pagine a dialoghi inventati di sana pianta e a lunghe conversazioni fittizie come quella che sarebbe avvenuta a Venezia tra il pittore, Ardengo Soffici e Giovanni Papini. La realtà, secondo Lunia Czekhowska, amica del pittore che la ritrasse diverse volte, era che Modigliani e Salmon si odiavano e lo scrittore disprezzava il livornese definendolo un “ubriacone vagabondo”.

Ma, sempre secondo Meryle Secrest, la falsificazione più distruttiva della vita di Modì la realizzò il film Montparnasse del 1958 con Gérard Philippe nel ruolo del protagonista. Un’accozzaglia di luoghi comuni in cui l’eroe viene descritto come un giovane inspiegabilmente annoiato, triste e mantenuto da una ricca amante. A denunciare le falsità del film anche Anna Achmatova, la poetessa russa che amò Modigliani poco dopo il suo arrivo a Parigi. “Anche poco tempo fa” disse la Achmatova “Modigliani è stato il protagonista di un film francese piuttosto volgare, “Montparnasse”, che tristezza!”.

Modigliani oltre la leggenda ultima modifica: 2017-04-10T22:52:57+00:00 da MARIO GAZZERI

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