Présidentielle. Il voto etnico e religioso c’è ma non si vede

Nella Costituzione francese è bandita qualsiasi distinzione di “razza, religione o di credo”. E la legge pertanto impedisce la raccolta e il trattamento di dati a carattere personale che possano far trasparire le origini o le opinioni politiche e religiose. Questo però non ha impedito ai partiti di guardare con interesse al voto etnico e religioso. E di “coltivare” questi elettorati.
scritto da Marco Michieli

Negli Stati Uniti, al momento del censimento decennale, si chiede ai cittadini di definirsi “etnicamente”: indiano-americano, asiatico, afroamericano, hawaiano, ispanico, caucasico, ecc…

Quando vogliamo sapere chi tra questi ha votato per Donald Trump o per Hillary Clinton è facile. Sono numerosi i siti che riportano le interessanti cartografie elettorali. Sappiamo ad esempio che gli afroamericani votano democratico e che i protestanti bianchi votano repubblicano.

Ecco questo non accade in Francia, che è pure terra di lontana e datata immigrazione.
La ragione? Perché raccogliere dati di carattere etno-razziale e religioso è proibito in nome della lotta contro le discriminazioni. Chi cerca quindi di capire le dinamiche elettorali legate alle provenienza dei cittadini deve dotarsi di grande pazienza e molta fantasia. Spesso lo fa isolando gli elettori francesi sulla base del nome o del cognome.

Spesso, come nel caso del voto sulla base della confessione religiosa, si fa attraverso interviste campione, con il consenso degli intervistati e l’anonimato dei dati. E comunque serve un’autorizzazione (precisamente della Commission nationale de l’informatique et des libertés), che viene fornita solo per lavori di ricerca (e in deroga). Molto spesso i ricercatori si auto-censurano per non incorrere in peggiori conseguenze.
Quello delle statistiche etno-razziali rimane un terreno minato.

“La République est une et indivisible”

Che queste statistiche possano essere utili, molti non ne dubitano. Il Regno Unito le ha introdotte nel 1991 nel censimento generale della popolazione. Gli studiosi ritengono che sia fondamentale comprendere come le popolazioni si comportano in funzione delle loro origini. Tali dati possono essere utili per comprendere e lottare contro le discriminazioni razziali e sociali. E per rispondere meglio alle sfide dell’integrazione. Considerato che in Francia nel 2012 circa il venti per cento della popolazione, tra prime e seconde generazioni, era di origine straniera, la questione ha una certa rilevanza.

La Francia però bandisce nella sua Costituzione qualsiasi distinzione di “razza, religione o di credo” tra i suoi cittadini. E la legge pertanto impedisce la raccolta e il trattamento di dati a carattere personale che possano far trasparire le origini o le opinioni politiche e religiose. La République non riconosce l’identità etnica o razziale perché la République è una e indivisibile. Se si iniziasse a costruire una visione “etnica” della società, che fine farebbe il principio dell’égalité? Brevemente, l’uguaglianza repubblicana è un mito fondatore. E la tradizione giuridica ne difende la concezione universalista.

In Francia la passione repubblicana per l’égalité conduce quindi a sospettare di qualsiasi divisione tra i francesi rispetto alle origini o al credo religioso. Molto spesso si accusano quindi tali statistiche di voler mascherare la questione sociale. Qualche settimana fa a Lione, Emmanuel Macron è stato vittima di questa passione. “Non esiste una cultura francese” ha detto Macron poiché “la cultura in Francia è innanzitutto frutto della diversità e della molteplicità”. Gli editoriali e le prese di posizione critiche non si sono risparmiate. Un’idea astratta e formale dell’uguaglianza che spesso cozza con la realtà.

L’avanzata del Front National ha complicato il dibattito. Si pensi ad esempio che, agli inizi degli anni ’90, l’Ined, l’Istituto nazionale di studi demografici, fu accusato di voler diffondere le teorie lepeniste soltanto per aver preso in considerazione la possibilità di introdurre statistiche di tal genere.

La politicizzazione della questione ha pertanto impedito una tranquilla riflessione sul tema. Ma non ha impedito ai partiti politici di guardare con interesse al voto etnico e religioso. E a “coltivare” questi elettorati. Un esempio recente? Il sostegno della sempre più rilevante comunità asiatica ad Alain Juppé, durante le primarie della destra. Installati a Parigi negli anni Settanta/Ottanta, si tratta per lo più di persone provenienti dal Vietnam, dalla Cambogia e dal Laos e da sempre vicini ai neogollisti, in nome dell’anticomunismo.
Ma i neogollisti non sono soli.

Il Compagno Saleh?

Qualcuno ha paragonato gli elettori francesi di origine arabo-musulmana a quello che gli afroamericani rappresentano per i democratici. Una base solida di voti e valutata attorno al cinque per cento del corpo elettorale. Negli ultimi venti anni infatti i francesi arabo-musulmani hanno votato massicciamente a sinistra (dati Ifop). Tra il 1988 e il 2001 circa il 46 per cento si collocava a sinistra contro il dodici per centro al centro e quattro per cento a destra. Nel 2005, altre ricerche hanno rilevato come circa due francesi su tre di origini maghrebine, africane e turche si senta più vicino ad un partito di sinistra. Percentuali che sono andate crescendo nel tempo.

Al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2012, circa l’86 per cento degli arabo-musulmani ha votato Hollande. Nessun’altra “categoria” ha votato così tanto per il candidato socialista.

Probabilmente risultati così netti a svantaggio della destra repubblicana sono dipesi anche dalla polarizzazione attorno alla figura di Nicolas Sarkozy. Le sue numerose dichiarazioni polemiche hanno allontanato parte di questi elettori. Si trattava comunque di un elettorato anticamente e strutturalmente ostile alle destre.

Le cose però oggi sembrano essere cambiate. Una volta andatosene Sarkozy ritornano voti liberi. E i socialisti ne pagano le conseguenze. Con le elezioni locali del 2014, questo elettorato, deluso da Hollande per l’assenza di risultati in termini di occupazione, si è astenuto facendo vincere la destra repubblicana. La questione del matrimonio omosessuale e dell’educazione sessuale a scuola hanno creato delle divisioni ulteriori tra la sinistra e una parte minoritaria di questo elettorato.

Difficile da gestire. E che interrogano sulla durata della vicinanza tra la comunità arabo-musulmana e la sinistra. Al momento dell’elezione presidenziale in Tunisia, molti francesi di origine tunisina e con doppia nazionalità hanno votato in maggioranza per il candidato di Ennahdha (nda, partito di orientamento islamista moderato).

Che ci sia dello spazio politico lo hanno capito bene a destra. Non a caso molti dirigenti dell’UMP (Union pour un Mouvement Populaire, “eredi” del gollismo) hanno più volte dichiarato che l’ostilità dell’elettorato arabo-musulmano nei confronti della destra parlamentare era fondata sul rigetto di una persona e dunque non strutturale. E in numerosi casi, soprattutto a livello comunale, il voto di origine arabo-musulmana è andato al candidato maggiormente in grado di porre una barriera rispetto al candidato più minaccioso. Di qui il voto per i candidati dell’UMP, là dove l’avversario era il Front National.

Perché un elemento stabile di questo elettorato è la refrattarietà rispetto al Front National. E il FN è in parte corso ai ripari, nella sua strenua ricerca di allargare la base elettorale. Con scarso successo. Come la campagna “Musulmano, ma innanzitutto Francese”, una serie di operazioni organizzate dai militanti frontisti nelle banlieue con l’obiettivo di raccogliere consensi tra la popolazione di origine arabo-musulmana. O la nomina di Farid Smahi nel bureau politico del FN, il politico che amava ripetere che circa un milione di francesi arabo-musulmani avevano votato Marine Le Pen alle presidenziali del 2012. L’adesione al FN è durata poco tuttavia. Sostenitore della causa palestinese lascia il FN, in polemica con l’avvicinamento di Marine Le Pen ai “sionisti”.

 

La Kippah di Marine Le Pen

Storicamente l’elettorato di religione ebraica vota a destra e a sinistra seguendo di volta in volta la media nazionale. Col 2007 le cose cambiano: in quest’elettorato la destra neogollista realizza delle performances ben oltre la media nazionale. Nicolas Sarkozy assume posizioni molto forti sulla lotta sulla sicurezza e sul sostegno allo stato di Israele: circa il 46 per cento degli elettori di religione ebraica lo votano al primo turno, contro il 31 per cento raccolto da Sarkozy a livello nazionale.

Le cose cambiano anche qui tuttavia. A vantaggio di….. Marine Le Pen. Perché se alle elezioni presidenziali del 2002 e del 2007 il risultato tra gli elettori di religione ebraica è piuttosto basso per il Front National, c’è un’evoluzione nel 2012. Sarkozy mantiene un legame privilegiato con questi elettori (uno su due lo vota al primo turno). Ma il FN avanza e non è più residuale (circa il 13,5 per cento degli ebrei francesi). Progressione che può apparire strana. Nel 2012 però il paese è percorso da tensioni tra le comunità religiose, dovute alla crescita dell’islamismo radicale e Marine Le Pen si presenta come la protettrice dei cittadini di religione ebraica. La sensazione di insicurezza porta molti ebrei francesi a lasciare il paese. Le partenze verso Israele in questi anni sono aumentate di molto, la prima ragione addotta da coloro che se ne vanno sarebbe la crescita di un clima antisemita.

Marine Le Pen qualche passo lo aveva già fatto nel 2011 intervenendo su un tema che il padre aveva già (male) affrontato.

Tutti sanno ciò che è accaduto nei campi di concentramento. Quello che è accaduto è l’apice della barbarie. E credetemi questa barbarie è bene impressa nella mia memoria

dichiarava al settimanale Le Point. La normalizzazione del FN passa anche per questo. Ma non si ferma qui: l’obiettivo è anche la conquista di questo elettorato. O almeno di una parte di esso

Non mi stanco di ripetere agli ebrei francesi […] il Front National non è vostro nemico, anzi nel futuro è il vostro miglior strumento di difesa, al vostro fianco per la difesa delle nostre libertà di pensiero e di religione, contro il solo vero nemico, il fondamentalismo islamista.

Difficile per Marine Le Pen cercare di conquistare l’elettorato di regione ebraica e l’elettorato di religione musulmana. Una difficoltà che esprime nei suoi discorsi. Come nel 2012, a Nantes, pochi giorni dopo la morte di Mohamed Merah (l’autore della strage della scuola ebraica a Tolosa):

Quanti Mohamed Merah ci sono sui barconi e gli aerei che ogni giorno arrivano in Francia, pieni di immigrati? Quanti Mohamed Merah tra i figli di questi immigrati non assimilati?

e poi

Quello che è accaduto non è la follia di un uomo, quello che è accaduto è l’inizio dell’avanzata del fascismo verde nel nostro paese.

Vedremo che cosa accadrà alle imminenti elezioni presidenziali.

Il rosario nella mano destra

Anche l’elettorato cattolico sembra ritornare oggetto di interesse. Alcune inchieste hanno rilevato come sia un elettorato profondamente ancorato alla destra: se circa il 44 per cento di francesi si colloca a destra su una scala politica che va dall’estrema sinistra all’estrema destra, queste percentuali salgono tra i cattolici (il 54 per cento) e ancora di più tra i praticanti (il 67 per cento). E infatti Fillon si conferma il campione di questo elettorato. Molto distanti Marine Le Pen e Emmanuel Macron. In particolare sembra che il voto al FN diminuisca con l’aumentare della frequenza domenicale alla messa. Non solo: più l’integrazione al cattolicesimo è forte, più forte è il voto a destra e l’ostilità al Front National. E i politici si adeguano.

François Fillon non ha una storia di fede cattolica nota. Nella sua carriera politica non ne ha mai fatto cenno. Nel 2009, quand’era primo ministro di Sarkozy, nel suo viaggio a Roma per la canonizzazione di Jeanne Jugan, la fondatrice della Congrégation des Petites Sœurs des Pauvres, confida ai giornalisti di non essere praticante e di andare due volte l’anno a messa. Ma si sa che un politico deve tenersi stretti gli elettori, soprattutto se decisivi (come sembrano essere stati i cattolici alle primarie della destra). E quindi sulla stampa vengono diffuse dichiarazioni di amici e conoscenti che ne elogiano l’amicizia con qualche prete e la fede “sincera, profonda, ma discreta”: anche se la pratica religiosa è irregolare,

la spiritualità di François è prima di tutto un’adesione ai valori. Al perdono, alla carità. Il messaggio di Cristo risuona in lui ma la fede rimane un fatto privato. Direi che è piuttosto laico nella sua pratica del potere!.

Diceva Proust che

la realtà è il più abile dei nemici: lancia i suoi attacchi contro quel punto del nostro cuore dove non ce li aspettavamo e dove non avevamo preparato difese.

La République sarà anche una e indivisibile. Eppure le tematiche identitarie cominciano a farsi sentire. E non sembrano essere momentanee.

Présidentielle. Il voto etnico e religioso c’è ma non si vede ultima modifica: 2017-04-18T13:40:04+00:00 da Marco Michieli

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