L’era della “stabilità” putiniana, a cent’anni dal 1917

scritto da ANNALISA BOTTANI

La storia insegna che la storia non ha ancora insegnato niente a nessuno
Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Abbasso lo Zar”, questo è il grido che echeggiava lo scorso 26 marzo a San Pietroburgo, una delle principali città russe in cui si sono svolte le proteste antigovernative e anticorruzione organizzate dall’oppositore politico Alexei Navalny che hanno portato all’arresto di oltre mille persone e di Navalny stesso [rilasciato il 10 aprile].

A fine marzo, durante il Forum che si è tenuto ad Arkhangelsk, il presidente Vladimir Putin ha messo in guardia l’opinione pubblica parlando di “forze politiche non identificate” decise ad usare il tema della corruzione per promuovere i “propri interessi” e a gettare il Paese nel caos. Una strategia, secondo Putin, adottata per dare avvio alle “Primavere Arabe” o al colpo di stato in Ucraina (“Putin, in first remarks on Russian protests, warns of potential chaos”, The New York Times, 30 marzo 2017).

Alexei Navalny

Dopo l’attentato a San Pietroburgo del 3 aprile, anche il primo ministro Dmitry Medvedev, accusato di corruzione sempre da Navalny, ha confermato, a grandi linee, quanto espresso dal presidente. Tutto questo si inserisce in uno scenario politico estremamente delicato, considerata la necessità da parte di Putin, in vista delle elezioni del 2018, di restituire al popolo russo un’immagine “vincente” del Paese in Siria dopo i bombardamenti americani e l’“eventuale” nuovo corso della Presidenza Trump. Di certo Putin intende evitare, come ricorda Garry Kasparov, l’impatto negativo sull’opinione pubblica del ritiro delle truppe dall’Afghanistan avviato nel 1988.

Questi eventi contrastano con la filosofia putiniana che vede nella stabilità un principio cardine della politica russa, e, nel contempo, rievocano le conseguenze di tutte le rivoluzioni, antiche e recenti, tra cui Ucraina e Georgia (“The Russian revolution: then and now”, Serge Schmemann, The New York Times, 16 marzo 2017).

Perché, riprendendo le parole dello storico Nikita Sokolov, per la presidenza Putin “ogni rivoluzione è una rivoluzione ‘colorata’”. E la Rivoluzione del 1917, il cui spirito è stato “rievocato” simbolicamente da alcuni giornalisti il 26 marzo, è, infatti, a distanza di cento anni, ancora un tema “scomodo” per il Cremlino.

Le autorità stanno “gestendo” con grande cautela l’anniversario delle “due” Rivoluzioni del 1917: quella di marzo (febbraio per il calendario giuliano), che portò alla sostituzione dello Zar con un governo provvisorio (secondo alcuni analisti, fu l’unico momento in cui sembrò possibile l’idea di una svolta democratica), non ha visto, quest’anno, celebrazioni (se non in ambito accademico), mentre quella di novembre (ossia, ottobre), che portò alla costituzione del primo partito comunista del mondo, nel 2016 è stata, secondo la testimonianza del giornalista del Guardian Shaun Walker, solo la “riproduzione di una parata militare del novembre del 1941.”

L’account-parodia @DarthPutinKGB, ispirato alla figura di Vladimir Putin e “chiuso” nel 2016 per alcuni giorni da Twitter stesso, ha provocatoriamente chiesto di “smettere di twittare sulle proteste di 100 anni fa contro il regime corrotto. La gente si fa strane idee. E le idee sono un male.” Un tweet che sintetizza brillantemente l’attuale spirito politico russo.


Putin ritiene complessa la creazione di uno storytelling su questo tema poiché può avere un impatto divisivo sull’opinione pubblica. Per il suo “inviato speciale” in ambito culturale, Mikhail Shvydkoy, “per alcuni la Rivoluzione è stata la campana a morto per la Grande Russia”, mentre per altri il periodo sovietico coincide con “il momento migliore della loro vita.” (“Revolution? What revolution? Russia asks 100 years later”, The New York Times, 10 marzo 2017).

E proprio per apprendere e insegnare la storia, attraverso il consolidamento di una coscienza collettiva, lo scrittore e giornalista Mikhail Zygar, attraverso un’iniziativa di “edutainment”, ha ideato “Project 1917”, che, grazie alle piattaforme web e social, consente di rivivere giorno per giorno gli eventi del 1917 fino a gennaio del 1918.

Alla luce delle diverse parti chiamate in causa, come si può valutare dal punto di vista storico la Rivoluzione del 1917? È possibile perseguire la ricerca della verità che, secondo Carlo Ginzburg, “è ancora il compito fondamentale per chiunque faccia ricerca, storici inclusi”? “Il nocciolo duro del loro lavoro”, ci insegna lo storico Giovanni De Luna, “resta, alla fine, sempre quello di stabilire, attraverso l’analisi dei documenti, quale sia la storia più vera, o più verosimile, e di raccontarla attraverso un resoconto fedele.”

Su questo punto cruciale può venirci incontro un saggio, ripubblicato da poco in Italia, dello storico e politologo russo Roy Medvedev, una delle più autorevoli voci dissidenti dell’URSS, il cui titolo pone un quesito condiviso da molti: “La Rivoluzione d’ottobre era inevitabile?” (Edizioni Res Gestae, 2017).

Secondo Roy Medvedev, “nessun altro avvenimento del passato ha dato origine a giudizi – non solo diversi, ma addirittura contraddittori – come la rivoluzione russa” (quella di ottobre, naturalmente). Analizzando le diverse posizioni dei soggetti coinvolti (menscevichi, socialisti rivoluzionari, bolscevichi etc.) e degli storici, R. Medvedev introduce anche altri parametri per valutare questi eventi, tra cui, ad esempio, “l’ineluttabilità, la maturità e la necessità” degli stessi.

A suo avviso, “la rivoluzione democratica di febbraio non fu un avvenimento ineluttabile”: si trattava di una “probabilità, di uno sbocco eventuale della situazione” su cui influivano sicuramente il malcontento delle masse operaie e contadine, la sofferenza dei soldati in guerra, rendendo “reale la prospettiva di un abbattimento rivoluzionario dell’autocrazia.” A causa di altri fattori concomitanti, come la perdita di autorità del clero, l’incapacità politica dello Zar e l’azione della Duma contro lo zarismo stesso, “ci voleva ben poco” per scatenare l’insurrezione del popolo a febbraio.

La fine dell’autocrazia era “un fatto logico”, ma non “l’unica possibile risultante” dei processi in atto. R. Medveved non concorda con alcuni storici convinti dell’ineluttabilità e della necessità della vittoria di ottobre in quanto, come sottolinea l’accademico A. Rumjantsev, “il cammino che condusse dal febbraio all’ottobre non fu rettilineo; la vittoria dei bolscevichi non era, per così dire, ‘programmata’, e cioè irreversibile fin dall’inizio. I bolscevichi dovettero superare difficoltà colossali per portare sulle loro posizioni la maggioranza del popolo.” In questo processo il ruolo di Lenin fu fondamentale.

La Rivoluzione d’ottobre non è stata, dunque, ineluttabile, ma, ben più di quella di febbraio, è stata “uno dei possibili sbocchi della situazione russa. L’evento non fu né casuale né ineluttabilmente necessario, ma, com’è per ogni fatto della storia, fu il frutto e della necessità e del caso”: non fu solo il “risultato di un movimento di massa apparentemente incontenibile” e “non fu dovuta unicamente all’azione consapevole e organizzata del Partito e dei bolscevichi.” La vittoria era strettamente legata al ruolo di alcune figure di punta (Trotskij etc.) e di Lenin. Da maggio a ottobre, sottolinea R. Medvedev, le masse popolari avevano goduto di “una libertà politica quasi totale”, “i partiti di sinistra erano tutti legali”, la borghesia era stata incapace di creare un solido apparato governativo e quello zarista si era sgretolato: tutto ciò dava ai bolscevichi la possibilità di avviare non solo “il lavoro di agitazione e propaganda”, ma anche di creare un esercito politico “armato” (alla vigilia dell’insurrezione i bolscevichi disponevano di trecentomila uomini armati).

Ma – ed ecco il punto centrale dell’analisi – la Rivoluzione d’ottobre fu “prematura”? Medvedev riconosce la validità delle riforme apportate dalla Rivoluzione d’ottobre (l’abolizione delle corporazioni, dei gradi e dei titoli, il decreto sul matrimonio civile, sui figli e sui registri di stato civile che riconosceva alle donne gli stessi diritti degli uomini, l’annullamento dei debiti di stato, il controllo operaio sulla produzione, la nazionalizzazione dei settori chiave dell’industria etc.), ma ricorda anche che dopo il 1918 tentarono la politica, certamente prematura, di “instaurazione diretta del socialismo”, facendo passi falsi, “esperimenti e salti comunistici”.

Secondo Medvedev, i bolscevichi avrebbero dovuto effettuare nel 1918 tutte le concessioni ai piccoli contadini e alla piccola borghesia fatte nel 1921, con la Nuova Politica Economica. Gli eventi successivi – la guerra civile di tre anni, la collettivizzazione forzata del 1929/ 1930, le violenze contro i contadini, il terrore del biennio 1937/1938 – hanno convinto gli storici che la Rivoluzione d’ottobre fu prematura. Tutto ciò ha portato non solo “gli storici borghesi, ma anche sinceri fautori del socialismo” a considerare i bolscevichi dell’epoca della guerra civile non “eroi”, ma “mostri”. “La fama di fautori del ‘terrore’ che si crearono allora i bolscevichi” ha danneggiato profondamente “la causa del socialismo in tutto il mondo.”

Il presidente Putin, invece, come sta “interpretando” la Storia?
Nel corso degli anni il suo obiettivo è sempre stato quello di creare un senso di unità, “un destino nazionale”, ideando uno storytelling basato sulla grandezza della Santa Madre Russia ed esaltando le vittorie riportate (come quella sui Nazisti, celebrata il 9 maggio) o figure storiche di eroi cui ispirarsi (tra questi, Vladimiro Il Grande, il Principe di Kiev che nel 988 d.C. adottò la religione cristiana ortodossa). La Rivoluzione, del resto, non gli offre elementi utili ai fini della propaganda: Putin, secondo Zygar, non può certo identificarsi con Lenin in quanto rivoluzionario, ma neanche con lo Zar Nicola II, considerato un leader debole (“Tragedy or triumph? Russians agonise over how to mark 1917 revolutions”, Shaun Walker, The Guardian, 17 dicembre 2016).

Contravvenendo alla sua consueta cautela, all’inizio del 2016 Putin si è, tuttavia, pronunciato sulla figura di Lenin e sul comunismo (“Vladimir Putin accuses Lenin of placing a ‘time bomb’ under Russia”, The Guardian, 25 gennaio 2016). In particolare, ha criticato aspramente Lenin e i bolscevichi per la brutale repressione e i massacri messi in atto dopo il 1917 e per aver messo “una bomba ad orologeria” sotto le fondamenta dello Stato, a causa di un’errata definizione dei confini. L’esempio più significativo per lui è certamente l’area del Donbass, posta, ai tempi di Lenin, sotto la giurisdizione ucraina per incrementare “la percentuale di proletariato”.

Si è, inoltre, espresso sull’ideologia comunista, cui pure ha aderito da iscritto al PCUS (condizione necessaria per far parte del KGB). Pur rievocando molti valori presenti nella Bibbia, ha dichiarato Putin, “l’utopia socialista” non ha portato alla creazione della “Città del Sole” né all’affermazione dei principi di cui intendeva farsi portatrice.

Recentemente si è tornati, inoltre, a discutere della possibilità di rimuovere il corpo di Lenin dal Mausoleo, situato sulla Piazza Rossa di Mosca. La sua rimozione potrebbe, da una parte, far passare alla storia Putin come il leader e la “figura paterna” in grado di “rompere con il passato sovietico” (“A century after Russian Revolution, will Putin bury Lenin?”, Radio Free Europe Radio Liberty, 2 gennaio 2017), mentre, dall’altra, potrebbe rischiare di liberare forze politiche nostalgiche, turbando lo status quo.

Pare non sia giunto ancora il momento di prendere questa decisione. E, dunque, i tre “Vladimir” – Lenin, Vladimiro Il Grande, cui è stata dedicata nel 2016 una statua di 16 metri, e Vladimir Putin – coesistono ancora all’ombra del Cremlino in attesa che la Storia faccia il proprio corso.

Finito di redigere in data 10 aprile alle ore 20.

L’era della “stabilità” putiniana, a cent’anni dal 1917 ultima modifica: 2017-04-11T17:47:54+00:00 da ANNALISA BOTTANI

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